Il caso Alaska Sanders
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Libri Moderni

Dicker, Joel

Il caso Alaska Sanders

Abstract: «Un caso non è mai veramente chiuso.» Dopo 10 anni esatti arriva l’attesissimo seguito di La verità sul caso Harry Quebert. Aprile 1999. Mount Pleasant, una tranquilla cittadina del New Hampshire, è sconvolta da un omicidio. Il corpo di una giovane donna, Alaska Sanders, viene trovato in riva a un lago. L’inchiesta è rapidamente chiusa, la polizia ottiene la confessione del colpevole, che si uccide subito dopo, e del suo complice. Undici anni più tardi, però, il caso si riapre. Il sergente Perry Gahalowood, che all’epoca si era occupato delle indagini, riceve un’inquietante lettera anonima. E se avesse seguito una falsa pista? L’aiuto del suo amico scrittore Marcus Goldman, che ha appena ottenuto un enorme successo con il romanzo La verità sul caso Harry Quebert, ispirato dalla loro comune esperienza con un altro crimine, sarà ancora una volta fondamentale per scoprire la verità. Ma c’è un mistero nel mistero: la scomparsa di Harry Quebert. I fantasmi del passato ritornano e, fra di essi, quello di Harry Quebert.


Titolo e contributi: Il caso Alaska Sanders / Joël Dicker ; traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

Pubblicazione: Milano : La nave di Teseo, 2022

Descrizione fisica: 613 p. ; 22 cm

Serie: Oceani ; 161

ISBN: 9788834610572

EAN: 9788834610572

Data:2022

Lingua: Italiano (lingua del testo, colonna sonora, ecc.), Francese (lingua dell'opera originale)

Paese: Italia

Serie: Oceani ; 161

Nomi: (Traduttore) (Autore)

Classi: 843.92 NARRATIVA FRANCESE. 2000- (0) Noir <genere fiction> (0)

Dati generali (100)
  • Tipo di data: monografia edita in un solo anno
  • Data di pubblicazione: 2022
  • Target: adulti, generale
Testi (105)
  • Genere: fiction

Sono presenti 20 copie, di cui 19 in prestito.

Biblioteca Collocazione Inventario Stato Prestabilità Rientra
Santa Maria a Monte 843.92 DIC cas 0100-21802 In prestito 13/10/2022
San Miniato, Mario Luzi NAD 843.92 DIC CAS SM038-63682 In prestito 14/10/2022
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Lorenzana Gialli/Thriller 843.92 DIC cas 0430-3682 In prestito 11/10/2022
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(tratto da un'intervista rilasciata dall'autore a vanityfair.it):

Ricordate dove eravate dieci anni fa? Joël Dicker non potrebbe dimenticarlo nemmeno se volesse. Era un neolaureato in Giurisprudenza che fin da bambino aveva mostrato una predilezione per la scrittura; dopo una serie di tentativi caduti nell’oblio, nel 2012, a 27 anni, la sua vita stava per cambiare per sempre: Bernard de Fallois, uno dei grandi vecchi dell’editoria francese, aveva letto il manoscritto di un suo thriller e gli era piaciuto.

De Fallois, ex scopritore di inediti di Proust, era uno che ci vedeva lungo: nel giro di pochi anni La verità sul caso Harry Quebert ha venduto 12 milioni di copie in 40 Paesi ed è diventato una serie tv con Patrick Dempsey, garantendosi un posto fra le opere centrali della nostra epoca.
Dal 23 maggio Joël Dicker è tornato su Bibliolandia con Il caso Alaska Sanders, l’ultima parte della trilogia iniziata con Harry Quebert e proseguita con Il libro dei Baltimore (2016). Ci saranno lo stesso protagonista, e cioè il wonder boy della scrittura Marcus Goldman, un caso di omicidio in una cittadina degli Stati Uniti affacciata sull’Atlantico e tanti colpi di scena ben orchestrati: tutto quello che è valso all’autore milioni di lettori a ogni latitudine.

Sono passati dieci anni dalla pubblicazione de La verità sul caso Harry Quebert, ed è stato un decennio denso, sia per lei che per il Pianeta. Qual è il suo ricordo di quel periodo?
«L’aver visto arrivare il successo da lontano: le prime chiamate al mio editore, i primi “chiedono un’intervista”... uno stato di eccitazione mai provato prima e dopo».

Il caso Alaska Sanders conferma il vecchio adagio «squadra che vince non si cambia». Cos’ha invece di diverso da ciò a cui ci ha abituati?
«La genesi risale a quando ho finito Harry Quebert e sapevo di volerlo rendere una trilogia, ma temevo che mi avrebbero accusato di cavalcare l’onda, e ho cercato di evitarlo. Ho scritto Il libro dei Baltimore, dove la squadra è sì pressappoco la stessa, anche se con una storia diversa, però intanto mi dicevo: voglio fare il seguito di Harry Quebert. Quindi la novità vera è stata realizzare la seconda opera di una trilogia che si può leggere in qualunque ordine».

Il caso Alaska Sanders è anche il primo titolo pubblicato dalla sua nuova casa editrice. Come ci si sente dall’altro lato del mondo letterario?
«In realtà fondare Rosie & Wolfe mi ha permesso di fare ciò che già facevo: la casa editrice di Bernard de Fallois era piccola e c’erano molti aspetti in cui potevo dare una mano. Da avvocato mi occupavo dei contratti, aiutavo col disegno delle copertine, ero impegnato nelle trattative per i diritti all’estero. Quando de Fallois è scomparso, nel 2018, e ho capito che la sua casa editrice non ci sarebbe più stata, non volevo trovarne un’altra: mi sarei sentito un traditore. Allora, mi sono semplicemente detto: conosco questo mestiere, posso aprire il mio editore personale, sarà un tributo a Bernard».

Parlando di lui, definito da Le Figaro «le monstre sacré, il mostro sacro dell’editoria francese», qual è stato l’insegnamento più importante?
«Ce ne sono tanti, uno su tutti: di rivolgermi a poche persone sagge prima di prendere le decisioni più importanti».

«Misuriamo i carboidrati che mangiamo, ma non ci importa di ciò che finisce nel cervello»

Ha scritto un saggio su ciò che significa essere uno scrittore, in cui dice che per molto tempo non si è considerato tale, e anche dopo Harry Quebert ha pensato a se stesso come a un «impostore». Poi che cos’è cambiato?
«Queste cose procedono per gradi, come tutte le cose della vita. Se ora mi considero uno scrittore è perché è cambiato il mio rapporto con me stesso, sono cresciuto».

Il personaggio di Marcus Goldman è un romanziere acclamato, eppure si trova perennemente solo: è un effetto collaterale del successo?
«Penso che sia più che altro una dimensione connaturata al ruolo di un autore o di un artista: sei nel tuo mondo, scrivi per ore ogni giorno, e pur riempiendo le tue giornate di storie ti rendi conto che le hai passate da solo. Da 17 anni anche io faccio una vita da recluso, confrontandomi solo con le poche persone con cui collaboro. È una solitudine che gli altri mestieri non conoscono: Marcus Goldman è solo perché è uno scrittore, non perché ha avuto successo».

Viviamo in un’era in cui la messa al bando dei libri pare tornata di moda, specie in America, dove di punto in bianco certe opere sono considerate «problematiche». Che cosa sta succedendo?

«Sono molto preoccupato. In Tennessee, Maus di Art Spiegelman è stata bandita dalle scuole per motivi folli: è l’unica graphic novel a venire premiata col Pulitzer ed è la storia di un figlio che racconta del padre nato in Polonia e deportato ad Auschwitz. Ci sono scene terribili con donne e bambini nudi condotti alle camere a gas, e qualcuno ha pensato di obiettare: “Ehi, questo è troppo! Ci sono nudità e violenza!”. È a quel punto che ti chiedi: cosa siamo diventati? Penso che parta tutto dal fatto che le persone non leggono abbastanza. Si sta sempre davanti a uno schermo, sui social, e ci si dimentica di leggere la storia. In più, non ci si incontra davvero: quando le persone si incontrano condividono il loro passato, la loro cultura, si fanno delle domande. Dovremmo introdurre una sorta di disciplina: non ha senso misurare i carboidrati che mangiamo, se nel frattempo non ci importa di ciò che finisce nel nostro cervello».

Non sembra un fan dei social media.
«Non lo sono, però non sono nemmeno contro: possono essere strumenti potenti, ma dipende dall’uso che ne facciamo. YouTube è una grande invenzione: ci puoi guardare documentari sulla natura o andare sul canale della Nasa; o puoi passarci le giornate vedendo video di gatti messi nel microonde, o che ne so. Lo stesso vale per gli altri social: se Instagram diventa la tua unica fonte di informazioni, è sbagliato».

A 37 anni ha già ottenuto qualsiasi cosa che un autore possa remotamente desiderare: come trova la motivazione a fare meglio ogni volta?
«Ho scritto tanti libri prima di Harry Quebert, e venivano regolarmente rifiutati dagli editori. Al tempo era facile, non dovevo pormi la domanda: “Lo voglio davvero?”: era evidente, continuavo a farlo, anche se nessuno mi pubblicava. Ancora oggi, prima di iniziare un romanzo, non mi chiedo quale sarà la trama o che personaggi avrà: mi chiedo se voglio davvero scriverlo. Per fortuna, se adesso siamo qui a parlare del mio ultimo lavoro, la risposta è sempre sì. Sognare, poi, non ha limiti. Come diceva Oscar Wilde, è importante avere sogni abbastanza grandi da non perderli di
vista mentre si inseguono».

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