Fake accounts
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Libri Moderni

Oyler, Lauren

Fake accounts

Abstract: New York. Una giovane donna con opinioni molto decise sulla Rete, di cui pure fa uso nella vita privata e su cui si fonda il suo mestiere, sbircia il cellulare del suo ragazzo, Felix, e scopre che è un celebre complottista anonimo. Questo spiega in parte il suo distacco e la sua elusività, ed è quasi un sollievo, perché le offre una buona ragione per lasciarlo, come già stava pensando di fare. Ma poi un incidente fa precipitare la situazione, e la protagonista di questa storia decide di lasciare New York e tornare a Berlino, dove lei e Felix si sono conosciuti. Qui si immerge in un mondo di expat, che come lei sembrano dotati di identità evanescenti e si guardano bene dal mettere radici, tutti sospesi in una sorta di acquario, in attesa di non meglio precisate certezze. Chiaro che di gente così non ci si può fidare, come del resto di Felix. E di lei ci possiamo fidare, noi che leggiamo la sua storia e ascoltiamo divertiti e sconcertati la sua versione dei fatti? Mentre scandaglia le app di incontri alla ricerca di distrazioni, la nostra protagonista scoprirà che non tutto è come sembra, anzi, tutto è come non sembra. Un ritratto lucido e sarcastico del nostro mondo, in bilico tra la realtà e il racconto che ne facciamo, i fatti e la loro messa in scena accuratamente orchestrata perché appaia attraente a chi la guarda attraverso uno schermo.


Titolo e contributi: Fake accounts / Lauren Oyler ; traduzione di Marta Barone

Pubblicazione: Firenze ; Milano : Bompiani, 2022

Descrizione fisica: 319 p. ; 21 cm

Serie: Narratori stranieri

EAN: 9788830109216

Data:2022

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.)

Paese: Italia

Nomi: (Traduttore)

Soggetti:

Classi: 813.6 NARRATIVA AMERICANA IN LINGUA INGLESE, 2000- (0)

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2022
  • Target: adulti, generale
Testi (105)
  • Genere: fiction

Sono presenti 4 copie, di cui 1 in prestito.

Biblioteca Collocazione Inventario Stato Prestabilità Rientra
Vicopisano 813 OYL 1 0030-29921 Su scaffale Disponibile
Lari na 813.6 OYL 1 0070-17247 Su scaffale Disponibile
Pisa SMS 810 OYLE fak 0250-86166 In prestito 28/12/2022
Ponsacco 813 6 OYL fak 0110-23452 Su scaffale Disponibile
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La trama del romanzo di debutto di Lauren Oyler potrebbe essere benissimo questa: giovane critica in ascesa, astro nascente della scena letteraria, scrive un romanzo che viene innalzato preventivamente a caso letterario, inondando le timeline di lodi sperticate, profili e interviste su tutti i siti maggiori, per poi venire derubricato a fallimento plateale, uno scherzo di cattivo gusto, scatenando un dibattito serrato fatto di tweet allusivi e DM e screen di newsletter che cercano di ricostruire l’ordine dei fatti, senza che nessuno dei lettori di quegli articoli possa mai mettere mano sul libro in questione. L’atto finale prevede il ritiro dal commercio di suddetto volume - per poi scoprire che il libro non esiste, che Lauren Oyler non esiste e che il mondo là fuori è pieno di profili finti.

Fake accounts non parla di questo, anche se è quello che più o meno è accaduto all'hype intorno alla sua pubblicazione (avvenuta lo scorso 2 febbraio): è la storia di una giovane redattrice newyorkese che scopre che il ragazzo gestisce in segreto un account Instagram piuttosto seguito di teorie cospirazioniste. Prima che riesca a piantarlo, il ragazzo muore tragicamente in un incidente, mentre lei si trova alla Women’s March a Washington DC (il libro è ambientato durante i primi mesi dell’amministrazione Trump). La ragazza, triste - più per non essere riuscita a capire il fidanzato che per la sua effettiva scomparsa - decide allora di trasferirsi a Berlino dove, in assenza di qualcosa di preciso da fare, crea un profilo su OkCupid con l’unico intento di ingannare ogni ragazzo con cui esce, inventandosi ogni volta una storia diversa, così implausibile e iperspecifica da dare l’impressione di essere vera.

“Il mio inganno non sarebbe stato egoista, crudelmente manipolatorio nei confronti di innocenti alla ricerca dell’amore, ma una ribellione contro un intero modo di pensare, che voleva dire non pensare affatto, ma limitarsi ad accettare qualsiasi cosa ti venisse proposta”, spiega. Pessoa diceva che “il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”, e forse è così che la protagonista di Fake accounts sceglie di consumare il suo lutto, abbracciando l’indicibilità di una situazione tragica (la morte di un fidanzato che nessuno sapeva sarebbe stato presto un ex) in un mondo che sembra sempre più surreale (Trump, i tweet, le cospirazioni), in cui persino la richiesta di sospensione dell’incredulità dei romanzi sembra ben poca cosa di fronte alla stessa realtà.

Lauren Oyler è conosciuta principalmente per le sue recensioni spietate, in cui smonta un pezzo alla volta i casi letterari dell’anno (il suo pezzo su Jia Tolentino ha mandato in crash il sito della London Review of Books, stesso clamore ha avuto quello su Sally Rooney) spiegando con pazienza perché si tratti di casi e non di capolavori: si è guadagnata, insomma, il ruolo di castigatrice dei prodotti culturali, di quei libri scritti come serie televisive e che poi diventano serie televisive, pronta a punire tutti i gusti facili che ci sono stati presentati come sofisticati. Da un certo punto di vista il suo ruolo è opposto e identico a quello della stampa contro cui si batte e si nutre dell’erotismo della punizione, ma non per questo non ha ragione, anzi è bravissima nel suo lavoro.

Nel mondo editoriale accade però che alcuni ruoli calzano così bene che sembra poi impossibile liberarsene: viene da chiedersi se questo libro possa essere letto a prescindere dal personaggio pubblico che ha Oyler oggi - e, più in generale, fa interrogare su cosa accade quando gli autori sono già noti, quasi dei brand, e i libri finiscono per diventare un effetto secondario del loro successo.

Ecco perché Fake accounts potrebbe essere la storia di un libro che non esiste; serve leggerlo per capirlo? Se è impeccabile sui libri degli altri, quello di Oyler è un esercizio di non-stile ironico, con un incipit perfetto (“L’opinione comune è che il mondo stava finendo o che presto avrebbe iniziato a finire, se non per qualche catastrofe ambientale di dimensioni esponenziali, allora per una qualche combinazione di guerra nucleare, sistema bipartitico americano, patriarchia, supremazia bianca, gentrificazione, globalizzazione, fuga di dati, e social media”), una sezione che si fa beffe dello stile frammentario da memoir riflessivo e la consueta mancanza di trama a suggerire che il mondo finisce non un’esplosione, ma con un sospiro.

Sarebbe ingenuo non aspettarsi da Oyler, che la critica la fa di mestiere e quindi è perfettamente consapevole delle questioni di struttura e percezione, un libro anche metaletterario: Fake accounts parla di sé (cioè cosa accade alla finzione letteraria al tempo di internet) mentre parla di altro (internet è il mondo e quindi non possiamo più fidarci di quello che vediamo) in modo così poco velato che mi chiedo se invece di una storia non siamo solo di fronte a una tesi. Il libro, a partire dal titolo, gioca sul confine tra possibile e incredibile, tra fiction, autofiction e nonfiction (la stessa Oyler non fa molto per distanziarsi dalla protagonista del suo romanzo) e quando scrive “dicono che compensassi la mia disperazione con l’irriverenza; non serviva che fossi brillante tutto il tempo” dimostra di essere anche un’ottima critica di se stessa.

È facile cadere nella trappola del libro: sezionarlo pezzo per pezzo, facendone una critica spietata - le stesse autopsie che fa Oyler - così da vendicare i libri maltrattati da lei oppure trattarlo con distacco e superiorità, farne dell'ironia facile e condivisibile, per cui ci sentiamo tutti migliori (e qualcuno allora potrà dire, beh, almeno lei ci ha provato). Entrambi gli approcci sono degli win-win per Oyler.

“La maggior parte delle cose che leggevo o iniziavo a leggere online non miravano ad esaminare qualche specifica controversia ma a riaffermarne un’analisi superficiale e ampiamente condivisa o a indicarne una a cui la maggioranza delle persone sarebbe potuta arrivare, se mai avesse deciso di farlo”, racconta la protagonista e il libro è un continuo tentativo di dimostrare che siamo (pre)disposti a scambiare impressioni per fatti comprovati, che lo scollamento tra verità e finzione è talmente profondo da essere incolmabile - suggerisce che, se online e offline sono la stessa cosa, tanto vale smettere di essere qualcuno e reinventarsi all’infinito. Agli appuntamenti con gli uomini abbina la sua personalità ai segni zodiacali, perché tanto nessuno dei due è dimostrabile scientificamente.

Fake accounts è insomma un esercizio di ironica consapevolezza sul fatto che il mondo è solo interpretazione, in odore di vago nichilismo - ma tutta questa consapevolezza, tutto questo disincanto servono a qualcosa o sono solo fine a se stessi, uno sfoggio di intelligenza?

Forse vale la pena chiedersi perché niente importi e se questo è il miglior nichilismo che ci spetta. Se la protagonista del libro non ha nome, anche la sua personalità non è niente più che una serie di opinioni spietate, di automatismi, in cui non si rileva neanche un sentimento sincero: ma forse l’ironia di fondo è questa? che le personalità sono prodotti di algoritmi? Non è un caso che Tolentino e Oyler appartengano della stessa generazione: quella che crede all’autenticità, che riflette sui social, quella per cui internet è passato da essere un luogo in cui andare a un oceano che ha sommerso tutti, senza aver dato la possibilità di imparare a nuotare.

“A malincuore, ammetto di essere un membro della mia generazione”, scrive in Fake accounts. “Se diamo valore all’autenticità è perché fin da quando eravamo preadolescenti impressionabili siamo stati bombardati dalla falsificazione ma, allo stesso tempo, grazie a quel periodo incontaminato tra la nostra nascita e il momento in cui i nostri genitori hanno installato i primi modem, siamo perfettamente in grado di riconoscere i modi in cui noi stessi con nonchalance ci abbandoniamo al falso”.

Non è bizzarro, ma un po’ deludente che il romanzo di Oyler sia un prodotto dello stesso cliché contro cui combatte, quello del millennial vittima del ricatto moralista di fare la cosa giusta, per cui tutti i personaggi di quei romanzi sembrano alternativamente o non provare mai niente (Ottessa Moshfegh, Anna Wiener) oppure troppo (Sally Rooney), come se l’eccessiva consapevolezza portasse a un sovraccarico di senso che produce ipersensibilità o disconnessione.

“Una donna con cui lavoravo aveva usato come sfondo di uno dei suoi social una foto di un’insegna rosa al neon che diceva SENTIMENTI tutto in maiuscolo. I SENTIMENTI erano popolari a quel tempo - esprimerli era una specie di dichiarazione femminista, rivendicare una femminilità non appropriata che prima veniva liquidata come frivola o isterica e il risultato era che ora le persone non facevano altro che proclamare (sui social) l’intensità delle loro emozioni: a proposito di personaggi famosi, della televisione, di tormenti romantici a cui facevano pesanti allusioni, della pizza, animali carini, scadenze”.

Il mondo non finirà con un’esplosione, ma Fake accounts finisce con uno sbadiglio: quello che mi chiedo è perché continuare a raccontare personaggi tutti intelligentissimi, ma a cui poi non sembra mai importare di niente. Non è un po’ pigro? Quello che questi romanzi sembrano emanare, più che un disincanto verso il mondo, è la paura che tutto quello per cui si è investito tempo, denaro, energie, come i libri, l’arte, le relazioni, poi possa deluderci, non darci abbastanza senso, o peggio rischiare di aprirci all'ambiguità, a noi. Restano un passo indietro, paralizzati dalla soverchiante sensazione di impotenza che deriva dalla limitatezza dei nostri mezzi, dalla inconsequenzialità del mondo (Trump, i tweet, le cospirazioni, niente quadra mai): a differenza di Sally Rooney, per cui la consapevolezza delle dinamiche che governano il mondo basta a sé, Oyler traduce questa sensazione in ironico disincanto, privandoci di una conclusione più rassicurante. Prima la tragedia, poi la farsa, insomma. Ma se le conversazioni che facciamo sull’arte sono piatte e piene di banalità, il problema forse non è dell’arte (della letteratura, del cinema) in sé, ma del modo in cui ne parliamo? E forse è all'interno di quella impotenza, di quella incertezza che bisognerebbe guardare, per dire qualcosa del mondo che non sappiamo già.

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