Vedi tutti

Ultime recensioni inserite

La musica è cambiata?! - Mimma Gaspari

Mimma Gaspari è una figura chiave della storia della discografia italiana, una donna che dal 1959 si è occupata di promozione, prima con Teddy Reno e la sua etichetta Galleria del Corso, poi con la RCA. Gaspari è una tostissima che se credeva in un artista faceva i salti mortali affinché questi potesse essere preso in considerazione dai media, e spessissimo riusciva alla grande. Ha tirato su gente come Patty Pravo, Nada, Renato Zero, Enzo Jannacci, Gabriella Ferri, Lucio Dalla, Gianni Morandi, Paolo Conte, per citarne solo alcuni. È stata promoter ma ancora di più motivatrice, si è presa cura degli artisti cercando di far sì che tirassero fuori il meglio e potessero esprimere tutto il talento. Ha una storia pazzesca alle spalle e ha assistito alla nascita di veri colossi della cultura musicale del nostro Paese.

Tutto questo è raccontato, con grande dovizia di particolari, in La musica è cambiata?! Dite la vostra che io ho detto la mia, pubblicato da Baldini+Castoldi, quasi 600 pagine nelle quali la Gaspari racconta la storia della sua incredibile vita e dei suoi incontri. Oltre alle pagine del libro del 2009 Penso che un «mondo» così non ritorni mai più, il volume si spinge ad analizzare la musica di oggi e ospita una serie di interviste a personaggi del passato e del presente (Renzo Arbore, Claudio Baglioni, Caterina Caselli, Riccardo Cocciante, Gianni Morandi, Renato Zero, Paolo Conte, Mogol e molti altri) ai quali viene chiesto: «Secondo voi dove è finita la storia della nostra canzone? Perché, ad esempio, il rap e i suoi derivati hanno preso così piede?». Il tutto per capire dove sta andando la musica italiana, a quali trasformazioni andrà incontro, se ci sarà ancora spazio per creazioni che durano nel tempo o se le canzoni sono destinate a susseguirsi senza lasciare traccia.

«Ho cercato di mettere in piedi» racconta «una sorta di dibattito tra me, che ho avuto la fortuna di vivere l’età d’oro della discografia e assistere alla nascita di canzoni oggi divenute immortali, e personaggi con i quali nel tempo ho avuto modo di collaborare. Rispetto ai miei tempi ora non c’è più la casa discografica che fa da filtro e lancia gli artisti più meritevoli, oggi questi si lanciano da soli tramite le piattaforme internet e solo in seguito vengano messi sotto contratto da un’etichetta. Il risultato è che questo “fai da te” penalizza un po’ la qualità. Ho visto il Festival e devo dire che i “classici” come Morandi o anche Elisa ammazzano tutti, si sente che in ciò che propongono c’è uno spessore diverso».

Lasciamo un attimo il presente e facciamo un passo indietro: come è nata la sua passione per la musica?
Vivevo in Romagna, mia madre suonava il pianoforte e mio padre l’oboe. Anche io avrei voluto studiare il piano, cosa che ho fatto ma che non ha avuto seguito perché evidentemente non ero portata. Questo non vuole dire che non avessi una passione smodata per la musica, anzi, ero un’accanita ascoltatrice di classica e moderna. Nel frattempo mi ero spostata a Roma per studiare scienze politiche e, siccome avevo una certa capacità nello scrivere e volevo essere indipendente, mi dedicavo a creare novelle per i giornali che poi mi venivano pagate.

Lei inizia la sua carriera nella discografia come autrice di testi, giusto?
Sì, avevo facilità con la rima e così passai anche a scrivere testi. In questo periodo mi capitò di entrare in contatto con Teddy Reno al quale le mie cose piacquero. Teddy aveva fondato la CGD che poi aveva venduto a Ladislao Sugar e ora stava per aprire una casa discografica a Milano, la Galleria del Corso, e mi propose di lavorare con lui. Così andai nella città lombarda e fui assunta. Il mio operato ebbe presto ottimi risultati, feci ad esempio il testo della versione italiana di Exodus, un brano di Pat Boone, che vendette più di 600 mila copie.

Come avvenne il passaggio da autrice a promoter?
Siccome mi rimaneva del tempo libero e vedevo che c’erano tante cose organizzative che andavano sistemate all’interno dell’etichetta, mi presi in carico di occuparmi anche dell’ufficio stampa, un lavoro che ho sempre fatto con entusiasmo e voglia di portare all’attenzione dei media chi meritava.

Da Roma a Milano e ritorno.
Esatto, a un certo punto conobbi quello che sarebbe diventato il mio futuro marito, lui stava a Roma e così decisi di tornare nella capitale. Era il 1965, all’inizio lavorai con la casa discografica di Orietta Berti, poi, su intercessione di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni che stimavano il mio operato, passai alla RCA. E faccia conto che le uniche lavoratrici donne all’interno della casa discografica al tempo erano segretarie. A quel punto mi offrirono di occuparmi della ARC, etichetta-satellite della RCA che era un po’ in uno stato di impasse. Mi misi all’opera e cambiai le carte in tavola: dal ’66 al ’68 lanciai Lucio Dalla, Enzo Jannacci, Patty Pravo e altri facendo un fatturato pazzesco.

Un caso veramente unico per una donna nell’Italia dell’epoca.
Alla fine il mio essere donna non è mai stato un problema, anzi si può dire che mi abbia spianato la strada. In ogni caso io ero perseverante e mi ero fatta un sacco di amici in tv, ero considerata una promoter di lusso, mi volevano bene e io lavoravo come una pazza divertendomi allo stesso tempo.

Non incontrava mai impedimenti?
Non riuscii mai a convincere Arbore di quanto la Berti fosse una grande cantante, lui non ne voleva sapere, voleva canzoni più particolari; per dire, lui fu il primo a trasmettere Vengo anch’io di Jannacci, che poi fu censurata dalla Rai e che io allora proposi a Radio Montecarlo. Questi videro lungo, il pezzo diventò un successo e anche da noi furono costretti a passarla.

Con chi si trovava meglio?
I più facili da gestire sono stati Nada, Nicola di Bari… i melodici. Più difficili erano i cantautori. A un certo punto mi misi in mente di convincere Paolo Conte a cantare, lui era già noto come autore ma a metterci la faccia non ci pensava proprio. Ci ho messo un anno per fargli cambiare idea e alla fine credo di avere reso un buon servizio alla musica.

E Lucio Dalla?
Lucio era un mostro di bravura ma in televisione non lo volevano perché dicevano che era brutto. Ho dovuto fare i salti mortali per convincerli. Poi da quando andò a Sanremo con 4/3/1943 le cose cominciarono a cambiare. In quel frangente, vista la sua pelata, lo convinsi a indossare una coppola, che poi divenne il suo marchio di fabbrica.

Pazzesco…
Durante gli anni ’70 però non è che Lucio vendesse molti dischi. Il direttore della RCA Ennio Melis pensava che la colpa fosse anche dei testi troppo difficili che in quel periodo erano curati da Roberto Roversi. Melis allora cercò di convincere Dalla a scriverseli da solo. Lui però non voleva tradire Roversi e nicchiava… A un certo punto quindi il direttore lo obbligò quasi, lo minacciò dicendogli che se non avesse scritto lui i testi lo avrebbe cacciato. In una settimana Dalla compose Come è profondo il mare.

Lei è stata anche testimone di un grosso periodo di crisi da parte di Gianni Morandi.
Eccome. Morandi all’inizio degli anni ’70 non voleva più cantare, il panorama stava cambiando, c’erano i cantautori impegnati, i gruppi, e lui si sentiva fuori posto con il suo repertorio. Io andai a trovarlo e mi confessò tutto, mi disse che si era messo a studiare il contrabbasso al conservatorio e che non ne voleva più sapere della musica leggera. Io però non ne ero per nulla convinta, anche perché credo che Gianni abbia la più bella voce della musica italiana, quindi avrebbe potuto cantare veramente qualunque cosa. Ma non c’era verso di convincerlo. Così contattai un funzionario della Rai e feci in modo che Morandi venisse coinvolto nella conduzione di una trasmissione che si chiamava 10 Hertz. Il successo del programma gli dette immediatamente un ritorno di popolarità che confermò il suo status di personaggio ancora amatissimo dagli italiani e gli dette fiducia per tornare a cantare.

Una vera motivatrice.
Io mi attaccavo al talento, se una cosa mi piaceva, se mi innamoravo del talento di un artista facevo veramente l’impossibile. Andavo addirittura in studio quando registravano così da conoscere già le canzoni e sapere su quale puntare. Poi li consigliavo sul giusto look, facevo con loro un lavoro completo sulla loro immagine artistica.

Passiamo ad altri mostri sacri: Venditti e De Gregori.
Venditti e De Gregori li curava direttamente Melis, ma incontrava grandi difficoltà perché in televisione non li voleva nessuno. Solo a un certo punto, e a fatica, l’autore Bruno Voglino mi lasciò lo spazio in una trasmissione chiamata Trio nella quale potei inserirli. Col tempo poi la situazione si rovesciò e specie con De Gregori diventò un problema fargli fare della televisione perché per lui significava svendersi. Convincerlo a fare una trasmissione era impossibile…

Baglioni?
Con Baglioni ci mettemmo tre anni per fare uscire il primo LP, c’era sempre qualcosa che non andava. Poi a un certo punto Claudio si fissò che Melis amasse di più Venditti e De Gregori. In effetti non aveva del tutto torto, probabilmente una personalità come quella di De Gregori era più nelle corde di Melis, che segnalava a Francesco i libri da leggere, gli dava consigli e si imbarcavano spesso in conversazioni. Per questo Claudio, e anche Morandi, pensavano di non essere stimati.

Renato Zero?
Lanciare Renato Zero fu difficilissimo, non certo per il suo talento ma perché, come potrà immaginare, non volevano passarlo assolutamente in televisione. Voglino però, che era il più aperto in Rai, riuscì a inserirlo in uno show con Stefania Rotolo nel quale Renato si presentò tutto vestito di paillette e con un mantello. Uno dei dirigenti si arrabbiò tantissimo, io però gli dissi che un giorno lui mi avrebbe chiamato implorandomi di portargli Renato in tv. Cosa che puntualmente successe.

È stata anche vicino a un grande outsider come Piero Ciampi.
Piero mi stimava moltissimo ma era difficile lavorarci insieme. Organizzai per lui una serata al Derby di Milano, se passavi da lì e avevi successo era fatta. Lui cantò quattro canzoni in maniera perfetta, peccato che alla quinta cominciò a sbarellare per via dell’alcol, così dovemmo portarlo via. Un’altra volta in uno special Rai prese a insultare i tecnici e gli elettricisti, era un pericolo e io dovetti darmi da fare per spiegare loro i suoi problemi. Alla RCA non molti credevano in lui, mi chiedevano cosa perdessi tempo a fare. Io mi rendevo conto della situazione ma non smettevo di crederci, anche se era complicatissimo… Mi piacerebbe fare una trasmissione radio su Piero Ciampi, trovando i giusti spazi e l’interesse. Credo lo meriterebbe.

Tutto questo e moltissimo altro trova spazio nel suo libro.
Adesso Baldini+Castoldi ha deciso di ristamparlo aggiornandolo con tutta una nuova sezione con le interviste sui rapper e sul futuro della musica italiana. Conti che io non ho nulla contro la musica moderna, ho solo voluto capire meglio come funziona, sono animata da una sana curiosità che mi ha portato a parlare con ragazzi di oggi e con artisti che conosco bene. Inoltre, per tutti i “novizi” che leggeranno, ho incluso nel libro una lista di 250 canzoni italiane dalle quali non si può prescindere. Un piccolo grande sforzo che spero porti a un bel dibattito.

Il silenzio dell'altopiano - Steinar Bragi

Un mix di genere questo romanzo del 2011 dell’islandese Steinar Bragi: la spina dorsale è sicuramente un thriller psicologico, che però non disdegna di mescolarsi alle saghe di tradizione nordica e al simbolismo, con una spruzzatina di fantasy e horror.

Raffinato, teso fino alle inimmaginabili ultime pagine, il lettore non verrà mai lasciato dal malessere e dall’angoscia che permeano il romanzo, dalle paure ataviche che ciascuno si porta dentro fin dall’infanzia. Non ultima la possibilità di capire ed al contempo redimersi da quanto successo fin dagli albori della propria vita.

L’autore mescola con raffinatezza non solo i generi, ma anche gli argomenti che evidentemente gli stanno a cuore.

Ambiente naturale desolato, spoglio ed inospitale, vite disperate che si ritrovano e si cercano e non si capiscono nemmeno in ultima istanza… un Ambiente che rende servili gli esseri umani.

La crisi economica degli ultimi anni che investe anche quest’isola felice, che forse resta felice solo nell’immaginario collettivo, al pari del resto della penisola scandinava.

Arrivismo, desiderio di potere su cose e persone, avidità, senso di rivalsa… con l’aggiunta di oscuri e deviati episodi di sesso, che sfociano in rapporti proibiti e in incroci osceni.

Due coppie, quattro sedicenti amici: Hrafn e Vigdis – Egill ed Anna, che decidono di lasciare la capitale Reykjavík, per una gita all’interno del Paese.

Della seconda coppia c’è poco da dire, anche se molto da leggere: una vita da eterno secondo e quindi perdente, insicuro, alcolizzato lui. Ambiguo amico di infanzia e contraltare di Hrafn. Una vita celata quella di Anna, che forse subirà la sorte peggiore… Chi può dirlo?

Molto più intrigante e complessa la vita e la relazione di coppia di Hrafn e Vigdis: uno squalo della finanza lui, che ha iniziato come figlio di genitori molto benestanti, con un carattere ed un attitudine da comandante, anche se con trascorsi di droga ed alcol.

Vigdis invece perde la mamma che è ancora piccola ed in seguito diventa psicologa. E tra i suoi pazienti, guarda caso, ha in cura Hrafn.

Un viaggio organizzato, un incidente (fortuito?), un percorso che dura lo spazio di qualche giorno e che apre un mondo sconosciuto, pieno di angoscianti incognite che i quattro amici dovranno cercare di affrontare, insieme ed anche separatamente, se vorranno tonare a casa.

Un altrove sconosciuto e terrorizzante che anche il lettore, insieme ai quattro amici, dovrà percorrere fino al proprio limite estremo, limite che ogni uomo cerca di superare nella sua vita per trovare il vero se stesso.

Limite che, in questo paesaggio lunare dell’entroterra islandese, sferzato dal vento e ammorbato dai vapori dei vulcani, i quattro amici supereranno per approdare, ciascuno a modo suo, in un altro e del tutto personale “altopiano”.

Steinar Bragi (Reykjavík 1975), letterato e filosofo, è uno dei più apprezzati scrittori islandesi, autore di romanzi e raccolte di poesie, per i quali è stato candidato anche al Nordic Council Literature Prize. Si è affermato nel panorama internazionale con Il silenzio dell’altopiano, in corso di traduzione in diciotto paesi, in cui attraverso la lente del genere rilegge le contraddizioni della grave crisi economica che ha colpito l’Islanda negli ultimi anni.

La casa in fondo a Needless Street - Catriona Ward

Una bambina scomparsa, un uomo che vive con la figlia e la gatta, un assassino e una donna sulle sue tracce per scoprire finalmente quale destinato è stato riservato alla sorellina perduta. Questo l’horror firmato da Catriona Ward dal titolo La Casa in Fondo a Needless Street, in cui tutto ciò che crediamo di sapere crolla e si disperde, in un labirinto psicologico la cui architettura è stata eretta con meticolosità per farci smarrire al suo interno. Un magnifico romanzo edito da Sperling & Kupfer per la collana Macabre, in cui nulla è come appare ed è facile lasciarsi destabilizzare dall’intrico che lega lo spaventoso mistero intorno a quella casa in fondo alla strada. In quel punto dove l’asfalto lascia spazio alla foresta, che inghiotte e nasconde ogni cosa: odio, segreti, anime e persino dèi.

Ted è un omone grande e grosso, che vive con la figlia Lauren e la gatta Olivia, in una casa in fondo a Needless Street. Ted si prende cura di Lauren come può, memorizza ricette di sua invenzione sul suo registratore e dà da mangiare a tutte le varietà di uccelli che si posano nel cortile sul retro. Tuttavia, non è tutto roseo nella sua vita: Lauren gli urla addosso tutto il suo odio, il registratore contiene una cassetta che Ted ha paura di ascoltare e qualcuno nel vicinato ha ucciso in maniera spietata tutti gli uccelli che gli tenevano compagnia. Intanto, in soffitta, qualcosa si agita e fa rumore, ma la gatta Olivia cerca di ignorare i segreti che vi si celano per adempiere al suo compito: prendersi cura di Ted ogni volta che lo sente affranto o sofferente per qualcosa.

Nella casa accanto a quella di Ted, quella rimasta sfitta per tanti anni, una giovane donna fa intanto la sua comparsa: Dee Dee, che si presenta a Ted come la sua nuova vicina in maniera molto amichevole. Lei è in realtà alla ricerca della sorellina scomparsa undici anni prima, Lulu, e le piste che ha seguito finora l’hanno condotta fino a Ted. Quando vede la casa del suo vicino per la prima volta, si trova dinanzi a un’abitazione fortemente trascurata e in sfacelo, quella di un uomo solo, disoccupato, disadattato, che si reca nella foresta ai margini della strada un po’ troppo spesso, a seppellire oggetti di dubbia natura. Dee Dee ne è sicura: è lui il rapitore di Lulu. Deve essere sicuramente lui.

La costruzione de La Casa in Fondo a Needless Street avviene ad opera di Catriona Ward attraverso specifici POV: quelli di Ted, Olivia e Lauren, tutti narrati in prima persona (sì, anche quello della micia), con l’aggiunta di quello di Dee Dee, la donna che dopo undici non si è ancora arresa e vuole ritrovare la sorella scomparsa, con una narrazione invece in terza persona. È facile quindi empatizzare un po’ con ciascuno di essi, soprattutto all’inizio. I primi tre, ci raccontano in maniera diretta in che modo percepiscono e vivono il loro piccolo grande mondo, costruito all’interno di quelle quattro mura decadenti che racchiudono più emozioni e segreti di quanti possano contenerne. Il lettore si sente invece vicino a Dee Dee per la disgrazia che le è capitata e per la forza d’animo che dimostra nel voler ottenere giustizia per quanto le è stato sottratto.

Man mano che il romanzo horror della Ward procede, ogni capitolo però si sviluppa in maniera sempre più spaventosa e angosciante. Le figure di cui credevamo di esserci fatti una vaga idea cominciano a distorcersi, a deformarsi, rivelano ombre tanto scure da immergerci nei neri abissi del loro animo. I dubbi sorti sulle prime battute prendono la forma di certezze, salvo poi essere infrante a loro volta sotto i colpi di nuove, scioccanti rivelazioni. Non si tratta di un “sofisticato sistema di specchi e leve” architettato da Catriona Ward. Se proprio vogliamo dirla tutta, nella casa di Ted tutti gli specchi sono stati infranti per non mostrare mai il suo riflesso o immagini di figure indesiderate. Siamo semplicemente immersi nello svisceramento delle conseguenze sull’animo umano di traumi e abusi lunghi una vita, attraverso un percorso labirintico in cui, ogni volta che crediamo di aver trovato la strada verso la soluzione al mistero, ci ritroviamo nuovamente di fronte a muri e bivi.

La Casa in Fondo a Needless Street è un piccolo capolavoro horror che nutre il nostro terrore nei riguardi di ciò che la mente umana può essere indotta a congegnare, alimentando così anche ripugnanza e angoscia. La Ward dissemina al suo interno tutta una serie di indizi utili a comporre quel puzzle che possa fornire la risposta all’enigma: una madre iperprotettiva che cura ogni ferita con sapienti punti di sutura, lo scalpiccio di piccoli passi in soffitta provenienti da quelli che Ted chiama “i bambini verdi”, strani oggetti sepolti ai piedi degli alberi in una radura che il protagonista definisce “déi“. È però tutto un gioco di inganni: quando crediamo di aver messo al proprio posto ogni pezzo, ecco che la nostra angoscia si ripresenta ancora più forte e viva di prima. Non sappiamo più chi è realmente il mostro della storia e chi la preda, chi il carnefice e chi la vittima. L’orrore è allora un’onda nera che si abbatte sulla nostra percezione con la forza di uno tsunami, man mano che comprendiamo quanto La Casa in Fondo a Needless Street sia una ricostruzione di abusi e disturbi psichici e che trovare la luce nelle ombre dell’animo umano è un percorso lungo e fatto di pericoli.
Mai giudicare un libro dalla copertina, si dice, ma già dall’aspetto estetico de La Casa in Fondo a Needless Street comprendiamo il suo valore. Si tratta infatti di un piccolo gioiellino tascabile che riteniamo non dovrebbe mancare nella libreria di un appassionatto dell’orrore: la copertina, rigida, è stata illustrata infatti da Davide Toffolo, fumettista italiano autore di Carnera, Pasolini, Il Re Bianco, Il cammino della Cumbia e L’Ultimo Vecchio sulla Terra, nonché voce e chitarra dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Già la copertina è perciò una dichiarazione d’intenti orrorifici (a predominanza rossa, come il taglio delle pagine), riportante tra l’altro il commento di Stephen King all’opera:

Potrebbe sembrare una frase fatta, ma abbiamo divorato le pagine de La Casa in Fondo a Needless Street. Il sincero orrore di fronte ad alcune delle azioni dei protagonisti, il sovvertimento delle nostre certezze, l’esigenza che questa storia produce nel lettore di trovare delle risposte alle situazioni spaventose e apparentemente senza senso cui si trova di fronte. Ogni cosa concorre a portare a termine il romanzo con avidità, cercando una via attraverso gli inganni e le trappole (soprattutto della mente) di cui è disseminato. Amore e odio per i protagonisti si avvicendano poi e si alternano contribuendo a destabilizzarci: chi merita le nostre simpatie? Chi è il “buono” e chi il “cattivo” della trama? Il compito diventa allora comprendere dove sta la verità e afferrarla, con una precauzione: leggere con la consapevolezza che l’innocenza e la crudeltà possono essere in certi casi sfumature nello stesso spettro della moralità.

La postfazione firmata da Catriona Ward a fine libro conferma infine un altro aspetto che emerge attraverso il suo romanzo, man mano che la verità riesce a farsi strada nelle nostre coscienze. Il compito non è solo quello di “smascherare” il colpevole, il mostro, il torturatore e l’assassino. La consapevolezza si scontra con un’altra verità: non è possibile giudicare a priori le azioni degli uomini, senza conoscerne il vissuto, i sentimenti profondi, la sofferenza che hanno dovuto affrontare. Ogni individuo, anche quello apparentemente più ostile, può essere vittima degli altri e di se stesso e sta a noi stabilire quanto siamo realmente “umani” per poter fare la differenza nella vita di chi convive con il dolore.

Fine dei giochi - Allegra Gucci

Allegra Gucci, classe 1981, figlia di Maurizio Gucci e di Patrizia Reggiani, per 27 lunghi anni ha desiderato con tutta se stessa e cercato l’oblio. Ha sempre creduto nell’innocenza della madre e ha vissuto nella massima riservatezza. Oggi è una donna ed una mamma ed ha provato due immensi dolori nel corso della sua vita: la perdita del padre e la condanna della madre come mandante dell’assassinio dello stilista. Allegra ha deciso di rompere il silenzio e di farlo soprattutto per i suoi figli. “In tutti questi anni ho portato sulle mie spalle quello che è successo, che la gente ha detto, ma non voglio che tante menzogne e falsità ricadano sulle spalle dei miei bambini”, ha commentato in una lunga intervista a La Stampa.

Adesso, la discendente di una delle case di moda più conosciute al mondo ha tutta l’intenzione di fare “pace” con un passato che ha compreso resterà sempre il suo presente. Dopo il grande clamore scaturito da “House of Gucci” e che a detta di Allegra “ancora una volta ha travisato la realtà”, la stessa ha deciso di scrivere un libro dal titolo “Fine dei giochi”, una sorta di lettera al padre in cui questa volta è lei a raccontare tutta la verità.

Allegra Gucci non ha nascosto il fatto che il suo cognome per la maggior parte della sua vita non l’abbia affatto aiutata portandole più dolori che privilegi: “Ciò non vuol dire che non ne sia fiera, ma è stato pesante e lo è tutt’oggi”, ha spiegato. Della sua infanzia ha ammesso di avere bellissimi ricordi, sebbene i suoi genitori si separarono quando lei era appena una bambina, a 4 anni, “per cui l’immagine della famiglia felice è sbiadita”. “Un amore vero, passionale, travolgente”, quello tra Maurizio Gucci e Patrizia Reggiani, giunto però al capolinea. Parlando della madre, Allegra ha commentato: “La adoravo, lei c’era. Ha sempre avuto un carattere particolare e una scala di priorità diversa”. Nonostante questo sarebbe sempre riuscita a darle l’amore di cui aveva bisogno. Del padre Maurizio mantiene ancora oggi dei ricordi bellissimi.

Tutto cambiò il 27 marzo 1995, giorno dell’omicidio Gucci: Allegra, racconta a La Stampa, si trovava nella sua camera: “E’ venuta mia madre a dirmi che il papà aveva avuto un incidente, che era morto”. Il suo mondo, in quel momento, si fermò. Sua madre la vide “persa”. Un giorno terribile anche per la sorella maggiore Alessandra: la nonna, secondo il racconto di Allegra, la andò a prenderla a scuola portandola sul luogo del delitto del padre e dandola in pasto ai giornalisti: “Una cosa terribile che ancora non riesco a capire”. Parlando della nonna ha aggiunto: “Per tutta la vita ha provato a manipolarci, ad approfittarsi di noi solo per il denaro”.

Nonostante l’arresto di Patrizia Reggiani, Allegra Gucci e la sorella Alessandra non hanno mai smesso di credere nella sua innocenza. “Mi sono anche iscritta a giurisprudenza per capire come funziona la giustizia e aiutarla a portare a galla la verità”, ha spiegato. I 18 anni di carcere della madre, per la figlia Allegra sono stati “un inferno”. La donna ha spiegato che per tutto quel periodo si annullò per starle accanto. Quindi ha ricordato come era andare a trovarla in carcere a San Vittore, dove inizialmente erano divise da un tavolone di marco che non permetteva neppure un abbraccio.

Nel frattempo mamma Patrizia “diceva di aver desiderato fortemente la morte di papà ma di non aver ordinato l’omicidio”. La Reggiani però confessò in una intervista in tv e quello fu per Allegra un nuovo dramma: “Mi è mancato il terreno sotto i piedi. E’ stato uno tsunami”, ha ammesso nell’intervista. Alle figlie la donna avrebbe detto ‘ma non capisci che l’ho fatto per voi’. Oggi Allegra Gucci commenta: “Cosa, non lo so. Ha attribuito a noi le sue responsabilità, dopo averci condannate con lei a 18 anni di carcere”. Da qui il loro allontanamento, da tanti attribuito a ragioni economiche. La verità però è un’altra, come spiegato da Allegra: “Noi volevamo solo proteggerci dall’oscurità che ancora una volta la avvolgeva”. Il riferimento sarebbe all’ex compagna di cella Loredana Canò, accusata dalla procura di circonvenzione di incapace. A richiesta diretta di scegliere tra lei e le figlie, Patrizia avrebbe scelto la prima. Prima di essere allontanata dai giudici, la Canò sarebbe riuscita a farle firmare una polizza sulla vita da 6,6 milioni di euro. A detta di Allegra Gucci, l’unico motivo per il quale si sarebbero rivolte alla procura è legato al timore che potesse farle del male. Se in passato si era avvicinata a Pina Auriemma, oggi Patrizia avrebbe scelto Loredana Canò. In chiusura di intervista la figlia Allegra, che ha ammesso di stare ricostruendo giorno dopo giorno i loro rapporti, ha commentato parlando della madre: “Lei è una falena al contrario, attratta dall’oscurità. A dispetto di quello che ostenta è fragile e insicura”. A suo dire, dopo l’intervento per il tumore al cervello di 30 anni fa non si sarebbe mai realmente ripresa del tutto.

Un ritornello non fa primavera - Philippe Georget

A Philippe Georget devono piacere i nomi delle stagioni. Esce infatti, a distanza di una decina d’anni dal primo, il suo ultimo romanzo: “Un ritornello non fa primavera”, che è anche il quarto e ultimo a contenere nel titolo il nome di una stagione e che oggi ho il piacere di recensire qui a Thriller Cafè. In Italia, dove “Crimes d’hiver” non è mai uscito (saremo invernofobi?), è pubblicato da E/o, con la traduzione di Silvia Manfredo.

Protagonista è sempre il simpatico ispettore Gilles Sebag, investigatore della Polizia di Perpignan, città di tradizione catalana nel Sud-Ovest della Francia. Sebag è un anti-eroe per eccellenza. Calmo, riflessivo, fine analista psicologico, Georget lo paragona esplicitamente al tenente Colombo, al quale in effetti potrebbe somigliare.

In questo caso lo troviamo alle prese con un omicidio e una rapina, avvenuti contemporaneamente nel corso della processione del Sanch, storica rappresentazione del venerdì santo prima di Pasqua, nella quale gli appartenenti alla Confarternita del Sanch sfilano incappucciati flagellandosi (almeno un tempo, ora meno) per espiare i propri peccati. Proprio uno degli incappucciati con il tradizionale copricapo chiamato caparutxa è la vittima designata. Sebag dovrà quindi districarsi in un terreno minato, rischiando di pregiudicare l’inviolabile reputazione della Confraternita.

A dire il vero, insieme a Sebag, Georget mette al centro del romanzo un altro personaggio. Ma in questo caso si tratta di un personaggio realmente esistito: il celebre cantante Charles Trenet, che proprio a Perpignan ha vissuto tratti della propria vita. Sarà infatti da una storica dimora di proprietà della famiglia Trenet che arriverà la soluzione del mistero.

Devo dirvi che io sono stato conquistato dalla calma fermezza di Sebag, che Georget delinea in modo molto abile. Ne svela i pensieri e le elaborazioni, senza farci perdere nulla del percorso dell’indagine, alla quale a chi legge sembrerà un po’ di prendere parte. A questo alterna i pensieri dell’assassino, ovviamente senza svelarcene l’identità. La soluzione del caso vi sembrerà quindi quasi una partita a scacchi fatta di mosse e contromosse. In più, per non appesantire troppo la narrazione, ogni tanto Gilles Sebag fa a proprio beneficio dei piccoli riassunti mentali della situazione, che ci mettono al corrente di sviluppi secondari che Georget preferisce non affrontare “in diretta”. Chissà se il passato di giornalista di Georget può aver contribuito a questa tecnica? Il tutto impostato su un registro di fine ironia che alleggerisce il racconto. Chapeau, direbbero i francesi.

Proprio perché Georget ama la cura dei particolari, ci sono tanti piccoli ingredienti in questo romanzo. C’è un elogio della lettura, perché Gilles Sebag riscopre in questo romanzo il piacere dei libri. C’è un omaggio alle tradizioni catalane di Perpignan, francese, ma sempre attratta da Barcellona, così vicina e così presente nella cultura del luogo. C’è il tema dichi vive “ai margini”, con la bella figura del clochard Nicolas, dei giovani punkabbestia e della comunità gitana di Perpignan. Più in generale, il tema delle diversità, negli stili di vita e nelle abitudini sessuali, e quello collegato dell’omofobia. E, forse, il tema più presente di tutti è quello della verità. O meglio, della precarietà delle verità, al plurale, in un mondo che cambia sempre più velocemente e nel quale anche le tradizioni secolari e le appartenenze più solide sono messe a dura prova.

Nel complesso, cari avventori del Thriller Cafè, a me è parsa una lettura decisamente piacevole. Vi sembrerà di sorseggiare quei cocktail, per rimanere in tema, nei quali sono contenuti una moltitudine di ingredienti in proporzioni limitate, ma che, alla fine, vi offrono un sapore che vi convince. Il tutto cullati dalle indimenticabili canzoni di Charles Trenet, che, senza mai abbandonarvi, faranno da colonna sonora al romanzo.

Philippe Georget è nato a Epinay-sur-Seine nel 1963. Dopo una laurea in Storia, si è dedicato al giornalismo, prima in radio e poi in televisone per France 3. Appassionato viaggiatore, nel 2001 ha fatto il giro del Mediterraneo in camper, attraversando in dieci mesi Italia, Grecia, Libia e altri paesi. Il suo romanzo d'esordio, D'estate i gatti si annoiano (E/O 2012) è seguito da In autunno cova la vendetta e Il paradosso dell'aquilone. Nel 2017 per E/O ha scritto La stagione dei tradimenti.

I miei giorni alla libreria Morisaki - Satoshi Yagisawa

In tempo di social, influencer ed esistenze virtuali, il primo romanzo tradotto in italiano dell’autore giapponese Satoshi Yagisawa ci riporta con i piedi per terra. I miei giorni alla libreria Morisaki è infatti una storia semplice, che pare vergata in carta di riso, in cui non accade altro che la vita. Non ci sono eroi, né colpi di scena. E neppure un finale a sorpresa: sono “solo” pagine delicatissime che danno voce ai sentimenti naturali del cuore e sfogliano i giorni di vite normali, incluse quelle che emergono dalle storie di molti libri.

Sono i libri di Jinbōchō, il quartiere di Tokyo con più librerie al mondo, specialità volumi usati. Si parla di più di centosettanta librerie, tutte con l’ingresso scrupolosamente rivolto verso Nord, in modo che la luce del sole non rovini le preziose pagine. Il quartiere, nato alla fine dell’800, prende il nome da un samurai vissuto nella zona, e fu la prossimità di varie università a favorire la diffusione del mercato librario. A ottobre, quando si svolge il mercato del libro, le strade si riempiono di bancarelle di volumi e si animano le caffetterie intorno.

È qui che si svolge la vicenda di Takako e Satoru, lei nipote lui zio, lei una giovane donna che approda alla libreria Morisaki, appartenente alla sua famiglia da tre generazioni, dopo aver scoperto che il fidanzato è in procinto di sposarsi con un’altra e che non ha mai pensato di fare sul serio con lei; lui un personaggio poetico, poco commerciante e molto sognatore, abbandonato all’improvviso dalla moglie Mamoko.

Takako non era mai stata prima una grande lettrice, Satoru non aveva più pensato a una nuova felicità. Dell ‘autore non sappiamo molto, ma è lui stesso a dichiarare in un’intervista rilasciata nel suo Paese di essersi celato dietro ai panni di Satoru. «Credo che Satoru, come me, fosse uno di cui i compagni di scuola non avevano niente da scrivere. E così mi è venuta voglia di raccontare la parte di lui che tutto il mondo approverebbe». Di Yagisawa apprendiamo anche che, per conoscersi meglio, intraprese un viaggio in giro per il mondo con lo zaino in spalla e iniziò una “cura della scrittura”, imponendosi di scrivere ogni giorno un breve racconto di 1000 caratteri. E ancora che ha scritto I miei giorni alla libreria Morisaki in tre giorni: «Per uno come me, scrivere è come tendere le mani verso la società. Questo romanzo mi ha aiutato a valorizzare nella finzione i miei difetti. In fondo posso solo scrivere, nient’altro» ha dichiarato.

Tornando alla storia, divenuta già un film in patria e già espansa nelle librerie del Giappone in un sequel intitolato semplicemente Altri giorni alla libreria Morisaki, Takako, che perde in un colpo solo lavoro e fidanzato, viene inaspettatamente chiamata dallo zio Satoru, che non vede da anni – era un po’ l’eccentrico della famiglia -, probabilmente sollecitato dalla sorella e madre di lei, e viene invitata a stare da lui.

Non avendo programmi precisi, Takako accetta l’invito e scopre l’incredibile quartiere di Tokyo fatto solo di librerie. Lo zio la accoglie e le propone di dormire proprio sopra a quella di famiglia, in cambio d’aiuto con i clienti. Inizialmente a disagio in quel mondo di pagine ammuffite, un po’ alla volta Takako inizia ad aprirsi, a vivere con stupore le sottolineature e i segni lasciati sui libri dai vecchi proprietari, e anche ad affezionarsi ad alcuni strambi clienti. Entra così nella vita, quasi fiabesca, del quartiere di Jinbōchō, un posto in cui «è bello andarci anche solo a perdere tempo, senza un motivo preciso, poiché ogni volta è una scoperta» dice l’autore.

Takako si farà nuovi amici, emergeranno nuovi sentimenti, e anche la zia Mamoko, la moglie scomparsa di Satoru, riapparirà e farà con lei un viaggio che sarà per entrambe come una piccola iniziazione. Alla fine Takako troverà un altro lavoro, mantenendo però il suo affetto per il quartiere delle librerie, compariranno nuovi personaggi, e la storia finirà bene, nel modo in cui è possibile che finisca nella vita reale.

La trama non esaurisce però l’atmosfera di grazia che è quella che cattura il lettore e lo avvince alle pagine, quasi un appuntamento con qualcosa di lieve che porta via le complicazioni della vita. Come a dire che, quando elimini tutto il rumore con cui ci siamo abituati a camminare e che ci ha portati lontani dalla verità, ciò che resta e ciò che conta sono gli amici, la famiglia, il tempo per leggere e per fermarsi e per essere semplicemente ciò che si è. Lo stile è chiaro come il tratto di inchiostro su una stampa, le parole sono quelle vicine alle cose, qui e lì puntellate di riferimenti alla storia più profonda del Giappone, ma tutto senza esibizione di decoro: come fosse la storia stessa a farsi stile in sé. Un libro che disinfiamma questi tempi incandescenti e fa del bene che mette radici.

Satoshi Yagisawa è un compositore giapponese. Il suo lavoro comprende musica orchestrale, musica da camera, musica corale e musica per strumenti tradizionali giapponesi. I miei giorni alla libreria Morisaki (Feltrinelli 2022) è il suo romanzo d’esordio, vincitore del premio letterario Chiyoda e bestseller internazionale.

La strada delle nuvole - Jenny Tinghui Zang

Fino a che punto è possibile sottrarsi a un finale già scritto? Imprigionata in un continente straniero dove tutto le risulta incomprensibile, persino il suo medesimo corpo, è con ritmo tensivo ed esposizione in prima persona che la straordinaria eroina de La strada delle nuvole di Jenny Tinghui Zhang (qui al suo debutto internazionale per Nord, nella traduzione di Elisa Banfi) tanto ci racconta a proposito della discriminazione razziale subita dalla popolazione asiatica durante i cosiddetti anni dell’esclusione (1882-1893), quando ai lavoratori cinesi veniva negato non soltanto il diritto all’immigrazione, ma anche la possibilità di intrattenere rapporti, sentimentali e non, con i cittadini bianchi residenti nel territorio americano.

Di essere gli artefici del proprio destino, insomma. “Ho sempre odiato il mio nome (…) viene da una tragedia”, questo ci confessa in principio di lettura la piccola Lin Daiyu, protagonista dell’opera nonché alter-ego letterario oggetto di un triangolo amoroso nel drammatico intreccio de Il sogno della camera rossa di Cao Xueqin (1792); “nella storia, la madre di Lin Daiyu muore quando lei è piccola e il padre poco dopo. Mi domandavo se i miei genitori fossero spariti per colpa del mio nome”.

In effetti, è fin dalle battute iniziali che quella di Lin Daiyu pare una vicenda imparentata alla sfortuna: allevata dalla premurosa nonna che, al fine di tenerla al sicuro, la traveste da ragazzo e la manda a Zhifu in cerca di un’opportunità lavorativa, ecco il piccolo Feng (questo il suo nome sotto mentite spoglie) trovare riparo nella scuola del maestro Wang, rinomato calligrafo che l’assume come garzone di bottega.

Qui, impegnato nei mestieri più umili, il volenteroso Feng fantastica di divenire egli stesso un maestro di scrittura, osservando di nascosto la moltitudine di significati racchiusi oltre le forme degli ideogrammi cinesi: tre alberi a indicare la foresta, il simbolo del tempo a rappresentare le quattro stagioni, l’immagine del nero quale sovrapposizione di bocca, fuoco e terra.

Ma l’idillio durerà ben poco; ingannata dal lestofante Jasper che la circonverrà per una porzione di pesce, la doppia Daiyu/Feng finirà infatti imbarcata su di un mercantile diretto in California e così, con il terzo pseudonimo di Peony, venduta come merce di scambio per il postribolo di Madame Lee.

Sono queste fra le pagine più crude dell’intero romanzo; Peony, che nel suo maturare all’età adulta subirà l’aggravante di essere immigrata, cinese e quindi priva di documenti, dovrà ricorrere a ogni tipo di stratagemma pur di preservare la propria dignità di donna e ricostruirsi quindi la sua ultima facciata (quella maschile di Jacob Li) presso la cittadina di Pierce, in Idaho.

Se non fosse che, per certe tragedie, non è prevista altra via di fuga se non quella di venire a compimento; prova ne sia che, quasi lo scotto per essersi ritagliato/a una parentesi di tranquillità all’interno dell’emporio di Nam e Lum, l’incontro (e l’innamoramento) con il reazionario Nelson Wong troverà Jacob Li esposto ad una pericolosissima vicenda di protesta razziale, a esito della quale non gli/le rimarrà altro da fare che sottoporsi all’ennesima, e questa volta definitiva, manifestazione di coraggio: rivelare a tutti la propria identità e, assieme ad essa, riappropriarsi delle mille ambivalenze di una storia che le è sempre stata negata.

Quella delle due Lin Daiyu. La Sua vera storia. Con una paladina in formazione che nulla ha a che invidiare ad altrettanto sfaccettate personalità del genere (in abiti maschili, dalle bacha posh di Le bambine non esistono alla Viola de La Dodicesima notte, da La Papessa di Donna Woolfolk Cross a Bradamante de L’Orlando Furioso), La strada delle nuvole di Jenny Tinghui Zhang si pone affianco degli ultimissimi fenomeni della tradizione culturale asiatica rinnovandone il successo e per atmosfere narrative e per qualità della divulgazione storica.

“Per me è importante sottolineare che la storia della violenza contro i cinesi, sebbene non sia stata «dimenticata» dagli studiosi, è sconosciuta alla maggioranza degli americani”, conclude l’autrice in epilogo al racconto, “La mia speranza è che questo libro porti la storia della violenza anticinese negli Stati Uniti fuori dai luoghi della ricerca accademica e dentro la nostra memoria collettiva”. Perché, se anche non è possibile sottrarsi a un finale già scritto, è pur sempre nel nostro potere fare in modo che ci rimanga da esempio.

Jenny Tinghui Zhang è nata a Changchun, in Cina, ma è cresciuta ad Austin, in Texas, dove vive tutt'ora. Dopo aver conseguito un Masters of Fine Arts presso la University of Wyoming, ha scritto articoli, saggi e racconti per numerose riviste. Attualmente lavora come capo redattrice per The Adroit Journal, una testata che promuove le opere di autori emergenti. La strada delle nuvole è il suo primo romanzo.

I giudizi sospesi - Silvia Dai Pra'

Perché ognuno ha una tasca e ogni volta una mano nuda. E allora ci si riempie di stelle nei capelli; di fiori alle finestre, che sembrano messi lì per scacciare gli affanni. E forse si fa tutto di un colore rossastro per evitare si riconoscano le ferite. Stanno tutti con un sorriso da criceto, con i chiodi attaccati agli occhi e con le corna come i tori; stanno lì, come panni appesi a un filo.

Mauro è un campanile pronto a trasformarsi in un angelo, Angela sta sott’acqua, Perla risplende come una cima sulla luna, Felix non ha mai vissuto un meraviglioso istante. Hanno tutti sul viso una gioia sconfinata, sempre. Sembrano fatti di ceramica, non si spostano, non hanno appetito. Sembrano intoccabili.

Ma poi Perla, con la sua borsa nera, fa capire che ha smaniato tanto in tutto quel grigiore, con quella maschera sul viso. Che si sarebbe ripresa i suoi colori. Che non sarebbe più rimasta acquattata. Che si sarebbe lasciata tirare per la corda come una capra. Che avrebbe spezzato i colonnati dalla loro ipocrisia. Che li avrebbe messi davanti a uno specchio e li avrebbe riempiti della loro stessa polvere. Perla ha sperato che nessuno la stringesse, d’altronde lo stava facendo anche per loro. Perché li avrebbe salvati tutti quanti. E Felix, che parla, parla, parla, che ha nella mente lo sbaglio. Lui aspetta arrivi un sacrista che lo riscatti, un qualsiasi ministro di un qualsiasi miracolo.

Silvia Dai Prà ci dice che la polvere va sbattuta perché deve scomporre le forme, il candore indistinto per tutte le famiglie. Ci dice che ogni apparenza basta sfiorarla con un dito per farla cadere. “I giudizi sospesi” segna e depenna la quiete. Ci fa dire che strazio le nostre vite, che inganno.

Silvia Dai Prà ha lasciato gli occhi alla luce scrivendo questo testo. È riuscita a delineare tutte le nostre malattie sentimentali; le solitudini ignorate e messe d’obbligo sotto a una buona luce. Non è mai stata pietosa, ha squartato con un’asta di ferro le nostre convenzioni. Con il suo “I giudizi sospesi” è riuscita a farci tornare indietro nel nostro passato, a farcelo capire e a farci rientrate come fossimo i primi nuovi esseri viventi.

Silvia Dai Prà non ha scritto un romanzo, ha scritto un Vangelo famigliare senza nessuna favola bella.

“I giudizi sospesi” di Silvia Dai Prà segna e depenna la quiete. Ci fa dire che strazio le nostre vite, che inganno. Ci dice che ogni apparenza basta sfiorarla con un dito per farla cadere.

Storia del figlio - Marie-Hélène Lafon

Il romanzo di Marie-Hélène Lafon, Storia del figlio (Fazi, 2022, trad. Antonella Conti) ripercorre la storia di André, un figlio il cui itinerario segue il percorso di vita legato alle scelte originarie della madre, Gabrielle.
Il narrato, per il quale la scrittrice ha ricevuto il Premio Renaudot 2020, è la storia di un secolo, un lungo arco di tempo durante il quale uomini e donne si incontrano, si amano, si rifiutano, si dimenticano o scompaiono troppo presto a seconda del caso, del destino.
Questa è la storia di un figlio voluto, ma poi affidato ad altri, di un padre che non diventa padre e di una madre, Gabrielle, che in tempi assai lontani dalla modernità d’oggi dà alla luce, da single già avanti negli anni, quel bambino, quel frutto d’una passione breve ma intensa, presto affidato alla sorella e al cognato, Hélène e Léon.

“Da sempre André aveva usato due parole diverse per le sue madri. Era un po’ difficile da spiegare. Mamma era riservato a Hélène, sua zia che lo aveva cresciuto a Figeac, madre a Gabrielle, sua madre che abitava a Parigi; con lei aveva solo passato quattro settimane l’anno per i primi diciassette anni della sua vita e ancor meno da quando non viveva più nella casa d’infanzia.”

Tutto inizia con un terribile incidente domestico nell’aprile del 1908; a esso bisogna sopravvivere, andare avanti e continuare la storia di famiglia. Perché nasciamo da un luogo, da una storia, da un tempo, da un’epoca, da un secolo, ma poi ognuno ha, al contempo, il desiderio di costruire la propria esistenza futura andando comunque alla ricerca delle proprie origini.

Il romanzo è un insieme di quadri familiari che si spostano nel tempo: ha un andamento ritmico, altalenante tra il passato e il presente, ma anche circolar,e perché tutto inizia con Armand e tutto finisce con Armand, esattamente cento anni dopo. Proprio in uno dei giorni più importanti della sua vita, quello del matrimonio, André scopre chi è suo padre. Il segreto gli viene svelato la sera della cerimonia, proprio dalla sua sposa Juliette

“André sentiva su di sé, sul suo braccio destro, il vivido calore della spalla bionda di Juliette. Lei lo aveva buttato fuori tutto d’un fiato, come si recita una poesia davanti al maestro e alla classe, senza guardarlo, senza respirare e senza muoversi, il corpo contratto, tua madre ieri mi ha detto di tuo padre, si chiama Paul Lachalme è nato nel 1903, ha quarantasette anni, sedici meno di lei, si sono conosciuti ad Aurillac al liceo maschile, fa l’avvocato, vive a Parigi…”

La figura del padre naturale rimane comunque un po’ nell’ombra rispetto alla vita di André, anche se un’assenza a volte fa più rumore di una presenza costante.
Ciò che racconta Storia del figlio è la riappropriazione, da parte del figlio del figlio, quindi del figlio di André, di una storia di cui il padre era stato privato, ma che tuttavia lo aveva accompagnato ogni momento della sua vita. È Antoine, figlio di André, che riesce a ricomporre il ritratto del padre del padre, presenza dal destino negata al proprio genitore.

Una profonda malinconia pervade Storia del figlio, romanzo volto alla ricostruzione di un’intera esistenza attraverso tanti frammenti, la cui rievocazione pian piano permette al lettore di cogliere sia la storia nel complesso sia, soprattutto, di far luce su profondità nascoste dietro decenni di parole non dette. Poco si dice ma molto s’intuisce in questa vicenda.

Marie-Hélène Lafon racconta la storia di André e della sua famiglia nell’arco di un intero secolo e la pone tra Lot Cantal e Parigi; nel narrare sceglie con cura le parole, elimina il superfluo e riesce a descrivere una realtà quasi poetica, raccontando vite prive di accadimenti degni di nota, ma, comunque, ricche di sentimenti.

L'elbano errante - Pino Cacucci

Una grande macchina narrativa che macina peripezie, storia, poesia, navi, armi, amori, condottieri, concubine, veleni, fedi religiose, battaglie, massacri e sentimenti, dipingendo un complesso affresco del Rinascimento attraverso la ricostruzione dei principali eventi storici del XVI secolo e le vicende di personaggi realmente esistiti. Come non mai si avverte la gioia sensuale del racconto, l'avvicendarsi maestoso di fantasia e realtà, di voci e personaggi. Tutto diventa sfida al tempo e – sintesi dello spirito del romanzo – avventura. Questo è "L'elbano errante" di Pino Cacucci per Mondadori, con sottotitolo "Vita, imprese e amori di un soldato di ventura e del suo giovane amico Miguel de Cervantes", il papà di Don Chisciotte.
La trama - Isola d'Elba, 1544. E tutto inizia in una notte di luna rossa, presagio di sventura. I corsari turchi, al comando di Khayr al-Din detto Barbarossa, sbarcano nottetempo su una spiaggia accanto a Longone, l'odierna Porto Azzurro, dove Lucero e sua sorella Angiolina si preparano alla pesca dei calamari. Lucero viene ferito, Angiolina rapita. Il mondo si apre, la storia comincia. Lucero, guidato da un indomabile sentimento di vendetta, si trasforma, anche grazie all’incontro con il capitano Rodrigo, compagno e mentore, in un "duellante imbattibile" e in un soldato di ventura. Angiolina entra nel talamo del Signore di Algeri: cambia nome in Aisha, dà un figlio al sovrano della città-stato corsara, e ne diventa la Favorita.

Ignari l'uno dell'altra, l'Elbano errante e Aisha, la "p....na cristiana", fanno mulinare spade, macchinazioni, sogni e avventure dentro il teatro del mondo. Per mari e per terre, Lucero si muove come se la sua vita fosse una continua frontiera, come se fosse travolto dalla fantasia di un Ariosto, fra la sua isola e Bologna, Firenze, Siviglia, Napoli, Malta, l'Ungheria, Venezia e, al di là dell’Oceano, la Nueva España, il Messico flagellato dai Conquistadores.

Quando si arruola nei Tercios, la fanteria ispanica, incrocia il poco più che ventenne Miguel de Cervantes Saavedra, futuro autore del Don Chisciotte: forti del comune amore per i romanzi cavallereschi, avviano un'amicizia suggellata dalla partecipazione alla "battaglia delle battaglie", a Lepanto. Giunge intanto notizia di Angiolina, viva, ad Algeri. È passata una vita, anzi sono passate molte vite, ma il finale è ancora tutto da scrivere.

La vita in alto - Erika Fatland

La brillante e coraggiosa Erika Fatland, nel solco dei grandi scrittori-viaggiatori, con l’ultimo lavoro “La vita in alto. Una stagione sull’Himalaya” (edito da Marsilio, traduzione di Sara Culeddu e Alessandra Scali) ci regala un viaggio emozionante.

La scrittrice e antropologa norvegese ci conduce in una parte di mondo avvolta da un’aura leggendaria, ma afflitta da tensioni geopolitiche costanti, l’Himalaya.

La catena montuosa dell’Himalaya, che in sanscrito significa “dimora delle nevi”, ha dei confini non ben definiti e si estende su cinque paesi. Come un patchwork di massicci rocciosi, ghiacciai e vallate profonde su un territorio che “si stende tra il continente euroasiatico a nord, dove le distese pianeggianti della taiga siberiana lasciano il posto ai deserti e alle steppe del Kazakistan, della Mongolia e della Cina, e il subcontinente indiano a sud che si estende tra il Pakistan a ovest e il Myanmar a est.”

A nord dell’Himalaya c’è l’altopiano del Tibet, “il tetto del mondo”, a sud il regno del Buthan, l’unico a non essere stato inglobato da stati più potenti.

Un’area dai confini turbolenti ridisegnati col sangue delle battaglie nel corso dei secoli, fino ai giorni nostri. Una terra misteriosa, ricca di spiritualità e conflitti mai sopiti. Culture millenarie si confrontano con le sfide della globalizzazione e del turismo. C’è una forte tensione tra crescita economica e conservazione dell’identità culturale.

Appassionata di viaggi lunghi e complessi, Erika Fatland con La vita in alto ci conduce in Cina nelle provincie dello Xinjiang e Yunnan, in Tibet, Pakistan, India, Nepal e Buthan alla scoperta di territori dove svettano le cime più alte della terra e dove l’eco della storia risale ad Alessandro Magno.

Erika Fatland racconta quello che vede e sente dalle persone che incontra, e le avventure che vive in prima persona. Lo fa con l’abilità alla quale ci ha abituati, unendo il rigore storico al gusto per le storie. Un’opera di non fiction che appassiona come un romanzo, rigorosa come un saggio.

Con i due precedenti lavori l’autrice ci ha rivelato la passione per spedizioni coraggiose in paesi lontani dai nomi esotici e dall’immaginario leggendario.

Il primo libro edito in Italia (sempre da Marsilio), da noi recensito, è stato l’apprezzato e molto letto “Sovietistan. Un viaggio in Asia centrale“, tradotto in 24 paesi . Diario di viaggio attraverso le cinque repubbliche dell’Asia centrale: gli -stan Turkmenistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan nate dall’implosione dell’Unione Sovietica.

A seguire abbiamo letto anche “La frontiera, viaggio intorno alla Russia”, sempre edito da Marsilio, dove Fatland percorre il confine più lungo della terra, toccando tutti gli stati che confinano con l’immenso territorio russo.

La vita in alto. Una stagione sull’Himalaya nasce da un viaggio lungo otto mesi: da luglio a settembre 2018 e da aprile a luglio 2019. Il racconto di Erika Fatland inizia con la domanda fatidica “Dove iniziano e dove finiscono una montagna, una catena montuosa, un viaggio?”

Il viaggio di Erika Fatland comincia lungo la via della Seta, nella provincia cinese dello Xinjiang, nella città di Kashgar. Nel punto più occidentale della Cina, l’autrice aspetta a lungo che l’ambasciata pakistana di Oslo le mandi il visto per oltrepassare il valico con il Pakistan.

Kashgar è tutta un vivace mercato. Dappertutto ci sono bancarelle che offrono cibo e celebre è il mercato degli animali. Marco Polo la definì “la città più grande e magnifica della regione”. Una città che ha una storia lunga, segnata da molteplici dominazioni, quella cinese inizia soltanto nel 1757.

Nel dedalo di viuzze della città vecchia, “considerato il centro storico islamico più grande e meglio conservato di tutta l’Asia centrale”, risuonano le risate dei bambini e splendono i sorrisi delle vecchiette.

La città fu il set del film Il cacciatore di aquiloni e a ben guardare Kashgar è stata ricostruita come una scenografia, suggestiva ma troppo perfetta e poco autentica. Nel 2009 infatti le autorità cinesi ne hanno disposto la demolizione e la ricostruzione, con la scusa dell’inadeguatezza antisismica del centro storico.

Il monumento più importante è la moschea giallo-oro di Id Kah, la più grande di tutta la Cina.

Nella piazza del centro una gigantesca statua di Mao alta 24 metri è a memoria della Rivoluzione Culturale.

A pochi chilometri dal centro c’è il Mausoleo di Afaq Khoja, meta di pellegrinaggio più sacro di tutto lo Xinjiang. Le forme e i colori ricordano “gli edifici di altre città della via della Seta come Samarcanda e Bukhara”.

Chi vive in questa città da Mille e una notte? L’etnia Han è la più diffusa in Cina, tranne che nella provincia dello Xinjiang e in Tibet dove prevalgono gli uiguri, una popolazione turcofona originaria della Mongolia e della regione a sud del lago Bajkal in Russia. Dopo essere stati cacciati dalla Mongolia, gli uiguri si stabilirono nello Xinjiang fondando il regno Uiguristan, che venne poi sottomesso da Gengis Khan.

Vicende storiche complesse mostrano un territorio conteso, teatro di scontri e rappresaglie e anche di attentati da parte di terroristi uiguri che sostengono i movimenti separatisti. Per frenare queste spinte indipendentiste, la Cina dal 2017 ha internato gli uiguri nei campi di lavoro statali e ha costretto i loro famigliari ad ospitare nelle loro case dei cinesi Han per tenerli d’occhio. Non ci sono cifre ufficiali, ma si stima che un milione di Uiguri è rinchiuso nei campi di lavoro.

L’attesa del visto da Oslo è snervante, ma Erika Fatland ne approfitta per andare alla ricerca dello Shipton’s Arch, l’arco naturale più grande del mondo, meraviglia da Guinness dei primati, scoperto nel 1947 dall’esploratore inglese Eric Shipton. Una meta difficile da raggiungere, tant’è che il National Geographic nel 2000 mandò una squadra di esploratori per individuarlo.

Finalmente il visto arriva e inizia l’agognata partenza verso sud alla volta del Pakistan e dell’Himalaya. La meta è la fortezza di pietra di Tashkurgan lungo la strada del Karakorum.

A 3.000 metri si erge questa costruzione vecchia di 2200 anni, circondata da montagne alte il doppio.

Altri chilometri da macinare per arrivare al varco col Pakistan, il varco Khunjerab: con i suoi 4.700 metri è il più alto del mondo.

Villaggi e città immense. Strade nuovissime e angusti e pericolosi sentieri a strapiombo su precipizi. Laghi, fiumi, ghiacciai. Steppe desertiche e vegetazione rigogliosa. Tutto e il contrario di tutto in questa parte di mondo.

La vita in alto di Erika Fatland è un viaggio che merita di essere gustato passo dopo passo. È un diorama che mostra le stratificazioni di culture, lingue e credenze che caratterizzano questi luoghi. Un sincretismo frutto di conflitti sanguinari, a volte di matrice religiosa, altri per sete espansionistica. Territori in costante fibrillazione, che registrano la scomparsa di alcune etnie locali e esodi di massa forzati.

Esemplare è il rituale militare, la cerimonia di Wagah-Attari, che quotidianamente si ripete al confine tra India e Pakistan, lungo il valico di frontiera di Lahore. Una battaglia cerimoniale tra i due Paesi nucleari in perenne conflitto, sebbene un tempo fossero un unico paese.

La ricchezza dell’esplorazione di Erika Fatland tra territori così diversi, dal passato denso di avvenimenti, riti e leggende, ci rimanda un insieme di nomi evocativi e sogni ad occhi aperti. Pescando dal mucchio di cartoline, alcune delle tappe di un viaggio eccezionale.

Vette di settemila metri occhieggiano i viaggiatori dal massiccio del Karakorum, che si estende per 500 km dalla zona di confine tra India, Pakistan e Cina fino all’Afghanistan e al Tagikistan. Le sue montagne sono impraticabili.

Protetto da quelle vette inospitali c’è il leggendario regno di Hunza “incastonato tra il Tibet a nord, il Kashmir a est e l’Afghanistan a ovest.” I pochissimi esploratori che riuscirono a visitarlo prima che venisse costruita una strada asfaltata negli anni Settanta, lo hanno definito come un paradiso terrestre, dove l’armonia, la democrazia e la salute permettono ai suoi abitanti di vivere un secolo e mezzo. La guida di Erika le parla di un uomo arrivato a 112 anni e lui stesso ha una nonna di 100 anni ancora in ottima forma. Molti abitanti hanno la pelle chiara e alcuni persino gli occhi chiari. Quasi tutti con i capelli biondo scuro. La leggenda vuole che qui abitino i discendenti di Alessandro Magno e dei suoi soldati. La regione dello Hunza è liberale, viene data molta importanza all’istruzione, anche femminile.

La regione montuosa del Karakorum ha più di 53mila ghiacciai, è seconda solo ai Poli, ma il cambiamento climatico ne produce lo scioglimento. Un grave danno per l’ecosistema, perché i maggiori fiumi dell’Asia – Indo, Gange e Mekong – sono alimentati da questi ghiacciai.

Il rischio idrogeologico è stata la causa di una grande frana annunciata che ha travolto e sommerso il paese di Attabad in Pakistan il 4 gennaio 2010, rendendolo un lago spettacolare.

Come si fa a restare indifferenti a un luogo chiamato Prati delle fate? I pendii ricoperti di verde di questa incredibile montagna vennero così ribattezzati da un gruppo di alpinisti tedeschi negli anni ’50. Una scheggia ferma nel tempo dove si osserva il più stretto conservatorismo.

Per raggiungere i Prati delle fate la strada è ripida, stretta e a strapiombo sul vuoto. In lontananza svettano le cime del Nanga Parbat, “il massiccio più occidentale dell’Himalaya”. Con i suoi ottomila metri è la nona cima più alta del mondo e una delle più pericolose, detta “killer mountain”: “per ogni tre scalatori che raggiungono la cima, uno muore.”

Purtroppo ci sono state delle vittime del Nanga Parbat anche per mano di terroristi di Al Qaeda. Il 22 giugno 2013 un commando raggiunse il campo base e dieci alpinisti furono giustiziati. Per questo oggi gli stranieri per salire in cima sono obbligati ad avere una scorta, gratuita.

In Pakistan c’è un territorio isolato e inaccessibile, il Kafiristan, “la terra degli infedeli”. Qui vivevano i Kalash, dagli occhi azzurri e la carnagione chiara, ritenuti i discendenti di Alessandro Magno, che col suo esercito nel 326 a.C. sconfisse Poro il sovrano del Punjab. Oggi sono appena quattromila gli unici superstiti del Kafiristan.

Grazie ad Alessandro Magno a Peshawar, una delle città più antiche dell’Asia meridionale, strategicamente vicino al passo Khyber che permette l’attraversamento della catena dell’Hindu Kush, la lingua della pubblica amministrazione è stata il greco e molte delle statue buddiste del periodo hanno delle similitudini con le sculture degli dei dell’Acropoli.

Nel tormentato Kashmir, Erika Fatland fa tappa a Srinagar, la città delle famose case galleggianti. Un’astuzia edilizia ideata dagli inglesi per ovviare al divieto del maharaja di far comprare case e terre agli stranieri. Esistono ancora oggi i giardini galleggianti, fatti da erbacce e radici intrecciate a formare un tappeto spesso circa un metro sul quale si coltiva di tutto.

Secondo una leggenda Gesù, sopravvissuto alla crocifissione, fuggì in Kashmir, dove visse fino a 120 anni per essere poi seppellito nel centro di Srinagar dove appunto c’è la sua tomba.

Erika Fatland ne La vita in alto visita mete che un tempo erano raggiungibili soltanto da esploratori coraggiosi, come la città di Leh. La capitale del Ladakh, regione detta “piccolo Tibet”, a 3.500 metri di altitudine, è un trionfo di negozi di souvenir e di agenzie di viaggio che vendono il mito himalayano.

A qualche decina di chilometri da Leh c’è il monastero di Hemis. Qui secondo l’avventuriero russo Nikolaj Notovic, autore a fine ottocento del libro “La vita sconosciuta di Gesù Cristo in India e in Tibet“, è custodito un libro che racconta il girovagare di Gesù adolescente per l’india. Studiando buddismo e induismo e provando a convertire le popolazioni locali, prima di tornare in Palestina e compiere il suo destino.

Un monaco rassicura Erika Fatland della veridicità di questa storia e dell’esistenza del libro, che è stato letto dall’abate del monastero, l’unico che può toccarlo.

“L’Himalaya è una fucina di leggende di questo tipo, non solo sul salvatore cristiano, ma su lama che sanno levitare, abominevoli uomini delle nevi e recondite valli paradisiache i cui abitanti vivono nell’armonia, liberi da piaghe secolari come la vecchiaia o le malattie”.

Norbu, da 25 anni è un “amchi” cioè un praticante di medicina tibetana tradizionale. La medicina tibetana è intrecciata col buddismo e utilizza dei mantra curativi da recitare in particolari situazioni. Cos’è il buddismo? Il lama Tsewang del monastero nella valle degli Spiti lo definisce così: “Il buddismo non è una religione, bensì una scienza che tratta della vita di ognuno di noi e della verità sulle nostre vite, della natura profonda dell’esistenza e del mondo. Dobbiamo sapere come funziona il mondo per poter vivere. L’insegnamento di Buddha fa parte della liberazione”.

Il monastero di Dhankar da ottocento anni osserva il mondo da una rupe. In una sala sono conservate le maschere di legno usate durante le danze tantriche rituali: demoni con zanne sporgenti, cervi ghignanti.

Nel piccolissimo villaggio di Tabo i templi vecchi di mille anni custodiscono affreschi colorati.

Il villaggio di Gue ha legato la sua fama al monaco Tenzin, che si è automummificato per salvare il villaggio da un’invasione di scorpioni velenosi. I suoi resti sono conservati in una teca nel villaggio. La pratica dell’automummificazione ha testimonianze anche in Giappone, dove sono custoditi i resti di sedici monaci. Funzionava così. Dopo un digiuno di mille giorni per eliminare il grasso corporeo, l’ingestione di un veleno a lento rilascio. In attesa della fine, i monaci recitavano mantra muovendo una campanella. Il silenzio ne avrebbe testimoniato la morte.

Una fila lunghissima davanti a un botteghino è il colpo d’occhio su McLeod Ganj dove si trova la residenza del Dalai Lama e la sede del Governo tibetano in esilio. Una sorta di sobborgo di Dharamsala. La fila è per procurarsi i biglietti per assistere agli insegnamenti pubblici di Sua Santità.

Il mattino dell’evento una folla di turisti da tutto il mondo, monaci, esuli tibetani, pellegrini riempiva tutto lo spazio intorno al tempio in attesa del Dalai Lama. All’arrivo di Sua Santità un fremito attraversò la piazza dove erano stati allestiti dei maxi schermi. “Il Dalai Lama sembrava come sempre di ottimo umore, la sua presenza emanava calma e dolcezza. Sorrise e chiacchierò con molti pellegrini, senza far caso alla discreta impazienza dei suoi accompagnatori”.

La traduzione simultanea in varie lingue, fruibile via radio, aveva problemi di sintonizzazione e così è un mistero per Erika Fatland il motivo che faceva ridere Sua Santità insieme agli esuli tibetani.

Dharamsala è la capitale del buddismo tibetano. Rishikesh, sulle rive del Gange, è quella dello yoga. Probabilmente, anche se non praticate nessuna delle innumerevoli correnti dello yoga – Vipassana, Iyengar, Jivamukti, Bikram, Power yoga, Yin yoga, avrete sentito parlare di Rishikesh perché nel 1968 i Beatles accettarono l’invito del guru indiano Maharishi Mahesh Yogi di trascorrere tre mesi nel suo ashram, a Rishikesh appunto.

Il guru ideò la Meditazione Trascendentale, una forma di meditazione per accedere “all’intelligenza creativa dell’universo” e per sperimentare “la pace assoluta”.

Insetti e cibi speziati fecero fuggire Ringo Starr e la moglie dopo dieci giorni. Paul McCartney se ne andò dopo un mese e mezzo. George Harrison, appassionato da tempo di cultura indiana, si dedicò completamente alla meditazione, come l’entusiasta John Lennon. Dopo due mesi nell’ashram, anche Lennon e Harrison lasciarono l’india in compagnia di un sedicente guru, Magic Alex, al secolo un ingegnere elettronico greco, che mise in giro calunnie contro Maharishi. I due Beatles incanalarono tutta la delusione provata nella canzone Sexy Sadie.

Di città sacra in città sacra Erika Fatland ne La vita in alto arriva ad Haridwar. Secondo l’induismo è il luogo dove la dea Ganga “scese sulla terra dopo che Shiva ebbe liberato l’immenso fiume dai suoi capelli” dando origine al fiume Gange.

Secondo l’induismo un bagno nelle acque del Gange purifica da tutti i peccati e aiuta a raggiungere più velocemente la liberazione dal ciclo di morte e rinascita, in sanscrito moksa.

C’era una volta il regno del Sikkim. Nella regione del Darjeeling dove si beve il tè più pregiato e buono del mondo, in uno storico hotel, il Windamere, l’ultimo re del Sikkim vide la studentessa americana Hope Cooke. La diciannovenne Hope, sebbene lui fosse vedovo e con tre figli e avesse il doppio dei suoi anni, se ne innamorò e divenne regina del Sikkim. Erika Fatland, ospite al Windamere, decide di rintracciare l’ultima figlia della coppia reale, Hope Leezum, da tutti conosciuta come Semla. La donna non ha più titoli reali da quando il regno è stato annesso all’India.

Tutto il viaggio di Erika Fatland ne La vita in alto è costellato da confini da attraversare, come quello tra India e Bhutan.

Per i suoi abitanti Buthan significa “terra del drago di tuono”, simbolo nazionale che campeggia sulla bandiera. Questo piccolo regno è all’avanguardia nelle politiche “green” e infatti assorbe più anidride carbonica di quanta ne produca. Una legge impone che almeno il sessanta percento del territorio sia ricoperto da foreste.

Il Bhutan promuove la felicità al punto da averla inserita nella costituzione, che è stata adottata per la prima volta nel 2008: “lo stato deve creare le condizioni in grado di portare al raggiungimento di una felicità interna lorda”, ma il concetto di felicità in Bhutan è diverso dall’idea occidentale.

Peculiarità sparse: in Buthan non si festeggia il compleanno e non si gioca d’azzardo e il peperoncino è una vera mania, i locali lo aggiungono ad ogni piatto e viene venduto ovunque. Anche se la vetta himalayana più alta del Bhutan raggiunge i 7570, il governo ha vietato le scalate sopra i 6000 metri per non disturbare gli spiriti e gli dei che vivono a quelle altitudini.

In Buthan, come in Tibet, l’astrologia è una forma di medicina esoterica. Si crede che gli spiriti maligni provochino le malattie. Il cane è considerato l’ultimo stadio della reincarnazione prima di poter rinascere come esseri umani e con i suoi latrati tiene lontani gli spiriti.

Sull’impatto della modernità nelle società antiche e chiuse, vale la riflessione del sindaco di Merak “nessuna cultura è un museo etnografico… se una cultura non è un museo, non è nemmeno un fiore delicato che appassisce e muore solo perché deve condividere l’ossigeno con i gas di scarico e la luce elettrica”.

Il sindaco porta avanti da alcuni anni una ricerca sugli yeti. Ritiene che ce ne siano parecchi nei dintorni e lui stesso ne ha visto le orme gigantesche. Breve identikit dell’abominevole. Sono vegetariani ma ogni tanto diventano carnivori. Se si incontra un esemplare con i capelli lunghi è un maschio, quindi inciampa se si sale. Se ha le mammelle lunghe è una femmina e inciampa in discesa. Anche il console inglese Erich Shimpton trovò un’orma ritenuta di uno yeti durante una delle spedizioni sull’Everest

L’esistenza dello yeti lascia perplessi, eppure, come ricorda lo scrittore Tshering Tashi, “il takin, il nostro animale nazionale, è stato a lungo considerato una creatura mitologica, finché non venne dimostrata la sua esistenza. Idem per il papavero blu dell’Himalaya.”

Il sito dell’ente del turismo del Bhutan rivendica orgoglioso la presenza sul territorio del “leopardo delle nevi, panda rosso, orso bruno dell’Himalaya, muntiaco, la volpe del Bengala, lo scoiattolo himalayano dal ventre arancio e il misteriosissimo yeti”

A conclusione del giro in Bhutan, Erika Fatland visita la “Tana della Tigre”, il monastero incastonato in cima al ripido fianco di una montagna (quello sulla copertina del libro) e considerato il luogo di pellegrinaggio più sacro di tutto l’Himalaya.

Secondo la leggenda il monastero è stato portato sin lassù dalle Dakini, divinità femminili che lo hanno fissato alle rocce con i loro capelli. Il monastero è dedicato al padre spirituale del Bhutan, venerato in tutto il Tibet, il maestro tantrico Padmasambhava. Conosciuto anche come Guru Rinpoche.

Fondatore della scuola Nyingma, la più antica delle quattro scuole del buddismo tibetano. È considerato la reincarnazione del Buddha, per questo è noto come il Secondo Buddha.

All’ingresso del monastero c’è una grossa pietra con un punto nero. Solo chi ha un karma positivo riesce a centrare ad occhi chiusi il punto con un dito. Una volta dentro, vicino all’altare ci sono tre dadi. Si possono fare tre lanci per conoscere il proprio karma. Un’usanza clemente permette che venga considerato sempre e solo il risultato più positivo.

In Nepal, in un piccolo villaggio vicino ad Anini, Siepa Melo è lo sciamano più potente. Da sedici anni un antropologo tedesco lo va a trovare per documentare riti e canti tradizionali, affinché non vadano persi. Il sapere da preservare sembra infinito.

Lo sciamano è un intermediario tra l’uomo e lo spirito. Gli spiriti sono suscettibili di fronte alla mancanza di rispetto dell’uomo nei confronti della natura.

La tappa in Nepal è l’occasione per Erika Fatland di rivederne dopo 16 anni la capitale, Kathmandu, che le appare più caotica, sporca e squallida di un tempo. Insieme all’interprete raggiunge il più antico tempio induista della città, Pashupatinath, uno dei più sacri di tutta l’Asia. Solo gli indù possono accedere al luogo più sacro. Poco distante, vicino a uno sporco fiumiciattolo, dei sacerdoti preparano delle pire funebri.

L’incontro con uno yogi, un asceta, è l’occasione per scoprire qualche informazione in più sull’induismo. Ci sono trentatré milioni di divinità, che sono espressione di un unico Dio. Ogni mese il giorno della luna piena è celebrato con la ricorrenza di Purmina ed è speciale per gli induisti.

Kathamndu ha divinità ancestrali, ma anche una divinità in carne ed ossa, la cosiddetta “dea vivente”, la kumari devi, la dea bambina, che esce di casa solo 13 volte l’anno, portata in processione, senza mai toccare il terreno.

Solo gli indù possono farle visita. “La tradizione della dea bambina è una pratica secolare del popolo dei newa, l’etnia indigena originaria della valle di Kathmandu”.

La dea bambina, la kumari, ha più significati: per gli induisti è la reincarnazione della dea Taleju, per i newa è la reincarnazione di Bajra Devi, una dea tantrica buddista.

Finalmente è giunto il momento della spedizione sull’Everest. Con la pista di atterraggio di Kathmandu chiusa, le spedizioni del versante nepalese partono da Lukla. Bisogna far parte di una spedizione per ottenere il permesso di pernottare all’Everest Base Camp.

“Muoversi ad alta quota è un esercizio di lentezza” perché bisogna fare tappe brevi per permettere al corpo di abituarsi. E questa abilità varia da persona a persona. C’è chi soffre del mal di montagna già a 2000 metri.

Gli scienziati hanno scoperto che per gli sherpa, che vivono sulle montagne dal Cinquecento, le cellule del corpo consumano meno ossigeno. Vivere a 8.000 metri è impossibile per qualunque essere umano.

Erika Fatland ci spiega come “George Everest, l’inglese incaricato di mappare e misurare l’India tra il 1830 e il 1843 non si è mai neanche avvicinato alla montagna che porta il suo nome“.

Sull’Himalaya c’è anche la base scientifica più alta al mondo ed è italiana. Fondata nel 1990, ha la forma di una piramide in vetro come quella del Louvre, sotto la quale c’è un rifugio. L’attività prevede il monitoraggio dell’inquinamento dell’aria, dello scioglimento dei ghiacciai e dell’attività sismica. Purtroppo gli inarrestabili cambiamenti climatici avranno conseguenze sempre più devastanti per tutto l’ecosistema.
Affascinante seguire Erika Fatland attraverso la grandiosità dell’impresa di scalare l’Everest. Si sale a tappe: 6.119 metri di altitudine, poi .6492 m infine 7.470 m. Ci vogliono circa due mesi per fare questi giri di acclimatamento e vivere in tenda in attesa di poter partire è dura.

A impresa compiuta ogni scalatore deve riportare via otto chili di spazzatura quando ridiscende la montagna, altrimenti perde il deposito di quattromila dollari. L’inviolabile Everest è invaso dai rifiuti di plastica e anche da quelli umani.

L’anelito verso l’alto si tinge di nero con il fenomeno delle vedove degli sherpa. Sono gli sherpa che aprono la strada portando corde e scale che poi saranno utilizzate dagli scalatori e molti muoiono durante questa pericolosa fase preliminare.

Altra pagina dolorosa deI Nepal è la tratta di esseri umani. Si stima che ogni giorno 30 ragazze vengano vendute e portate in India a lavorare nei bordelli o come domestiche presso famiglie facoltose che le trattano come schiave.

Anche per le persone LGBT la vita non è facile. C’è tanto oscurantismo e violenza. Per le persone trans è più sicuro andare in Tailandia per ricevere aiuto e cure adeguate, eppure paradossalmente in Nepal esiste un concorso di bellezza “Miss Pink” dedicato alle persone trans.

Il girovagare di Erika Fatland prevede una tappa nel luogo di nascita di Siddharta Gautama, il Buddha, l’Illuminato, nell’area di Lumbini. Dal 1997 è Patrimonio dell’umanità UNESCO. Un territorio arido punteggiato da rovine antiche.

Sempre al confine tra Tibet e Nepal c’è il piccolo regno buddista del Mustang, indipendente fino al Settecento quando fu annesso al Nepal. Il regno però è sempre stato più legato al Tibet che al Nepal, come testimoniano gli abitanti locali che parlano il dialetto tibetano, si vestono alla tibetana e praticano il buddismo tibetano.

Fino al 1992 la regione era inaccessibile agli stranieri e ancora oggi si scoraggia il turismo con delle tasse molto alte all’ingresso.

A Jomsom, dove c’è la pista di atterraggio, a sei ore di macchina dalla capitale Lo Manthang, c’è il tempio sacro a Visnu “Muktinath”: è ritenuto un luogo talmente sacro che chiunque lo visiti dopo la morte va direttamente in paradiso.

Lo Manthang è circondata da mura rosse che racchiudono 177 edifici che risalgono alla fondazione del regno. I tre templi custodiscono tutti degli affreschi antichi di settecento anni, dettagliati e minuziosi, e la statua del Buddha.

Lasciata la capitale del Mustang in sella a dei cavalli per andare a visitare un posto lì vicino, la spedizione incrocia il raro leopardo delle nevi. La comitiva arriva a un villaggio dove in un museo sono custoditi resti umani e pitture murali buddiste. Nel Mustang sono state individuate circa diecimila grotte scavate dall’uomo, alcune risalgono a tremila anni fa. Prima usate come luoghi di sepoltura, poi come abitazioni, magazzini, luoghi di meditazione.

In tutta questa eternità, la guida di Erika Fatland, Savitri, chatta su Tinder con un italiano che lavora e vive nella giungla del Nepal meridionale, mentre aspettano di bere qualcosa nella sala da pranzo della loro pensione a Lo Manthang.

Nel Nepal nord occidentale esiste la poliandria, cioè la donna può avere più mariti. In genere sposa due fratelli per permettere ai maschi di non dividere le terre e l’eredità paterna.

In questo angolo di Nepal c’è il letto sassoso del fiume Kali Gandaki. “Kali è una delle divinità più potenti e temute del pantheon induista: è la Madre dell’Universo, la distruttrice delle forze del male, la dea della potenza e del tempo” per questo è raffigurata con una collana di teschi al collo e una spada insanguinata in una delle quattro mani.

Il fiume Kali Gandaki serpeggia nel Mustang e oltre, verso sud, fino a unirsi al Gange nel Golfo del Bengala. La sua origine si perde nella notte dei tempi. Il fiume scorreva ben prima che la placca indiana si scontrasse con quella euroasiatica, quando c’era un oceano a coprire l’Eurasia. Circa duecento milioni di anni fa c’era l’oceano Tetide, ora scomparso. Per questo le rocce “sono costellate di fossili marini, di ammoniti, estinti sessantacinque milioni di anni fa insieme ai dinosauri”

“Per il viaggiatore attraversare un confine è un rito di passaggio: si lascia una realtà con la quale si è appena iniziato a prendere dimestichezza per ritrovarsi catapultati in un’altra, completamente sconosciuta”.

Tempesta maledetta - Alex Connor

Torna Alex Connor e ci regala un thriller dal ritmo incalzante dove la storia si divide in due ambientazioni: da una parte il ventunesimo secolo, Venezia, Londra e New York afflitte dal Coronavirus, dall’altra, invece, il sapore senza tempo di una Venezia nel 1500, dove imperversa la “morte nera”, la peste.

Il pittore Giorgione e la sua musa Florenza, da un lato, tre donne prive di scrupoli e due commerciarti d’arte assassinati, dall’altro. Al centro della narrazione c’è un dipinto trafugato: Tempesta, appunto, la celebre opera di Giorgione datata intorno al 1502-1503 che raffigura una donna, la cingana o zigagna, intenta ad allattare il suo pargoletto mentre un soldato la osserva poco lontano. Sullo sfondo, un cielo trafitto da fulmini.

Il dipinto, commissionato da Gabriele Vendramin, secondo l’interpretazione che ne fornisce la Connor raffigura proprio l’amante di quest’ultimo, Florenza, che diventerà l’amore perduto e tormentato di Giorgione, al secolo Giorgio Barbarelli da Castelfranco, celebre artista che morì di peste nel Lazzaretto Nuovo e di cui oggi non c’è alcuna lapide a marcare la tomba, come ci spiega l’autrice sul finale, fornendoci anche un ritratto dello stesso.

"Riesco a vederti, Florenza, in piedi di fronte a me. Sorridente, due lievi fossetto ai lati della bocca. Le ho dipinte, nel mio ritratto, La Tempesta. Ho preso un pennello con non più di una dozzina di setole e l’ho estratto dalla terra d’ombra mischiata all’olio di semi di lino e poi ho sfiorato la tela. Un movimento appena, ma sufficiente ad accennare ciò che la natura ti ha donato".

Amore e morte, dunque. Ma anche amore e arte, amore e rancore, quello di Lily Schiele, il giglio, l’amante, o meglio, una delle donne di Thomas Middleshaw, commerciante d’arte malato di Covid ma ucciso barbaramente con della vernice. In tutto ciò dovrà indagare una nostra vecchia conoscenza, Gil Eckart, investigatore privato esperto d’arte che già avevamo incontrato in Cospirazione Caravaggio e che dovrà combattere contro un killer in carne e ossa, ma anche contro uno invisibile: il virus, appunto.

"Non ci saranno più le guerre di una volta, i carri armati a passare sul filo spinato, o eroici aeroplanini fatti esplodere in cielo. È una battaglia da codardi, da vili nemici sconosciuti".

Con questa sua penultima fatica edita da Newton Compton (l’ultima è I Cospiratori di Venezia, seguito de I Lupi di Venezia), la Connor si divide tra due storie, una che affonda le radici nel passato, l’altra che ci parla delle paure attuali, delle incertezze dell’oggi, flagellato dalla pandemia tutt’ora in corso.

È inevitabile, per il lettore, cercare delle analogie con quel passato, riconoscere uno schema che si ripete, anche a distanza di secoli, e un’umanità che tende a dividersi sempre tra speranza e paura, tra fede e panico.

"Sembra esserci un ritmo nelle morti. La mattina presto, all’alba, si sentono i lamenti, gente che strilla, prega, alcune grida, alcune sprezzanti bestemmie, e poi si iniziano a sentire i carri. Soldati, monaci, alcuni preti, vengono tutti a raccogliere i cadaveri sui cavalletti di legno che sono macchiati di sangue e fluidi corporei. Li puoi sentire arrivare a una porta, bussare, aspettare, e, qualche istante dopo, ecco il rumore delle ruote che si allontanano sul selciato. Altri arrivano per sprangare le porte delle case in cui tutta la famiglia è appestata. Li senti bussare incessantemente e gridare di liberarli mentre il legno viene inchiodato all’entrata. Quando dipingono la croce rossa, non producono alcun rumore, anche se riesco a immaginare le setole dei pennelli che si piegano mentre imprimono il loro messaggio sulla porta sprangata".

Giorgione verrà nascosto e salvato dal medico Fonte. Per Gil Eckart, invece, si profilerà un destino diverso: dovrà uscire tra le strade deserte, dove solo chi è munito della famosa autocertificazione può circolare, e scovare un assassino che sembra impalbabile e invisibile proprio come il virus.

Il ritmo è incalzante, la scrittura fluida e Alex riesce a trovare un buon compromesso tra la necessità di azione che richiede la trama, gli approfondimenti psicologici sullo stato d’animo dei personaggi e quel non so che di nostalgico per un passato che ci accomuna e che, oggi, sembra più attuale che mai.

Fendente - Antoine Maillard

Un thriller sofisticato sulle inquietudini e le pulsioni nascoste dell’adolescenza. Vincitore del premio Polar per il miglior fumetto crime al Festival di Angoulême 2022.

Una piccola, tranquilla città sul mare è sconvolta da una catena di brutali omicidi. Un serial killer misterioso colpisce di notte, con una mazza da baseball. Le vittime sono ragazze e ragazzi del locale liceo. Pola ha visto qualcosa di troppo, i suoi amici Daniel e Ralf vogliono aiutarla, e tutti e tre diventano a loro volta bersagli…

L’impressionante esordio di un nuovo talento del fumetto francese. Maillard cita i film “slasher horror” e il cinema noir americano degli anni Cinquanta, crea atmosfere tra realtà e incubo alla David Lynch, sovverte i codici di genere. Per approdare al racconto del disagio e delle ferite dell’età giovane.

Una cittadina sul mare, con le case ordinate e le strade deserte. Due ragazze del liceo vengono brutalmente assassinate. È solo l’inizio di una serie di efferati delitti, opera di un misterioso killer che massacra le sue vittime a colpi di mazza da baseball. La paura si diffonde tra gli adolescenti. Pola, che ha visto qualcosa di troppo, ha già i suoi problemi a causa di una madre alcolista. Le sono vicini solo Ralf e il timido Daniel: anche lui, dietro il velo dell’apparente normalità, è alle prese con una madre soffocante e oppressiva. Ma ora tutti devono guardarsi dal Male che, come nei migliori thriller, si nasconde nel posto più improbabile.

Antoine Maillard, in questo esordio dalla lunga gestazione, gioca con i codici di genere dimostrando una grande maestria grafica e narrativa. Ne viene fuori un libro denso di citazioni, che strizza l’occhio ai film “slasher horror” per adolescenti dove un maniaco omicida dà la caccia a giovanissime vittime, ma evoca anche atmosfere degne di grandi classici del cinema noir anni Cinquanta e Sessanta, da Hitchcock a John Huston, dove la suspense scaturisce da un intreccio sofisticato e da una messa in scena raffinata. Perché non sono i delitti, il movente e la personalità dell’assassino ad appassionare l’autore, quanto le reazioni e i cambiamenti che questi provocano nei protagonisti.

«Tutto è iniziato con una riflessione sui legami tra cinema e fumetto, tra le opere di Daniel Clowes e quelle di David Lynch. Ho provato a mettere su carta le atmosfere dei miei film preferiti, soprattutto di quelli rivolti ai giovani. Il disagio adolescenziale, con i suoi dubbi e umori quotidiani, mi affascina assai di più della violenza».
ANTOINE MAILLARD

«Maillard denota una maturità sbalorditiva... È nelle tonalità del grigio che si nasconde il segreto di questo libro: nel suo rifiuto di offrire un quadro preciso intorno al quale circoscrivere la storia. Fendente scava nel non detto, gioca con i cliché, per attirare i lettori verso qualcos'altro».
LIBÉRATION

«Armato della sua matita, l’autore ha scolpito la luce per creare un’atmosfera pesante e irreale, nutrita dai suoi ricordi di adolescente della generazione VHS… Un horror all’ombra di David Lynch e John Carpenter».
LE FIGARO

Nella terra dei peschi in fiore - Melissa Fu

"È straziante pensare che dopo quasi un secolo non sia cambiato nulla. Resto ogni volta sconvolta dalle notizie che arrivano dall'Ucraina. Ma forse lo spirito di sopravvivenza degli esseri umani resisterà e troverà modo di prosperare. Credo che ovunque ci siano crudeltà e spietatezza, ci sia anche l'opportunità per le persone di mostrare la loro natura migliore, per esempio aiutandosi a vicenda. A proposito della guerra in Cina, mio padre una volta ha detto: 'In qualche modo, più le cose peggioravano, più alcune persone diventavano gentili'. Credo che sia vero. Devo credere che sia vero". Melissa Fu, americana di origini cinesi, è l'autrice del romanzo Nella terra dei peschi in fiore che attraverso un racconto lungo quasi un secolo, tre generazioni e due continenti apre uno squarcio sulla storia della Cina dell'ultimo secolo, dall'avanzata dei giapponesi nel '38 passando per i bombardamenti del Secondo conflitto mondiale e la guerra fredda sino ai giorni nostri.

Il libro riprende, romanzandola, la storia di suo padre che in quella Cina è nato e sotto quelle bombe è fuggito a Taiwan per poi approdare negli Stati Uniti dove si è costruito una nuova vita. Di più: una nuova identità, con un nome americano. E tocca temi importanti come i legami familiari che resistono, l'identità e le nostre radici, la guerra e le migrazioni, il senso di appartenenza e, di contro, lo sradicamento che si prova nella ricerca di un luogo da chiamare casa. "Sono temi eterni, tragicamente resi ancora più attuali dalla situazione in Ucraina che ci ha messo davanti alcuni degli aspetti più dolorosi di questi temi. Nel libro, attraverso la storia di Renshu e di sua madre Meilin cerco di umanizzare una situazione inimmaginabile che ti travolge: forse per questo molti hanno trovato dei paralleli tra ciò che i miei personaggi affrontano e le notizie provenienti dall'Ucraina", spiega l'autrice dal Regno Unito, dove ora vive. Leggendo infatti della fuga dei protagonisti dalle città in fiamme sotto le bombe, delle corse nei rifugi antiaerei troppo affollati dove si muore per soffocamento, la mente non può non andare a Kiev e Mariupol, dove tutto questo sta succedendo ora.

Il libro è anche in parte la storia della sua famiglia. Perché ha deciso di raccontarla ora?
"Il libro nasce da un racconto che avevo scritto in precedenza, per celebrare la vita di mio padre e gli alberi da frutto che ha coltivato nei suoi ultimi anni. I protagonisti sono gli stessi che incontriamo nella parte finale del romanzo: una giovane ragazza, Lily, e suo padre, Henry. Dopo aver scritto questa storia, ho capito che non avevo finito, che questi personaggi avevano ancora qualcosa da dire. Dovevo tornare indietro nel tempo, all'infanzia di Henry in Cina e a Taiwan. È stato allora che sono emersi i personaggi di Meilin e Renshu (Henry da ragazzo). Perché lo racconto ora? Ho dovuto comprendere meglio mio padre e le scelte che ha fatto. E ci sono riuscita dopo che anche io mi sono trasferita con mio marito in un altro Paese 15 anni fa. È stato difficile adattarsi e anche se le circostanze del nostro trasferimento e di quello di mio padre erano diverse, ho capito cosa si prova a creare una nuova casa dopo essersene lasciata una alle spalle. Anche essere diventata madre mi ha fatto riflettere sulle esperienze di mia nonna paterna, giovane madre in tempi così turbolenti in Cina e a Taiwan. Allo stesso tempo, ho avvertito l'urgenza di raccontare questa storia. Mio padre è morto mentre stavo ancora scrivendo il libro e molti della sua generazione stanno scomparendo. Le loro storie andranno perdute se non vengono raccontate. Non si può più aspettare, sembrava dirmi la storia, il momento è adesso".

E quanto ha messo di lei in Lily, o in Meilin o in altri personaggi? E ovviamente di suo padre in Renshu-Henry?
"È una domanda con la quale mi sono confrontata spesso durante la stesura del libro. Credo ci siano parti di me in tutti i personaggi. Molte delle esperienze di Lily sono simili a quelle che ho vissuto io da ragazzina. E anche se Henry è basato su mio padre, credo che mio padre fosse molto più divertente! Più scrivevo, più entravano elementi di fantasia e questo mi ha permesso di immaginare situazioni ed esplorare storie che andavano oltre quelle della mia famiglia. Il manoscritto è diventato una sorta di universo parallelo alla storia della mia famiglia: ci sono le persone reali e i miei personaggi, e ogni tanto le loro vite si intersecano. Condividono una conversazione, un luogo o un oggetto, e poi continuano per la loro strada fino a quando non si incrociano di nuovo".

Cosa rappresentano invece i peschi in fiore del titolo?
"Il titolo richiama una poesia cinese dove un pescatore scopre un boschetto di peschi in fiore che conduce a una terra magica e pacifica. Dopo avervi trascorso un po' di tempo, torna a casa per raccontare questo luogo ai suoi amici e alla sua famiglia. Ma quando vanno a cercarlo, non riescono più a trovarlo. Quando l'ho letto, ho pensato: E se il pescatore fosse rimasto? Cosa avrebbe perso? Cosa si sarebbe lasciato alle spalle? Sebbene la poesia sia stata scritta nel V secolo, il dilemma del pescatore è lo stesso che tormenta Renshu nel romanzo. Quando arriva nella terra promessa d'America, deve decidere se restare o tornare alla vita e al paese che conosce".

Renshu ama molto le storie che sua madre gli racconta nei momenti più duri. E per lei che significato hanno i racconti o più in generale i libri?
"Ho sempre amato le storie, soprattutto le fiabe e i racconti popolari che non mi stanco mai di rileggere trovando ogni volta qualcosa di nuovo di cui stupirmi. La lettura è il modo in cui do un senso al mondo, trovando risonanze tra le mie esperienze e quelle degli altri. Che possono essere immaginari o reali, vivere in un'altra epoca o in un altro Paese, ma in qualche modo riesco sempre a trovare uno spirito affine in un libro. Da bambina leggevo voracemente, prendendo grandi pile di libri dalla biblioteca ogni settimana. E leggo ancora in quel modo. In questo momento, sto leggendo i libri di altri autori esordienti come me, per vedere come loro hanno affrontato questa sfida. Certi giorni, non sono ancora sicura di come ci sia riuscita io!".

All'orizzonte - Benjamin Myers

Sono due le forze principali che muovono la narrazione del romanzo “All’orizzonte” di Benjamin Myers (autore e giornalista inglese, tradotto per la prima volta in Italia): quella della natura, che si manifesta nelle minuziose descrizioni della brughiera dello Yorkshire, e la quella della letteratura, che riecheggia nei romanzi di Lawrence che il protagonista, Robert, divora notte dopo notte. Due forze interconnesse che convergono nella maturazione finale del giovane, e che lo accompagnano nel suo passaggio verso l’età adulta, aiutandolo a trovare la propria strada e vocazione…

Robert Appleyard ha sedici anni e un futuro già scritto davanti a sé. Per lui, crescere equivale a seguire le orme di suo padre, di suo nonno e di tutti gli uomini della famiglia che lo hanno preceduto. Significa rassegnarsi a una vita “giù in miniera”, sistemarsi presto, avere dei figli e invecchiare rapidamente. Ma Robert non è ancora pronto a una vita sottoterra e, in un’ultima estate di fuga e ribellione, intraprende un viaggio che cambierà per sempre la sua vita.

Ambientato nell’Inghilterra dell’immediato dopoguerra, All’orizzonte (Bollati Boringhieri, traduzione di Simona Garavelli) è il nuovo romanzo dell’autore e giornalista inglese Benjamin Myers, che approda così per la prima volta in Italia.

La ricerca di una dimensione identitaria e un senso di avventura tipici dei romanzi di formazione conducono il giovane Robert nei pressi di una baia sulla costa dello Yorkshire. È lì che il ragazzo si imbatte in Dulcie Piper, un’eccentrica signora che vive sola con il suo pastore tedesco.

Dulcie è diversa da qualunque altra donna Robert abbia mai incontrato prima: indossa abiti stravaganti, persino i pantaloni, e, proprio come un uomo, guida la macchina e fuma i sigari. Ritiene che la religione sia un “abracadabra insegnato ad arte”, impreca e bestemmia quando lo ritiene necessario e sembra aver viaggiato attorno al mondo intero. La donna gli offre cibo e ospitalità e Robert, affascinato dai suoi racconti, decide di sospendere il suo viaggio per fermarsi qualche giorno insieme a lei, dandosi da fare con i lavori di manutenzione della casa.

Così, dal giardino del suo piccolo cottage sulla scogliera, Dulcie mostra a Robert le cose più diverse: gli propone cibi nuovi ed esotici, gli insegna a fare il miele e a preparare infusi di ortiche e, soprattutto, lo inizia alla letteratura e alla poesia. Giorno dopo giorno, lo aiuta a conoscere (e a costruire) la sua vera identità. E anche Robert, mosso da quella curiosità mista a ingenuità tipica della giovinezza, sarà per Dulcie un’opportunità di crescita. Il ritrovamento di un dattiloscritto dimenticato, firmato Romy Landau, risveglierà nella donna un antico dolore, ma la presenza di Robert l’aiuterà finalmente ad affrontare i fantasmi del suo passato.

Sono due le forze principali che muovono la narrazione de All’orizzonte: la prima, quella della natura, che si manifesta nelle minuziose descrizioni della brughiera dello Yorkshire, nei percorsi sotterranei scavati dai tassi che guidano Robert fino al cottage di Dulcie e nell’infrangersi dell’oceano sulla scogliera di cui il ragazzo sente un richiamo lontano; e la forza della letteratura, che riecheggia negli insegnamenti della donna, nei romanzi di Lawrence che Robert divora notte dopo notte, e che, infine, esplode nelle poesie di Romy, unico vero amore di Dulcie, la cui ultima, tragica raccolta dà anche il titolo al romanzo di Myers.

Due forze interconnesse che convergono nella maturazione finale del giovane, che lo accompagnano nel suo passaggio verso l’età adulta: se nella contemplazione della natura Robert riesce infatti per la prima volta a incontrare sé stesso, un sé spogliato della sua pelle di adolescente, libero da qualunque aspettativa esterna e da ogni pregiudizio, è invece nella letteratura, attraverso il potere della parola, che si realizza pienamente, che trova la propria strada e vocazione.

Il profondo rapporto con la natura si accompagna a continue riflessioni sul dualismo vita/morte, sull’inevitabile scorrere del tempo e su un senso di libertà che si identifica con la ribellione. Per Dulcie, infatti, vivere davvero (e non semplicemente sopravvivere) equivale a un atto sovversivo: significa “buttare nel fosso agende e calendari, rompere gli orologi e fare marameo al tempo”, lasciando che il presente duri per sempre e liberandosi da quelle catene che tengono imprigionata l’umanità.

Numerosi sono anche i riferimenti all’epoca della post-industrializzazione, associati a una sottile critica sociale. Tutti temi già cari all’autore ed esplorati anche in alcuni dei suoi libri precedenti come The Gallows Pole, romanzo storico che gli è valso un Roger Deakin Award e un Walter Scott Prize nel 2018, e Beastings vincitore del Portico Prize for Literature nel 2015, ancora inediti in Italia.

Vedi tutti

Ultimi post inseriti nel Forum

Nessun post ancora inserito nel Forum

I miei scaffali

Le mie ricerche salvate

Non vi sono ricerche pubbliche salvate