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Lì dentro - Filippo Ceccarelli

Non c’è nulla di più rassicurante di accorgersi che, in fondo, tutto è già successo, che non c’è niente di nuovo, le cose si ripetono, che non è vero che fatta l’Italia si dovevano fare gli italiani perché gli italiani c’erano già, prima dell’unità, prima dei Rinascimento, dei Comuni e delle Signorie, del Cristianesimo, quando latini non stava ancora per sinonimo di sudamericani e forse prima ancora. Sì, essere rassicuranti è passibile di accuse semplici e solite, si rischia immediatamente di finire associati al cinismo del “ma che ce frega, ma che ce importa” o pure del “chi ha avuto ha avuto ha avuto, scurdammoce o passato” che sono comunque tracce di un carattere atavico, ma la placida serenità di cui si fa scorta con la lettura di Lì dentro.

Gli italiani nei social (Feltrinelli) di Filippo Ceccarelli è diversa, ha più a che fare con la serenità della filosofia antica, lasciare che le cose scorrano, non darsi il peso di cambiarle perché sarebbe impossibile, farsi affascinare dalla vitalità delle persone, accettare come umane anche le situazioni più assurde, soprattutto le più assurde, senza moralismi, senza malizia, quasi con affetto, con disincanto e distacco. Il libro è un Satyricon dell’Italia di oggi e, d’altra parte, già gli antichi si erano accorti che epica, commedia e tragedia da noi fossero importate e che l’unico tratto davvero originale degli italiani fosse la satira.

L’imitazione della realtà per cui tutto ciò che accade sembra in fondo già visto e giù successo. Perfino un colpo di Stato, da noi, può apparire di seconda mano, immediatamente come farsa, senza passare dalla tragedia. Anche l’assalto di Capitol Hill, dopotutto, non spaventa troppo, Jake Angeli è anche un po’ italiano, e poi, a guardare bene, c’è già stato qualcosa di simile e comunque siamo riusciti a tirare avanti. E, d’altra parte, qui poi ci conosciamo tutti.

Ceccarelli ha una curiosità vorace e coinvolgente per tutto il campionario umano che gli italiani mettono in mostra sui social, soprattutto su Instagram, con la naturalezza di cui sono capaci. I profili con le Panda fotografate dai paesini più sconosciuti, le cascate trionfanti di salumi, le esibizioni più sfrenate, i politici fieri di aver fatto il picco di share o che vogliono ballare in tv, i critici d’arte che discettano di chem-sex, le parodie più tremende, quelle realizzate con la sapienza di parodiare qualcosa, e – ancora meglio – quelle realizzate senza la consapevolezza di essere parodici. Diceva Orson Welles che Roberto Rossellini aveva avuto vita facile da regista perché gli italiani sono tutti attori e dunque basta accendere una camera per sentirsi registi, cosa che – al netto dell’insolenza a Rossellini – e un po’ quanto diceva Stendhal sul fatto che agli italiani il teatro, il cinema non c’era ancora, ma la performance è simile, viene naturale. E dunque è bastato mettergli una videocamera in tasca perché si scatenassero e mostrassero corpo e anima, in ugual misura, con uguale entusiasmo. Una vitalità, come si diceva, all’insegna dell’eterno ritorno.

Dove i tipi sono gli stessi identici dell’antica farsa atellana di duemila anni fa. E così mentre lì c’erano il mangione tonto, Maccus, il vecchio rimbambito, Pappus, il furbacchione Dossennus e il tronfio e pieno di sé, Bucco, oggi abbiamo gli scandali con l’abbuffata di cozze pelose a spese della collettività, le truffe con schemi piramidali di cartapesta, il generale Pappalardo, il buongiornismo, Mark Caltagirone e Francesca Cipriani. Tipi già transitati nella commedia di Plauto o in Petronio, e poi nella novellistica medievale e quindi nella commedia dell’arte, e attraverso le maschere e la commedia all’italiana fino a noi. Per cui la moglie di un politico che usa account falsi per criticare avversari politici ma poi si fa sgamare è una cosa da novella, il giornalista che scopre di poter lucrare se trasforma il suo personaggio in un fulminato sulla via di Damasco poteva essere un epigramma di Marziale, fino ai politici che, nel segreto dell’urna, si sfidano a colpi di nomi buffi da proporre al Quirinale per suscitare quel mesto sghignazzo che, ormai, pare obbligato a ogni scrutinio.

Tuttavia, c’è forse una piccola novità che ci hanno offerto le nuove tecnologie, se non nello spirito quantomeno nella modalità con cui lo condividiamo. Ceccarelli racconta che buona parte delle centinaia di video e immagini commentate nel libro sono frutto di uno scambio continuo col figlio, Giacomo, prima Caronte nel mondo dei social per il padre, e poi primo amico e prediletto destinatario di segnalazioni. Ecco, non c’è nulla ormai che faccia più disperare nella capacità degli esseri umani di poter comunicare realmente tra loro, che condividere sui social certe immagini. Tutto è ammalato di premesse, di distinguo, di repliche che si credono puntute, ma che sono in realtà del tutto fuori fuoco. Così che l’entropia ti fa passare la voglia e ti fa rifugiare nel privato e nel silenzio. Per non passare la giornata sommerso di notifiche di persone che non hanno capito e, come diceva il saggio, non c’è niente da capire se non l’hai capito già. Sapere, invece, che ci può essere fiducia reale con qualcuno e che si può condividere – nel senso pre-social – realmente qualcosa con qualcuno, senza precisazioni o spiegazioni, resta ancora un valore inestimabile.

Tutti i più fortunati hanno almeno un Giacomo a cui inviare quel video del personaggio in cerca d’autore che si mette in ridicolo sui social. Sapendo che, però, lo si condivide con tenerezza e senza cattiveria, giusto perché tutto il resto torni nella giusta dimensione, quella di sempre.

Sul far del giorno - Wole Soyinka

Una vita impegnata, come difensore dei diritti umani, come studioso, letterato e drammaturgo, sempre presente sulla scena politica del suo paese tormentato da dittature e guerre. Soyinka alterna i toni aspri della critica politica a quelli elegiaci della nostalgia per un caro amico morto e per la sua terra dalla lontananza dell’esilio, a quelli umoristici di varie vicissitudini, incluso il conferimento del premio a Stoccolma.

In Nigeria, dove Wole Soyinka è nato nel 1934, la gente si rivolge a lui chiamandolo oga, che in lingua yoruba significa “capo”, un riconoscimento informale colmo di affetto e ammirazione nei confronti di uno scrittore che ha sempre preso parte in prima persona alla vita politica del suo paese, esponendosi senza riserve per denunciare le colpe dei regimi dittatoriali che si sono succeduti con un ritmo incessante dal 1960, data della fine del dominio britannico: nove colpi di stato in 33 anni. Nella vita personale di Soyinka hanno significato due anni e 4 mesi di prigione, tra il 1967 e il 1969, accusato di simpatizzare con i secessionisti del nord, e l’esilio del 1995, quando gli fu consigliato di lasciare il paese per sfuggire al presidente Abacha, l’uomo che faceva presagire a Soyinka l’avvicinarsi del buio a mezzogiorno descritto da Koestler, il capo della Nigeria “con il cervello di una lucertola”, quello dei tre D come “dittatore, demente, debosciato”.

Le memorie di Soyinka contenute nel libro appena pubblicato da Frassinelli iniziano a ritroso proprio dal suo ritorno “nel luogo dal quale non sarei mai dovuto andare via”, nel 1998 dopo la morte di Abacha, e ricostruiscono la sua vita intrecciata inestricabilmente con quella della Nigeria, traboccante di avvenimenti, azioni e pensieri, incontri e scontri, molti riconoscimenti ma anche molti drammi. Ci sono alcuni temi ricorrenti che servono da leit motiv in questa voluminosa e ricca autobiografia- la strada, l’amicizia, la morte, l’esilio, l’impegno civile e letterario.

“Viandante, mettiti in strada/ Sul far del giorno/ Ti garantisco meraviglie in quell’ora santa”, sono i versi di Soyinka che danno il titolo al libro e introducono il tema della strada, descritta come una lanterna magica, come una compagna o complice nella ricerca di un’autoanalisi. E l’alba, ci dice Soyinka, è il momento che preferisce per mettersi in viaggio, il migliore per sentire le esalazioni della strada. La strada come esperienza, come luogo per la solitudine e per le amicizie, per le riflessioni, le discussioni e i ricordi.

Primo fra tutti quello dell’amico Femi, il cui corpo Soyinka ha da poco riaccompagnato in Nigeria per la sepoltura, una delle molte persone morte evocate in queste pagine, compagni di viaggio lasciati per strada cosicché diventa difficile per lui ormai trovare punti di riferimento: è morto suo padre, che già nel libro di memorie “Aké” veniva chiamato Saggio, sono morti scrittori suoi amici perseguitati dai regimi, è morto avvelenato Abiola, il presidente defraudato della vittoria nel 1993. Ma Wole Soyinka si identifica con Ogun il dio yoruba lirico e guerriero, dio “della strada frenetica e della solitudine creativa, del richiamo poetico e del grido di battaglia”, e non demorde. Soyinka crede che ci sia una missione da compiere, quella di continuare a far battere il cuore della nazione anche dopo che “un dittatore demente” ne ha bevuto il sangue- dopotutto era stato l’amico Femi a dire che si sarebbe potuto affidare il proprio cuore a lui, Soyinka, e partire per Hong Kong, certi di ritrovarlo che batteva ancora al ritorno. E le armi sono quelle dello scrittore, la penna, il palcoscenico per diffondere le idee, per mobilitare la gente denunciando pubblicamente i traditori. Non poteva mancare il riconoscimento del premio Nobel ad uno scrittore della statura morale e intellettuale di Wole Soyinka. Che non si smentisce mai, perché, dopo il conferimento del premio nel 1986, rifiutò i festeggiamenti offerti dal governo del presidente Babangida finché non si fosse fatta luce sulla morte del giornalista investigativo De Giwa.

Fa una certa qual impressione ritrovare nell’adulto Soyinka, e poi nell’uomo anziano che sfoggia un’incredibile corona di capelli bianchi che lo rende immediatamente riconoscibile (più di una volta Soyinka ricorda episodi in cui ha dovuto nascondere i capelli sotto un grosso berretto per non essere identificato), il bambino Wole di “Aké. Gli anni dell’infanzia”, il primo libro dell’autobiografia dello scrittore. E’ come se ci aspettassimo che il bambino curioso e intraprendente che seguiva sulle sue gambette una banda che suonava, senza neppure sapere dove stesse andando, che a tre anni si era impuntato per andare a scuola, che polemizzava su tutto, facendo domande estenuanti, sarebbe diventato l’uomo che giganteggia nelle pagine di “Sul far del giorno”, tanto appassionato nella ricerca di un’antica maschera bronzea, nel gustare vini francesi e italiani (“chi può resistere a un invito a Siena?”), nel collezionare oggetti d’arte, quanto nel programmare una marcia per far cadere il tiranno, nella difesa dei diritti umani e nella lotta per la giustizia, prima condizione per l’umanità. Impossibile poltrire per avere una vita così piena e ricca: “Viandante, mettiti in strada sul far del giorno…”. Stilos ha intervistato Wole Soyinka che attualmente vive tra gli Stati Uniti e la Nigeria, insegnando nelle università di entrambi i paesi.

In passato Lei ha detto che la religione è la fonte del fanatismo- può la religione aiutare a combattere il fanatismo?

Penso di aver detto che la religione certamente si presta al fanatismo, ma non è solo la religione a creare i fanatici, anche le ideologie secolari allevano fanatici, e con fanatico intendo qualcuno che si aggrappa a certi credi, certi modi di vita, senza la capacità di esaminare oggettivamente delle alternative. Il tipo peggiore di fanatico è quello che pensa di avere il diritto di uccidere, torturare, disumanizzare gli altri in nome di quello in cui crede. Penso che la religione- anche se storicamente ha dato alla luce in proporzione il numero più alto di fanatici- possa essere interpretata selettivamente in maniera positiva: non c’è nessuna religione che dica che uccidere è essenziale. Se interpreti la religione selezionando testi che si concentrano sulla disumanizzazione degli altri, allora puoi usare la religione per uccidere.

Che cosa pensa della situazione nel delta del Niger e della tendenza che abbiamo in Europa a spiegare ogni problema dell’Africa con il tribalismo?

Questo è uno degli strani doppi standard: avete avuto una delle peggiori guerre tribali in Jugoslavia ma naturalmente nessuno usa questa parola per quei luoghi. C’è stata la guerra tra le tribù del Kosovo e la tribù dei Serbi ma nessuno usa la parola ‘tribù’ in quel contesto; avete guerre tribali tra siciliani e tribù del Nord Italia, tribù del Nord Italia volevano l’indipendenza, a quanto ne so; l’Irlanda ha avuto la sua guerra tribale, così la Russia con la Cecenia. Perciò è riduttivo parlare di guerre tribali in Africa, è questa riduttività che impedisce agli europei di vedere le cause profonde dei conflitti nelle società africane.

Lei è uno scrittore politicamente impegnato: la cultura può modificare le opinioni? Quanto può la cultura influenzare le scelte dei politici?

Non sono sicuro di cercare di cambiare le opinioni di chi mi legge. Piuttosto cerco di cambiare la condotta dei politici riflettendo quello che è nella coscienza della gente. Il 75% del mio lavoro è riflettere come la gente vede le cose, trasmetterle per cambiare l’atteggiamento dei leader. Ma non bisogna concentrarsi solo sui libri per trasmettere le idee, io cerco di sfruttare anche gli altri mezzi di divulgazione, giornali, teatro. Amo molto un tipo di teatro che chiamerei “di guerriglia”, che si basa sull’improvvisazione, giocando su temi familiari a tutti. E’ un teatro che si rappresenta all’aperto, nelle piazze del mercato- è quello che mi piace fare. E non dimentichiamo poi la radio come mezzo di diffusione per le idee: tanta gente ascolta la radio.

Parlando di cultura e dell’influenza della cultura: Lei insegna in università americane e conosce molto bene quell’ambiente. Che cosa ha osservato nel comportamento degli intellettuali americani nei confronti degli avvenimenti contemporanei?

Una parte del problema della classe intellettuale americana di oggi è da individuarsi in quello che definirei un senso di “stanchezza della guerra”. Non sono stanchi solo della guerra in Iraq, ma dei cicli ripetitivi di lotta contro la tendenza reazionaria propria della società americana. Ad esempio, trovo difficile riuscire a credere che, dopo essere passati attraverso l’esperienza traumatica della guerra in Vietnam, si possa ricadere nell’errore di farsi coinvolgere in un conflitto di proporzioni gigantesche. Prima delle ultime elezioni presidenziali ci fu un’enorme mobilitazione dei progressisti per assicurarsi che Bush non venisse rieletto ma, dopo la sua rielezione, quelli che si erano attivati erano sfiniti, gli riusciva impossibile credere di avere fallito, che Bush fosse di nuovo presidente. E’ quello che voglio dire con “stanchezza della guerra”. E’ questione di sentirsi traditi dal sistema in cui credono, sentirsi traditi dalla democrazia. Stanchezza, sfinimento, un arrendersi, un pensare ‘aspettiamo le prossime elezioni’.

Questo suo libro, “Sul far del giorno”, è pieno di ricordi di persone che ha amato e che sono morte e di persone che ha odiato e che sono morte. Un nome per il primo gruppo, quello del suo amico Femi: il libro è anche una sorta di canto d’amicizia, un’elegia all’amicizia?

Sì, lo è, proprio così. Devo anche dire che ho avuto molti problemi con la prima stesura del libro. Non volevo scriverlo e non solo perché sostengo che le autobiografie non dovrebbero mai superare l’età dell’innocenza- e io l’ho superata da un pezzo e su di quella ho scritto “Aké. Gli anni dell’infanzia”. Ma la risposta alla sua domanda spiega parte della difficoltà della scrittura. Quando il mio editor lesse quello che avevo scritto, trovò che era bellissimo, commovente. Disse che capiva che quella con Femi era stata un’amicizia importante, ma nel libro, così come lo avevo scritto, era Femi il protagonista, e loro volevano me. Il fatto è che non sapevo mai quando era la mia vita di cui parlavo e quando era la vita di Femi- questo dovrebbe spiegare l’importanza di Femi nella mia vita. E se l’avesse conosciuto ne capirebbe il perché ancora meglio: Femi era “larger than life” , una figura che si imponeva, che giganteggiava. E quanto avrebbe goduto di essere con me adesso nei ristoranti italiani!

I miti africani, la cultura africana, affiorano molto spesso nel suo libro. Lei è anche poeta: quanto della sua poesia è debitrice della sua scrittura?

Molto, ma non sta a me dirlo, tocca ai critici letterari individuare i miei debiti. Per spiegare dirò che uno dei miei drammi, scritto in inglese, “La morte e il cavaliere del re”, è stato tradotto in lingua yoruba dallo scrittore Akinshola. Quando gli è stato chiesto se fosse stato difficile, ha risposto di no, che semplicemente ha ritradotto l’opera nella lingua in cui era stata pensata.

Una delle conseguenze dell’aver vinto il premio Nobel è stata per Lei la possibilità di mettere in piedi la Fondazione Saggio, così chiamata in onore di suo padre. Ce ne vuole parlare?

Mi è successo quello che capita ai nuovi ricchi, mi sono trovato con tanti soldi e tante idee, ecco perché è nata la Fondazione. Poi succede anche che chi non ha mai avuto soldi non si rende conto di quanto velocemente scompaia il denaro. E’ una fondazione che si propone di offrire a scrittori e studiosi una possibilità di risiedere in un luogo ritirato dove possano applicarsi in tranquillità. Purtroppo ci ha pensato il dittatore Abacha a distruggere questo luogo. Adesso pare che si riesca a riprendere il progetto- sarà rilanciato formalmente alla fine dell’anno.

Un’ultima domanda sul futuro dell’Africa: è possibile che l’Africa riesca ad offrire un modello di economia alternativa da opporre alla globalizzazione?

Inizio col dire che certi aspetti della globalizzazione sono inevitabili, che la globalizzazione ha iniziato ad essere quando si sono espansi i contatti e le comunicazioni. Il problema è su come sia diventata e chi abbia dettato i termini del suo divenire: la globalizzazione è stata guidata secondo i termini delle nazioni più sviluppate a spese di quelle meno sviluppate. L’Africa può competere con l’Occidente se riesce a creare il suo modello di rapporti economici interni. Il segreto del successo è nell’unione delle associazioni economiche che stanno sorgendo in Africa. E’ quanto necessario per confrontarsi su basi uguali con i paesi del mondo occidentale. Una conseguenza di un rafforzamento dell’economia sarà, inoltre, la diffusione della cultura: economia e cultura sono collegate e dipendenti.

Wole Soyinka, pseudonimo di Akinwande Oluwole Soyinka (Abeokuta, 13 luglio 1934), è un drammaturgo, poeta, scrittore e saggista nigeriano Premio Nobel per la letteratura nel 1986, è considerato uno dei più importanti esponenti della letteratura dell'Africa sub-sahariana, nonché il maggiore drammaturgo africano.

Ha compiuto gli studi universitari a Ibadan e a Leeds, in Inghilterra, dove ha conseguito il Ph.D. nel 1973. Dopo due anni al Royal Court Theatre di Londra come drammaturgo, nel 1960 è rientrato in Nigeria, dove ha iniziato ad insegnare letteratura e teatro in diverse università e ha fondato il gruppo teatrale "Le maschere 1960". Nel 1964 ha creato la compagnia "Teatro Orisun" con la quale ha messo in scena anche le proprie opere. Nel 1965 ha pubblicato il primo romanzo, scritto in inglese, Gli interpreti.

Nel corso della guerra civile nigeriana, viene incarcerato dal 1967 al 1969 per un articolo in cui chiedeva un cessate il fuoco. La sua esperienza in cella di isolamento è narrata in L'uomo è morto.

Ancor più che per la narrativa e la saggistica, Wole Soyinka si è affermato in Africa e in Occidente attraverso il teatro e la poesia. In particolare, è noto per aver rivalutato il teatro della tradizione nigeriana e la "folk opera Yoruba". Ha scritto oltre venti drammi e commedie e ha adattato a un contesto africano Le Baccanti di Euripide, L'opera da tre soldi di Bertolt Brecht, I negri di Jean Genet. Fra i suoi lavori teatrali figurano: Il leone e la perla, Pazzi e specialisti, La morte e il cavaliere del Re, Danza della foresta, La strada, Il raccolto di Kongi. Fra le sue raccolte poetiche: Idanre and Other Poems; A Shuttle in the Crypt; Ogun Abibiman (it. 1992); Mandela's Earth and Other Poems.

Ha insegnato in numerose università, fra cui Yale, Cornell, Harvard, Sheffield e Cambridge, ed è membro delle più prestigiose associazioni letterarie internazionali. Ha ricevuto diversi riconoscimenti in tutto il mondo e il premio Nobel per la letteratura nel 1986.

Perseguitato e condannato a morte dal dittatore nigeriano Sani Abacha[1], Soyinka è vissuto in esilio negli Stati Uniti fino al 1998, anno in cui il dittatore morì e Soyinka fece ritorno in Nigeria. Ora vive ad Abeokuta, la città nigeriana dove è cresciuto.

La lingua perduta delle gru - David Leavitt

(tratto da repubblica.it)

Quando uscì nel 1986, La lingua perduta delle gru irruppe come uno svelamento perturbante e una maniera netta di cogliere lo spirito del tempo. Lo statunitense David Leavitt, autore dell’impresa, aveva già esordito con Ballo di famiglia, una raccolta di racconti concentrata su una middleclass svuotata di valori e definita dalle proprie delusioni. La lingua perduta delle gru fu un approdo ancora più compatto nel registrare la fragilità di un certo ceto medio di tipo intellettuale, rappresentato nel libro dai coniugi Benjamin, attivi nell’ambiente dell’editoria newyorkese e convinti della propria spregiudicatezza “liberal”. Owen e Rose hanno un figlio, Philip, che è gay e lo confessa ai suoi credendoli pronti a capire. Invece la notizia fa tremare l’edificio di certezze dei Benjamin, corrodendo le basi di un equilibrio relazionale artificioso all’interno del quale Owen ha serbato dolorosamente compresso il segreto della propria omosessualità.

Oggi il romanzo torna alla luce in una nuova, limpida traduzione di Fabio Cremonesi per l’editore Sem, che sta ripubblicando l’intera produzione di Leavitt, abilissimo nel costruire dialoghi credibili e vitali, e personaggi che escono dalle sue pagine come creature che respirano. Segnalato inizialmente come il caposcuola di un nuovo minimalismo (in realtà lui è assai più di questo, come prova un grande romanzo come Il matematico indiano, 2007), Leavitt è nato nel 1961 e insegna Creative Writing all’Università della Florida. Tra breve sarà in Italia: l’11 marzo a Cortina per “Una montagna di libri” e il 13 a Roma per “Libri come”. Il dialogo che segue corre attraverso l’oceano.

Leavitt, qual è il suo rapporto coi libri scritti in passato?
«Non li rileggo mai. Ciò che scrivo esiste in modo transitorio per me. Memoria repressa. Amnesia. Quando feci The Lost Language of Cranes ero ventenne. Rammento il periodo con un vago senso di tenerezza punteggiato da alcuni ricordi sorprendentemente nitidi».

Dagli anni ’80 è mutato il suo approccio alla scrittura?
«In The Lost Language of Cranes c’è tutta la libertà immaginativa della gioventù. Poi arrivò un tempo pesantissimo per me, e il mondo cambiò radicalmente. All’epoca Internet era una teoria, Donald Trump era un giovane idiota sfrontato, i grattacieli del World Trade Center non erano stati abbattuti, le nozze fra individui dello stesso sesso parevano inconcepibili, l’Aids era ai primi stadi, gli inverni erano freddi e le estati erano calde. In America si poteva contare sui princìpi della libertà e dell’indipendenza. Invecchiando si diventa più saggi ma più disillusi».

“La lingua perduta delle gru” fu stroncato per poi divenire la sua opera più famosa. Come lo spiega?
«Attribuisco il rigetto iniziale all’invidia e all’omofobia. L’inatteso successo di Ballo di famiglia irritò i miei coetanei e suscitò rancore fra gli scrittori gay più vecchi che si videro rubare la scena da un ragazzo. Inoltre Family Dancing era un libro gay molto meno provocatorio di The Lost Language of Cranes, che secondo il critico Darryl Pinckney trattava la queerness “come un’altra carta nel mazzo di famiglia”. Parallelamente narrava l’amore e il sesso tra maschi in modo esplicito. Qualcuno affermò che l’ossessione nei riguardi dell’omosessualità (termine che rifiuto) espressa dal romanzo lo rendeva, nella migliore delle ipotesi, un testo d’interesse sociologico».

Spicca nell’intreccio, come un diamante isolato, il ritratto di Michael, bambino abbandonato e disadattato che sa solo imitare i movimenti di gru viste dalla finestra, che sollevano travi e trasportano palle da demolizione…
«La storia di Michael stimolò la mia fantasia. Mostrava come ciò che scegliamo di amare descriva chi siamo. Qualunque sia la cosa che amiamo, è ciò che siamo. Jan Morris in Conundrum, bel libro sulla sua transizione di genere, ha scritto che la radice etimologica della parola identità è ignota. Identità uguale identità. Si autodefinisce. Identità è ciò che vediamo guardandoci allo specchio? O è ciò che vediamo guardando chi amiamo?».

C’è una ricca letteratura gay contemporanea?
«Sì, anche se chi vi appartiene è più incline a chiamarla letteratura queer o LGBQT+. Gran parte della migliore narrativa attuale proviene da autori queer/LGBQT+ come Garth Greenwell, Morgan Thomas, Victor Imko, RL Goldberg, il compianto Anthony Veasna So, Brendan Taylor e Bryan Washington».

L’essere gay è ormai accettato in ogni narrazione?
«La televisione ha cambiato tutto. La conduttrice Ellen DeGeneres, la sitcom Will & Grace, la serie The L Word… Ma benché in tivù circoli un numero maggiore di gay rispetto a prima, si tratta quasi sempre di figure secondarie: il migliore amico dell’eroina, la lesbica che ha una cotta per lei... Oggi un critico non potrebbe più respingere un romanzo sull’esperienza gay in quanto opera di mero interesse sociologico. Però stiamo parlando solo di narrativa. Nel mondo reale l’omofobia resta violentissima».

La pandemia potrebbe incidere sul modo di scrivere?
«Grace Paley osservò che tra il sapere e il raccontare passa tempo. Riguardo alla pandemia, non ne so abbastanza per capirla né per scriverne. Finora non ho visto in giro molta letteratura sull’argomento, ma suppongo che tra un po’ ce ne sarà».

Cosa pensa del fenomeno della Cancel Culture, così invasivo negli Usa?
«Ciò che è cambiato è soprattutto il modo d’insegnare. Non posso più parlare ai miei studenti di T.S. Eliot senza citare il suo antisemitismo o di Flannery O’Connor senz’affrontare il suo razzismo».

Nel 2020, dopo la morte di George Floyd e le forti mobilitazioni contro il razzismo, lei parlò di un possibile, nuovo rinascimento negli Usa. È ancora così ottimista?
«Noi liberal siamo disperati. La destra si sta rafforzando mentre litighiamo, ma non è sempre stato così? Vorrei che Biden facesse di più per contrastare la tremenda svolta a destra.
Mi frustra il fatto che non trovi soluzioni rapide. Però è in carica solo da un anno. Aspettiamo il ’23 per giudicare».

Per mia colpa - Piergiorgio Pulixi

Sinossi:

Piergiorgio Pulixi, vincitore del premio Scerbanenco 2019, debutta nel Giallo Mondadori con un noir sulle maschere a cui ricorriamo per preservare le emozioni che ci fanno sentire vivi – anche quando potrebbero esserci fatali. A volte l’unico modo per voltare pagina è andare via. È quello che si rassegna a fare la vicecommissaria Giulia Riva, decisa a chiudere una storia clandestina con un superiore che le procura soltanto dolore. Ha appena chiesto il trasferimento, che al commissariato di Cagliari si presenta Elisa, nove anni e una richiesta che raggela: ritrovare la mamma scomparsa. Giulia non può tirarsi indietro, anche se Virginia Piras era una moglie e una madre serena, e dunque per sparire così probabilmente è stata uccisa. Ma da chi? E perché? Tutti sembrano essersi dimenticati di lei, compreso l’ispettore Flavio Caruso, il partner e mentore di Giulia, a cui l’indagine è affidata. Caruso però non è più il poliziotto di un tempo, e Giulia capisce che potrebbe aver commesso errori fatali. Così si fa assegnare il caso, nella speranza di risolverlo ed evitare una possibile onta al suo partner. Non immagina che la ricerca la spingerà a interrogarsi anche sui propri errori passati: perché il cuore ha due lati, uno con cui si ama e uno con cui si odia.

Recensione:

Ogni investigatore ha un proprio metodo d’indagine.

Ed allo stesso modo ogni Autore ha la propria cifra stilistica, la propria firma.

Come faccia Piergiorgio Pulixi, che del proprio talento ha caratteristica piena e riconoscibile, a consegnare ai lettori storie ogni volta diverse, eppure indubbiamente ‘sue’, mi riservo di chiederlo approfonditamente a lui. Posso appena accennare, ipotizzare, azzardare, qui, che le riflessioni che l’Autore mette in bocca alla protagonista di “Per mia colpa”, siano anche un po’ una dichiarazione di intenti, un manifesto artistico di Pulixi stesso:

Ogni investigatore ha un proprio metodo d’indagine.

Il mio va contro tutto quello che insegnano alla Scuola Ispettori, dove ti mettono in guardia dal coinvolgimento emotivo durante le inchieste. Molti riescono a rimanere impassibili e distaccati. Io no. Quando affronto un caso, che si tratti di omicidio, rapimento o stupro, divento la persona su cui sto indagando. Entro nella sua pelle, nei suoi pensieri, nella sua anima.

E come l’Autore si fonde nella storia, così la parabola, ascendente o discendente, avremo modo di farci la nostra idea, di Giulia Riva, la vice commissaria protagonista del romanzo, si fonda proprio su questa mimesi che riesce a mettere in atto sia con il carnefice che con la sua vittima

Solo creando una connessione viscerale posso capire chi ha potuto farle del male. Spesso solo guardando attraverso gli occhi della vittima riesci a farti un’idea del suo aggressore e delle motivazioni che l’hanno smosso.

Tale e tanta, per Riva, questa identificazione, da incidere sulla sua vita privata e condizionarne decisioni e svolte, tanta e tale da farle rischiare in prima persona la propria credibilità e professionalità per dare ascolto alla richiesta di una bambina, quella di ritrovare la madre scomparsa da tempo, troppo tempo, e mai ritrovata, né viva, né’ morta.

Un caso irrisolto, dato per perso, come un po’ si è perso, tra alcool e sensi di colpa, il collega che aveva, al momento, indagato.

Cosa vuole davvero, Giulia? Mantenere la promessa fatta ad una ragazzina? Riabilitare il suo collega? O se stessa? Di certo non ‘solo’, anche se precipuamente, arrestare un colpevole e dare libertà o sepoltura ad una donna.

Per diventare Virginia Piras dovevo sapere tutto di lei. Era necessario comporre il mosaico della sua personalità attraverso i racconti e i ricordi delle persone che la conoscevano meglio. Più persone avessi coinvolto e ascoltato, più dettagli e sensazioni avessi raccolto, più sarebbe stata profonda l’immedesimazione.

Conferendo all’impianto noir l’ossatura del romanzo psicologico e i twist del thriller, Pulixi ci conquista una volta di più per la straordinaria capacità di costruzione della trama e per la magistrale scrittura, qui particolarmente asciutta e, sorprendentemente, proprio in ragione di ciò ancora più evocativa di stati d’animo che si traducono in cocci di vetro, aguzzi, taglienti, tanto da squarciare quel velo che ci separa dalla verità, tali da liberare e ridefinire, non solo il concetto stesso di colpa, ma il pronome possessivo che la accompagna, parola, nel titolo. Annullandolo, forse.

E non per assolverci tutti, perché il colpevole avrà infine il volto svelato, ma per ribadire ancora una volta il nostro essere.

Umani.

La fortuna - Valeria Parrella

Lucio è nato a Pompei durante un terremoto. Non uno di quelli a cui la gente era abituata e non temeva. Era il 62 dopo Cristo, e quelle scosse provocarono grandi crolli anche a Ercolano e Stabia. Morì addirittura un intero gregge di seicento pecore, per i gas asfissianti. E le donne della città cardavano la lana tosata alle bestie in putrefazione per farne mantelli da tingere. È il ragazzo stesso a raccontarlo, così come narra la sua infanzia felice di figlio di una famiglia ricca. I giochi con gli amici, le merende preparate dalle nutrici, i percorsi da inventare attraverso i cortili e le porte che davano sui cortili, le bisce tirate sulle gambe delle ragazze. È lui che fa la cronaca della sua vita, fino all'eruzione del Vesuvio del 79. Non si spinge più in là con gli anni, La Fortuna, l'ultimo romanzo di Valeria Parrella. "Niente spoiler, mi raccomando" ride, sbalzata dal primo secolo a un tavolino assolato dalla primavera di Roma.

Questo romanzo è così diverso dai precedenti, contemporanei e incentrati su tematiche e protagoniste femminili. Da dove è venuta questa svolta?
"Mi ero stancata di scrivere libri in cui l'io narrante mi assomigliava sempre un po'. In cui inevitabilmente finivo per immedesimarmi. Credo che mi abbia cambiata anche la pandemia, come è successo a tutti. Volevo fare un giro di boa. Ma prima di muovermi avevo bisogno di un consiglio".

A chi lo ha chiesto?
"Ho mandato un messaggio a Domenico Starnone, maestro e amico di sempre. Che mi ha risposto 'Meglio rischiare che ripetersi'".

Ambientare il romanzo a Pompei in effetti poteva essere complicato. Bisognava documentarsi molto.
"Nel mio caso no, proprio no. Mia madre era biologa, e il suo lavoro era applicare la scienza all'archeologia. Identificare e studiare il cibo trovato in una cucina, o gli uccelli di un affresco... I suoi uffici erano all'interno degli scavi e quando da ragazzina andavo a trovarla spesso mi capitava di trovare Pompei vuota, senza turisti. Conosco ogni sua strada. A volte mia madre mi diceva semplicemente: 'Ci vediamo a via dell'Abbondanza'".
Si può dire che Pompei le appartenesse...
"La sua mappa per me era chiarissima. Mi oriento anche adesso. Ma Pompei appartiene a tutti i napoletani. È in molte espressioni della tradizione. Se si entra in una camera sottosopra diciamo "E che è, Pompei?"".

La più grande difficoltà nello scrivere un romanzo che si svolge duemila anni fa?
"Depurare la lingua dai termini contemporanei. Non potevo usare la parola "orientare", che è posteriore, risale all'epoca della bussola. E neanche scrivere di una luce che era "sfocata": è un aggettivo che si riferisce alla messa a fuoco, cioè all'epoca fotografica".

Lucio, il protagonista. Che cosa c'è in lui di antico? E di moderno?
"È antico in quanto relegato nel suo rango sociale, la nobiltà. Lui sogna il mare, vorrebbe navigare, plasmare il proprio destino. Ma è già deciso che debba diventare senatore. Invece la sua modernità è soprattutto sentimentale. Lucio è un gender fluid, non ha una sessualità costante nel tempo. A Pompei lo vediamo attratto dalla sua amica d'infanzia Lavinia e più tardi da altre ragazze. Quando però si trasferisce a Roma, a studiare alla scuola di Quintiliano, si innamora di Aulo, uno schiavo, e con lui ha una lunga relazione".

Perché ha voluto dare a Lucio un difetto a un occhio?
"Mi piace l'idea del superamento del limite. E il concetto che malattia e salute vivano assieme in noi dal primo giorno".

Quali sono state le sue fonti?
"Classiche. A partire da Plinio il Giovane. Ma ho "utilizzato" anche Ovidio, per descrivere l'iniziazione di Lucio alla dea Iside. E Svetonio: Le vite dei Cesari è un Dagospia ante litteram. Da lui ho preso la descrizione dell'imperatore Tito".

Ma alcune frasi del libro, come lei ricorda nei ringraziamenti, sono di autori moderni. "C'era tra di noi il legame del mare" è di Conrad, "Ogni cosa che faccio è destino" di Cesare Pavese. E il concetto della convivenza di salute e malattia è di Susan Sontag.

"Sono ovviamente una grande lettrice. Lo ero fin da piccola, quando ai classici dell'infanzia preferivo Liala! In fondo lo scrittore è un lettore che si è fatto cambiare la vita dai libri. I tre che hanno cambiato la mia sono i Canti di Leopardi, Resurrezione di Tolstoj e Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese".

Ortese diceva che Napoli ha il mare ma non lo sa usare. E per lei che cosa rappresenta il mare, elemento fondamentale nel suo romanzo?
"Napoli è come un teatro con tre pareti, la quarta è il mare. Dal mio terrazzo vedo il faro di Capo Miseno, che lampeggia da più di duemila anni. E ho pensato, e scritto, che da lì partì la flotta romana per salvare la popolazione durante l'eruzione del Vesuvio".

Ci furono richieste di aiuto?
"Sì. Plinio il Vecchio, capo della flotta, ne ricevette una dalla sua amica, la nobile Rectina. E si mosse con le navi per salvare lei e gli altri abitanti sulla costa del golfo. Possiamo dire che fu la prima operazione di protezione civile della storia".

Ricordiamo che Plinio volle scendere a terra, anche per osservare il fenomeno il più vicino possibile, e morì sulla spiaggia, forse per le esalazioni vulcaniche. Prima di lasciarla, lei scrive, diede il comando della flotta a Lucio, sì proprio a lui. Non diremo come era arrivato in quel posto, né che cosa gli succederà. Tranne che la sua nave si chiamava Fortuna, e fu alla Fortuna che lui si affidò.

"Ma la Fortuna dell'antichità non aveva quella valenza positiva che avrebbe avuto in seguito. Era una cosiddetta vox media: il significato, benevolo o negativo, era in relazione al contesto. Si dovrebbe tradurre sorte".

Lei ha voluto, nell'esergo del libro, il motto che Plinio il Vecchio pronunciò quando decise di scendere a terra. Una battuta peraltro diffusa nell'antica Roma: Fortes fortuna iuvat.
"La sorte aiuta i coraggiosi. Come potrei non essere d'accordo?".

Specchio delle mie brame - Maura Gancitano

Filosofa, autrice, fondatrice, insieme ad Andrea Colamedici di Tlon, un progetto multimediale in crescita, che comprende la libreria-teatro, la casa editrice, i podcast, i libri, i festival, i corsi di formazione e molto altro: stiamo parlando di Maura Gancitano, che arriva su Bibliolandia con un saggio dal titolo iconico ed evocativo, Specchio delle mie brame (Einaudi Stile Libero). Un ritornello ipnotico di derivazione fiabesca che abbiamo imparato fin dall’infanzia e che ha risuonato nelle nostre menti, chiamando in gioco il tema di cui si fa portavoce: la bellezza.

Ed è proprio attorno alla bellezza che si sviluppa la riflessione e l’analisi di Gancitano, partendo da quello che rappresenta per noi, oggi, questa parola: non solo una questione puramente estetica, ma una tecnica politica di esercizio del potere. In altre parole, una gabbia dorata in cui non ci rendiamo conto di essere rinchiusi.

L’idea che la bellezza sia qualcosa di oggettivo e naturale è una superstizione moderna. Infatti non è mai esistita un’epoca in cui non convivessero estetiche e sensibilità diverse.

Il culto della bellezza è diventato una prigione solo di recente: quando le coercizioni materiali verso le donne hanno iniziato ad allentarsi, il canone estetico nei confronti del loro aspetto è diventato rigido e asfissiante, spingendole alla ricerca di una perfezione irraggiungibile.

Qui sta il punto: l’idea di bellezza ha subito con la società borghese uno spostamento di significato, da enigma a modello standardizzato che colonizza il tempo e i pensieri delle donne, facendole spesso sentire inadeguate. Il risultato è che viviamo in un tempo in cui le persone potrebbero essere finalmente libere, ma in cui, al contrario, ha valore e dignità solo ciò che risponde a determinati parametri.

Ripensare la bellezza al di là dell’indottrinamento e del consumo significa coglierla come percorso di fioritura personale, lontano da qualunque tipo di condizionamento esterno.

Dopo aver pubblicato Malefica. Trasformare la rabbia femminile (Tlon) e, insieme ad Andrea Colamedici, Tu non sei Dio. Fenomenologia della spiritualità contemporanea (Tlon), Lezioni di Meraviglia. Viaggi tra filosofia e immaginazione (Tlon), Liberati della brava bambina. Otto storie per fiorire (HarperCollins), Prendila con filosofia. Manuale di fioritura personale (HarperCollins) e L’alba dei nuovi dèi. Da Platone ai big data (Mondadori), in questo nuovo libro Maura Gancitano racconta la storia di un mito antico quanto il mondo e ci fa vedere come le scoperte della filosofia, dell’antropologia, della psicologia sociale e della scienza dei dati possano distruggere un’illusione che ci impedisce ancora di ascoltare e seguire i nostri autentici desideri e di vivere liberamente i nostri corpi.

Il «vanity sizing»

Oggi i negozi creano le taglie sulla base delle proprie preferenze, e spesso nello stesso negozio si possono trovare standard diversi. Talvolta si pensa che lo scopo sia ridurre le misure per risparmiare tessuto, ma accade anche il contrario. Negli anni Novanta, per esempio, ha iniziato a diffondersi il vanity sizing, che consiste nel modificare le taglie degli abiti per solleticare la vanità dei clienti. In altre parole, la taglia dei vestiti diventa progressivamente piú grande nel corso dei decenni: se negli anni Ottanta un girovita di 70 centimetri corrispondeva a una taglia 44, oggi corrisponde a una 42.

Questa manipolazione nasce dal fatto che l’industria della moda sa bene cosa ci accade in camerino quando ci sentiamo anormali e grasse, dunque corre ai ripari. Come? Non cercando di normalizzare tutti i corpi, ma solleticando la nostra vanità: non aumenta il range di taglie, superando la 46 o la 48, ma permette a un corpo taglia 46 di entrare in una 44, semplicemente cambiando l’etichetta. In questo modo ti sentirai «normale» e comprerai sempre da noi, e in quantità maggiore. Lo scopo è provocare una reazione emotiva, la soddisfazione di essere entrati in una taglia piú piccola di quella che si indossa di solito.

Dal vanity sizing rimangono comunque fuori moltissimi corpi, sulla base di fisicità, grasso o disabilità, ma la spinta delle taglie al ribasso intende nascondere il mito della bellezza: se entro in una taglia «normale» mi sentirò una persona «normale», e non mi importerà più di distruggere gli standard. Anzi, è possibile che la vanità solleticata dalla taglia mi spinga a partecipare alla derisione delle persone più grasse di me, perché stare negli standard mi farà sentire civilizzata.

L’assurdità di queste misurazioni si esprime oggi nelle taglie che negli Stati Uniti scendono progressivamente al di sotto dello zero. L’idea di una taglia 0 o 00, tra l’altro, sembra suggerire che per essere belle le donne debbano occupare meno spazio possibile. Piú il numero è basso, piú si alza l’autostima. Essere magre è diventato glamour, ma come abbiamo visto non è sempre stato cosí. Al di là del pericolo di associare la propria identità e il proprio valore a una misura, il grande problema di
questo sistema è che si basa su una misurazione del tutto arbitraria e mutevole, come quella delle taglie.

Del resto, le riviste di tutto il mondo non fanno altro che lanciare notizie sul peso delle star. L’ideale di magrezza femminile veicolato dalle pubblicità, dalle riviste e dalla televisione è lontano dal cambiare, e le icone di bellezza sono diventate negli anni sempre più magre. Alcuni studi sulle protagoniste femminili delle principali sitcom trasmesse in prima serata negli Stati Uniti hanno rilevato che la maggior parte di loro era sottopeso.

Escono libri sulle diete, programmi televisivi in cui le persone grasse fanno a gara a chi perde piú chili, si parla ogni anno di prova costume: e poiché i nostri cervelli sono continuamente sollecitati da informazioni del genere, diamo sempre più importanza alle dimensioni e alle misure. Questo, però, è inversamente proporzionale a ciò che accade davvero ai nostri corpi: nonostante tutto, o forse in ragione di questa ossessione normativa, le misure e il peso medio delle persone nel pianeta continuano a crescere.

La Cina è già qui - Giada Messetti

Esaltata come modello da imitare o descritta come il nostro prossimo grande nemico, la Cina è sempre più presente nei dibattiti nostrani, talvolta perfino in modo ossessivo. Qualsiasi cosa succeda, da una guerra come quella in Ucraina, all’acquisizione da parte di Elon Musk di Twitter, ci si chiede «e la Cina che fa?».

Questa presenza costante, talvolta esplicita, altre volte tra le righe, non ha però prodotto una maggior conoscenza della Cina, anzi. La polarizzazione che applichiamo ormai a qualsiasi discussione, sia una pandemia o una guerra in Europa, porta anche la Cina all’interno di un dualismo limitato e ristretto: o bianco o nero. C’è bisogno dunque di traduzione culturale, di ponti in grado di fornirci qualche appiglio per andare oltre le apparenze e soprattutto oltre i nostri pregiudizi, perfino quelli più sfumati o che crediamo di non avere.

La Cina è già qui (Mondadori, pp. 149, euro 18) di Giada Messetti ci viene dunque in soccorso. Se già nel precedente libro (Nella testa del Dragone sempre per Mondadori) Messetti spiegava l’origine e le ragioni della postura interna e internazionale della Cina, esponendo il contesto all’interno del quale osservare le azioni di Pechino, ne La Cina è già qui il tentativo è quello che contrassegna l’attività editoriale e di divulgatrice dell’autrice: spiegare in modo semplice ma rigoroso quali sono alcune basi della cultura cinese.

LO SCOPO È DUPLICE: da un lato è quello di avvicinarci alla Cina, provare a fare il vuoto, spostare il nostro sguardo e comprendere le tante leve della cultura cinese, dall’altro è quello di dotarci degli strumenti per produrre in modo autonomo un pensiero sulla Cina al di là del rumore di fondo. Lo sforzo dell’autrice è infatti quello di fornire delle coordinate, delle chiavi di lettura, per riscontrare caratteristiche, forze e debolezze dell’attuale postura cinese, in modo da trarne conseguenze per una finalità ben precisa: comprendersi, capirsi, ascoltare e infine giungere a qualche forma di compromesso anziché a uno scontro frontale.

Messetti parte dalla scrittura, dai caratteri cinese, dai non detti e le assenze che ne conseguono, fino alla questione della faccia, della vergogna, per portare il lettore su una apparente superficie (con i suoi lati anche divertenti e curiosi) che lascia intendere però profondità sconosciute. Ad esempio la mancanza, nel cinese classico, del verbo essere «nell’accezione di esistere». Una cosa può essere «bella o brutta, grande o piccola, ma non può essere e basta».

LE CONSEGUENZE? Scordatevi Parmenide e Cartesio o il celebre «essere o non essere» shakespeariano che in cinese suonerebbe come «essere o annientarsi»? Il risvolto filosofico di questa caratteristica riscontrabile a partire dalla scrittura cinese lascia presagire baratri di incomprensione notevoli, che Messetti però sistema all’interno di un discorso più generale attraverso l’analisi di altri elementi salienti di quella che noi occidentali chiameremmo «essenza» cinese. A partire da Confucio, dal daoismo, attraverso esempi che rimandano di continuo dalla cultura popolare ad abissi filosofici.

Se Mulan ci insegna il senso cinese della pietà filiale (le cui ricadute sono riscontrabili poi nell’attività politica del Partito comunista cinese), Messetti affida all’artista Li Kunwu (autore di una trilogia a fumetti sulla storia del paese per Add Editore) l’impervio ruolo di spiegare cosa intendano i cinesi per memoria e alla pratica dello «shanzhai» il ruolo di spiegarci perché anche «copiare» può diventare una sorta di processo innovativo. Tasselli di un’anima che probabilmente non saremo mai in grado di afferrare ma che ci converrà al più presto conoscere, quanto meno nelle sue pieghe più visibili anche a noi occidentali.

L'AUTRICE

Cresciuta a Gemona del Friuli, dopo la laurea in cinese all’Università di Venezia, nel 2005 si trasferisce a Pechino dove lavora per le principali testate italiane – Rai, Corriere della Sera, Repubblica, Radio Popolare, Diario – fornendo contenuti informativi e logistici grazie ai suoi contatti e alla sua capacità di creare sistema.
Rientrata in Italia nel 2011, collabora con alcune fra le più importanti trasmissioni radio e tv, come Crozza, Zeta, Caterpillar, Ovunque6, Caterpillar AM per poi approdare alla scrittura televisiva vera e propria collaborando, fra gli altri, con Daria Bignardi a Le Invasioni Barbariche e con Beppe Severgnini a L’erba dei vicini.

Attualmente è autrice di programmi di approfondimento su Rai3.
Insieme a Simone Pieranni, ha ideato e condotto il podcast sulla Cina Risciò, prodotto da Piano P e disponibile sulle principali piattaforme di streaming.

Per Strade Blu Mondadori ha pubblicato “Nella testa del Dragone – Identità e Ambizioni della Nuova Cina” (2020) e “La Cina è già qui – Perché è urgente capire come pensa il Dragone” , saggi divulgativi sulla Cina che fotografano il presente, il futuro e la cultura di un paese sempre più decisivo sullo scacchiere globale.

Ogni venerdì alle 10.20 spiega le notizie cinesi della settimana nella rubrica “Vieni avanti, Pechino” all’interno del programma FORREST di Radio1-RAI, condotto da Luca Bottura e Marianna Aprile.
A queste attività affianca quella di mediatrice per eventi e convegni e di opinionista in radio e TV su temi relativi alla Cina.
Sul suo account twitter aggrega notizie cinesi.

Ci protegge la luna - Agata Bazzi

In occasione della recensione numero 800 ci immergiamo in un mondo rurale arcaico pieno di magia e di atmosfere di altri tempi in terra di Sicilia. Agata Bazzi infatti torna alla narrativa dopo il suo splendido La luce è là (Mondadori, 2019), in cui narrava la storia della sua famiglia di origine di religione ebraica, gli Arhens.

Ci protegge la luna (Mondadori, 2022) è un romanzo con un’ambientazione diversa, ma sempre con una scrittura brillante e una narrazione che lascia il segno. Siamo in un piccolo centro dell’Isola…

“Un piccolo paese in mezzo al grano. Non era nemmeno un paese, soltanto un gruppo di casupole circondato da una distesa di terra pianeggiante, coltivata a grano. Pianeggiante ma non piatta, ondulata da movimenti dolci. Bastava un po’ di vento e il grano si piegava e si rialzava morbido, componendo forme e disegni. Era lo stesso movimento del mare, di cui aveva l’intensità e la potenza, un’immensità senza azzurro e senza tempo se non quello delle stagioni: il verde tenero annunciava la primavera, poi le spighe imbiondivano e si curvavano sotto il peso dei chicchi in una promessa di abbondanza.”

Nel secolo scorso, in questa terra lontana dalla città, la narrazione di storie che vedono protagonisti una madre e un figlio circondati da una natura sempre vigile e presente con le sue inesorabili influenze, ma sempre protettrice.

“Eppure succede. Dio, l’uomo e la natura sono un tutt’uno. Alcuni di noi hanno visioni e percezioni che rendono evidenti i legami tra cose e persone, tra passato, presente e futuro. È più evidente nei bambini, che sono sinceri e si esprimono senza timori... Gli adulti si spaventano o si vergognano, tendono a dissimulare…”

L’azione si svolge in principio a ridosso del Primo conflitto mondiale, dove ritroviamo Rosa, dotata di un potere di guarigione di anime e di corpi, e insieme a lei Beniamino, un figlio diverso ma con le sue stessi doti. Un romanzo forte e intenso nelle immagini e nelle descrizioni, che si apre sin dall’inizio con il racconto di Rosa e della sua unione maritale, che la porterà ad avere tre figli. L’ultimo, Beniamino, mostrerà di possedere le sue stesse doti: è un giovane di una forte sensibilità, legato alla sua omosessualità con cui dovrà confrontarsi.

Intorno ai protagonisti, le vicende personali e i principali eventi storici che si succedono nella loro ineluttabilità, con l’ascesa del Fascismo, ma tutto sembra non colpire “il mondo a parte” di questa donna considerata per le sue doti come una strega benigna che aiuta il prossimo senza ricavarne alcun guadagno.

Un narrato che non è solo una ricostruzione di un quadro familiare, seppure intenso e suggestivo, immerso in atmosfere di incanto sospese tra realtà e magia, ma anche il racconto di un vissuto di un quotidiano di una famiglia e di una società che vive un’epoca di forti conflitti sociali e di lotte politiche, in una fase storica particolare caratterizzata dalle lotte contadine di rivendicazione della terra.

Si ha un crescente interesse nel leggere il volume, sin dalle prime pagine dove si descrive il paesaggio di un’area interna non meglio definita della Sicilia; è un paesaggio tradizionale, un paesaggio rurale e pastorale di un’agricoltura che non esiste più, composto non solo dai campi ma anche dall’abitato.

I protagonisti di questo libro hanno la capacità di tenere insieme la concretezza del paesaggio con i sentimenti e le passioni. Rosa è una donna che ha dei poteri magici, che si sviluppano, avanzano, si modificano nel corso del romanzo, che sono la capacità di leggere il mondo oltre la presenza umana. Rosa ha la capacità di sentire la pioggia prima che arrivi, ha i sogni premonitori, parla con le piante, quando è in campagna guarda i fiori, le piante e gli animali. Non si racconta pertanto solo la storia di personaggi, di una famiglia contadina, delle lotte contadine che la attraversano ma anche le vicende della natura e i sentimenti, le passioni che molto spesso vanno oltre la razionalità.

Vi è un esergo nel libro, una citazione di Gaio Sallustio Crispo che esprime tutto il senso del libro:

“E queste cose non avvennero mai, ma sono sempre: l’intelligenza le vede tutte insieme in un istante, la parola le percorre e le espone in successione.”

E il libro parla di tutto questo attraverso Rosa, le sue storie, i suoi legami familiari, le sue amicizie, il rapporto con il figlio Beniamino, il paese e la città nei contrasti e diversità, con la guerra sullo sfondo. Un romanzo completo, con una fedele ricostruzione storica di vicende umane e insieme un’esposizione di quello che vi entra di un mondo magico e pieno di misteri in cui la natura e la luna protegge e indica la giusta strada da percorrere.

Nella terra dei lupi - Joe Wilkins

Ecco un Montana odierno, secondo Joe Wilkins: una “terra di lupi” in cui, però, le bestie non sono certo loro.

Una terra dura e selvaggia, dalla valle di Yellowstone alla catena delle Bull Mountains, in cui gli abitanti fanno fatica a sopravvivere. Per il clima, l’analfabetismo, la disoccupazione e la miseria, a cui spesso fa eco una brutalità inaudita.

Wendell, il protagonista, è un ventiquattrenne che vive da solo, perché suo padre è fuggito sulle montagne per sottrarsi all’arresto per l’omicidio di una guardia forestale.

«Stasera a est il cielo è blu come gli occhi di tua madre», diceva. «Da un lato c’è questo blu che va verso la notte. Dall’altro le montagne lontane, rosse e oro nel sole che scende. Lo sapevi che tra il rosso e l’oro c’è una scatola di colori?».

Wendell è un giovane straordinariamente equilibrato, anche se vive in questo contesto di miseria, violenza e ossessione per le tradizioni. Gli viene affidato il figlio di sua cugina, un bambino di sette anni con un grave deficit cognitivo. Tra i due nasce un legame profondo, che commuove nell’intimo.

Gillian, l’antagonista, è vicepreside della scuola che si occupa degli allievi in difficoltà. Inevitabilmente, inizia a gravitare intorno a Wendell, malgrado il tragico legame che congiunge e oppone le rispettive famiglie.

Wilkins modella i suoi personaggi con brevi tratti di pennello, come un impressionista, e li inserisce in uno straordinario paesaggio che descrive con maestria: «Lungo un sentiero che costeggiava un groviglio di prugnoli, un varco tra i pioppi e i salici incorniciava un’ansa del fiume, con le sue rapide poco profonde, su un letto di ghiaia. Oltre il fiume, la foresta s’infittiva e si innalzavano le Bull, bitorzolute, scoscese e frastagliate e la punta più vicina era ammantata dal verde azzurrognolo dei cedri».

Un territorio selvaggio e ostile che, al pari di quasi tutta la provincia rurale americana, considera un diritto sacrosanto del cittadino armarsi e uccidere la fauna selvatica, anche se proibito. Uno dei protagonisti ha addirittura ucciso un lupo: «A proposito di lupi. Se ne sente sempre parlare al notiziario, ma chi ne aveva mai visto uno? Io no, almeno fino ad allora. Ti assicuro che il lupo è un vero spettacolo [...] ma quel lupo era sulla mia terra. Quella lupa era venuta a divorarmi un pezzo di cuore». Uccidere quell’animale diventa qui affermazione di libertà individuale.

Il romanzo ha un’intensità struggente che si dipana tra i protagonisti, costretti ad affrontare troppi disagi, a cercare di risollevarsi da soli e a espiare le colpe dei padri. Qualunque sia il destino di questi personaggi, ognuno di loro, a partire dal padre di Wendell, troverà conforto nella bellezza di quella terra e riuscirà a dare un’impronta lirica, quasi poetica, alle proprie azioni.

Una notazione finale. Gli Stati Uniti sono una nazione relativamente giovane. Non hanno avuto l’Impero romano e neppure il Rinascimento. Generazioni di scrittori hanno vissuto come un naturale anfiteatro l’epopea del West e della natura incontaminata, con le sue leggi tribali e l’eterna lotta per la sopravvivenza.

Il grande cinema americano ha sempre colto questo stato d’animo culturale, da Ombre rosse a Un gelido inverno fino a Revenant. E la letteratura non è stata da meno. Dai classici William Faulkner e John Dos Passos, all’ultima generazione dei Don Winslow e Joe Wilkins.

Per i nostri lettori è un avviso in bottiglia.

Una piccola questione di cuore - Alessandro Robecchi

Sinossi. Alla Sistemi Integrati – l’agenzia investigativa che Carlo Monterossi ha fondato per noia, per sfuggire alla tivù spazzatura che l’ha reso ricco, per «infilarsi nelle vite degli altri» – si presenta un ragazzo molto perbene, Stefano Dessì. Vuole che sia ritrovata una persona scomparsa, «la mia donna», dice. Una piccola questione di cuore, pensano Carlo e i suoi soci, il ruvido Oscar Falcone e l’ex poliziotta Cirrielli. Il ragazzo è molto giovane, ha solo ventidue anni, e il suo amore scomparso sfiora i quaranta, è rumena, bellissima, elegante, affermata, enigmatica. E nei guai. Che affari ha in corso Ana con un boss in giacca e cravatta, un re della zona grigia che lega denaro sporco e affari ufficialmente puliti? Perché è costretta a nascondersi? E soprattutto che cosa ha, o che cosa sa, Ana, da «barattare in cambio della sua vita»? Giorni dopo viene ucciso Federico Bastiani, «il nuovo fenomeno della finanza», giovane, rampante astro nascente del business, soldi e jet set. Lo trovano «con un buco in testa» in un piccolo appartamento affittato a giornata. Indagano, in modo semi-ufficiale, due poliziotti: Ghezzi, che si muove morbido come un gatto, e il ringhiante Carella. Scoprono in fretta che dietro la patina di brillante mondanità si nasconde molto altro, ma capiscono anche che la soluzione non è soltanto lì. A Ghezzi e Carella il delitto sembra «una cosa mezzo e mezzo», forse gli affari, certo, ma anche qualcosa di personale. Le due indagini finiscono per incrociarsi, Carlo Monterossi, Oscar Falcone, la Cirrielli, Ghezzi e Carella, formano un unico gruppo, tra battibecchi, divergenze e diverse visioni del mondo, tutti con le vite private perennemente in zona sismica, e tutti sorpresi di trovarsi a riflettere – ognuno a suo modo – su quella che Carlo chiama con un ghigno sarcastico «l’annosa questione dell’amore».
A ogni romanzo della serie di Carlo Monterossi, la prosa rapida e precisa di Alessandro Robecchi (che sembra battere allo stesso ritmo del pensiero di chi lo legge) ci trascina dentro Milano, la grande protagonista delle sue storie. A volte amabile, a volte odiosa, «dinamica e turistica», città di grattacieli e periferie decorose con «un prato davanti, il centro commerciale a due passi, che volete di più dalla vita?», di milionari, di «ceto medio che scivola in basso» e di chi «si ammazza di lavoro».

È la Milano Nera dello Scerbanenco del nostro tempo.

Recensione
L’undicesimo capitolo della serie. Già conosciamo la Sistemi Integrati, con i tre soci: Agatina Cirrielli, ex poliziotta, Oscar Falcone e Carlo Monterossi. Un’agenzia investigativa che si muove in maniera originale, che “inciampa” in qualche grosso caso da sbrogliare e finisce col lavorare insieme a due poliziotti in servizio: Carella e Ghezzi.

La trama si snoda attraverso due corsie d’indagine, ma ciò che muove i passi e il ragionamento dei nostri è una annosa domanda: esiste davvero l’amore?

L’amore a prescindere, che scavalca ogni ostacolo e si apre alla speranza, anche se la ragionevolezza indicherebbe tutt’altra direzione. La saggia Katrina, la colf che dialoga con il magnete della Madonna di Medjugorje sul frigorifero, ha la sua risposta pulita

«Signor Carlo fa domande strane. Cosa vuol dire si può, non si può, amore non è una cosa che si sceglie».

E dunque, l’autore televisivo che ha inventato il format di Crazy Love, programma dal quale scappa come se lo rincorresse la nera signora, anche se non schifa l’agiatezza che gli procura la Grande Fabbrica della Merda, si chiede se esiste un amore reale, un nocciolo al centro delle cose, oltre le storie pettinate della tivvù.

Sembra che solo Monterossi, malinconico e disincantato uomo di mezza età, si ponga la domanda, sollecitato dal fatto che il loro nuovo caso ha il volto di un giovanissimo, Stefano, che cerca la sua matura innamorata.

Ma non è così, Agatina Cirrielli e Oscar Falcone, dietro alla loro scorza ruvida, fanno gli stessi ragionamenti e mostrano un cuore tenero. In commissariato il giovane Sannucci sta organizzando il proprio matrimonio al quale sono invitati il Sovrintendente Ghezzi e signora, la sua Rosa, e il Carella con la fidanzata sconosciuta.

Tra le pagine fanno capolino le tante sfumature dell’amore: da quello che si è ormai plasmato nel quotidiano scorrere della vita, il matrimonio di Ghezzi, a quello tra Monterossi e la Ballesi che, nonostante la consuetudine, vuol mostrare ancora il suo lato sorprendente; da quello tra Carella e Stefania, appena nato e ancora confuso tra paure e piaceri, a quello di Sannucci e la sua sposa che hanno deciso di cantare il futuro insieme. E l’amore è anche il filo conduttore per dipanare l’intricata matassa investigativa.

Un mirabile intreccio di amore e morte, una splendida e moderna rivisitazione del mito di Romeo e Giulietta, mentre in sottofondo scorrono le parole di Bob Dylan.

Alessandro Robecchi è stato editorialista de Il manifesto e una delle firme di Cuore. È tra gli autori degli spettacoli di Maurizio Crozza. È stato critico musicale per L’Unità e per Il Mucchio Selvaggio. In radio è stato direttore dei programmi di Radio Popolare, firmando per cinque anni la striscia satirica Piovono pietre (Premio Viareggio per la satira politica 2001). Ha fondato e diretto il mensile gratuito Urban. Attualmente scrive su Il Fatto Quotidiano, Pagina99 e Micromega. Ha scritto due libri: Manu Chao, musica y libertad (Sperling & Kupfer, 2001) tradotto in cinque lingue, e Piovono pietre. Cronache marziane da un paese assurdo (Laterza, 2011).
Con questa casa editrice ha pubblicato Questa non è una canzone d’amore (2014), Dove sei stanotte (2015), Di rabbia e di vento (2016), Torto marcio (2017), Follia maggiore (2018), I tempi nuovi (2019), I cerchi nell’acqua (2020), Flora (2021) e Una piccola questione di cuore (2022).

La felicità del lupo - Paolo Cognetti

Lui ha quarant’anni, una separazione e una casa da vendere, lei ne ha ventisette, una gran voglia di esplorare e la necessità di elaborare un lutto. Ci sono poi Babette, la proprietaria di un ristorantino frequentato da montanari e occasionali turisti e Santorso, un burbero ex–forestale che guida i gatti delle nevi. A far loro da sfondo c’è Fontana Fredda, una paese di montagna, a 1800 metri sul livello del mare. Un luogo dimenticato anche da chi una volta ci abitava, frequentato da alcuni turisti che usufruiscono di una pista da sci non particolarmente emozionante.
E poi, che dire, poi c’è il lupo.

La copertina, di nuovo meravigliosa, di nuovo firmata da Nicola Magrin, ha in primo piano un bosco di pini alti, che tornerà nella storia di Cognetti, e dietro ai pini compaiono le montagne che si confondono con le nuvole, come travolte da una grande onda bianco–azzurra. Sembra voler richiamare le Trentasei vedute del monte Fuji di Hokusai, una raccolta di dipinti del celebre artista giapponese, che Silvia regala a Fausto prima di partire.

La felicità del lupo è un breve romanzo delicato, pieno di pensieri, riflessioni, pieno di natura, di selvaticità: una ventata di aria montana, gelida e allo stesso tempo energetica, vitale.

A differenza de Le otto montagne, La felicità del lupo è un romanzo corale. Cognetti, come mai ha voluto raccontare più voci, avere più punti di vista?
“Non era previsto, in realtà. L’unica cosa che sapevo dall’inizio era che volevo scrivere un romanzo in terza persona. La prima persona de Le otto montagne era così presente che avrei fatto fatica a cambiarla – non avrei saputo come fare, quella è la mia voce, è il mio Io. Ho fatto un po’ di fatica a iniziare, per tanti motivi. Avevo questa storia che mi girava in testa, soprattutto la storia d’amore tra Fausto e Silvia, ma non riuscivo bene ad affrontarla. Poi, ho capito che se la dividevo in più personaggi sarei riuscito a maneggiare meglio. Quelli che all’inizio erano due personaggi, sono diventati quattro. In realtà, nella mia testa, Silvia e Babette sono un po’ la stessa donna, in due età e due periodi diversi della vita. Sono l’inizio e la fine di una storia tra una donna e una montagna”.

Non è soltanto una storia d’amore tra due persone, infatti, ma una vera storia d’amore con la montagna. Che inizia sempre con grandi fuochi d’artificio e per alcuni si esaurisce, mentre per altri invece si rafforza.
“Infatti, quello tra Fausto e Silvia è un amore molto delicato, non una grande passione. Mi piaceva che, a differenza de Le otto montagne – che coinvolge grandi sentimenti della vita, il rapporto padre e figlio, l’unico amico che ti segue per tutta l’esistenza –, questa invece fosse una storia di incontri occasionali, di storie che durano il tempo di una stagione, di una fase della vita. Sono piccole, però mi piace come questi personaggi riescano a prendersi un po’ cura dell’altro, con poche parole, piccoli gesti. È una meditazione sulla cura, sull’accoglienza. E poi invece c’è il rapporto con la montagna che è un rapporto molto più forte di tutti queste relazioni tra i personaggi”.

Ci parli di questo rapporto.
“È un rapporto che cura, come nel caso di Fausto; che emoziona, come nel caso di Silvia, che si sente attratta ma non sa bene da cosa; è un rapporto lungo tutto una vita, come per Babette, che ormai si è esaurito. Tra tutti i personaggi è quello con la montagna, poi, il rapporto più forte”.

E veniamo al personaggio di Santorso: è come se dentro di lui volesse racchiudere tutte le persone che ha incontrato in montagna in questi anni.
“Sì, continuo a elaborare questa figura del montanaro, a fare delle variazioni sul tema. Ne Le otto montagne c’era Bruno. Qui invece c’è Santorso, che ha qualcosa che Bruno non aveva, cioè un po’ di ironia. È anche un personaggio un po’ comico, ogni tanto. Questa per me è un’esperienza nuova. Fondamentalmente ho sempre scritto di giovani, di solito le mie storie finivano quando i personaggi si affacciavano all’età adulta. Ho scritto tante storie di formazione, di adolescenza. Anche eterni adolescenti. Invece qui, per la prima volta, ho affrontato personaggi adulti, personaggi feriti, disincantati. Come se avessi esaurito il discorso sulla giovinezza”.

Un altro personaggio importantissimo, anche se appare per la prima volta quasi a metà del libro è proprio lui, il lupo. Il lupo che dà il titolo al romanzo.
“Certo, questo dal punto di vista della scrittura è stato un piccolo esperimento, dura poco, e forse in futuro proverò a svilupparlo. Scrivere dal punto di vista di un cane, di un animale, di un lupo. Jack London l’ha fatto per più di un libro. Per provare a scrivere proprio quelle pagine mi sono riletto Il richiamo della foresta. È miracoloso, se lo leggi da scrittore, come uno faccia a scrivere un libro così bello tutto dal punto di vista di un cane. Non un cane umanizzato, no, è un cane che è davvero un cane. Non è che pensa: sente, sente da cane. Una cosa che ho cominciato a fare solo con questo libro, ma che mi piacerebbe provare a portare avanti è che i personaggi di una storia possano essere anche alberi, animali ed elementi del paesaggio, trattati proprio come dei personaggi, non solamente ben descritti, ma vivi, che vivono una loro storia. Sarebbe bello farlo con un torrente, un albero e intrecciare tutto con gli elementi della storia. Mi sembra una cosa nuova dei nostri tempi, sarà che come scrittore uno ha sempre bisogno di sentire di stare esplorando qualcosa di nuovo, altrimenti è un po’ deprimente pensare che riscrivi sempre le stesse cose, no? E allora, per me, l’esplorazione spinge in questa direzione”.

A proposito di esplorazione: i suoi personaggi sono sempre alla ricerca di qualcosa, di se stessi, e lo fanno esplorando, esplorando gli altri, i luoghi, Silvia va addirittura su un ghiacciaio senza sapere cosa l’aspetterà.
“Sono figure di cercatori, credo che poi le cose che ti succedono nella vita influenzano quello che scrivi. Non ho una vita in cui mi sono fatto una famiglia, non mi occupo della vita quotidiana dei bambini, e quindi non racconto di com’è di andare a fare yoga al parco col passeggino. Non è la mia vita. Frequento molto di più i solitari, quello è il mio mondo, mi viene naturale scrivere di persone così”.

La montagna può rendere duri, dice, perché? È qualcosa che ha che fare con gli elementi atmosferici, il freddo, con il contatto duro con la natura?
“La montagna ti abitua alla fatica fisica, che è una cosa a cui le persone non sono più abituate, in palestra forse, ma quello è un altro tipo di discorso. Dopo che una persona va in montagna da tanti anni si abitua al suo corpo che fatica, e questo mette addosso una certa durezza di carattere, perché devi essere un po’ indifferente alla fatica, imparare a conviverci, senza darle però troppa importanza. Così come al freddo, o al brutto tempo, o a momenti di durezza che la montagna possiede e che forse è proprio ciò che andiamo a cercare. Perché è vero, uno va a cercare il sole, la bella stagione, ma ciò che uno ricorda sono quella volta che ci si è persi, quella volta che si è caduti, quella volta che si è presi una nevicata o un temporale”.

Ci sono due episodi in particolare in cui lo racconta, una di queste è la storia della vicina di casa di Fausto, Gemma, un’anziana signora, che vive a Fontana Fredda in solitudine.
“Anche la solitudine è qualcosa a cui la montagna ti allena, e nella solitudine c’è durezza. Ti abitui a parlare poco, a non parlare affatto, a stare dentro la tua testa. Io mi accorgo che quando sto su per un lungo periodo e poi torno in città faccio fatica. Le persone mi dicono ‘Ma non parli mai, cos’è sei arrabbiato?’. E invece no, non sono arrabbiato, è solo che mi ero abituato a stare zitto. Succede anche al contrario. Se sto per un lungo periodo giù dalla montagna quando torno su è un po’ difficile all’inizio. Mi sembra molto vuoto, mi sento molto solo. Dopo qualche giorno rinizio ad abituarmi alla solitudine.
La solitudine non è come uno pensa, che la soffri sul lungo periodo. In realtà la soffri molto di più all’inizio e poi ti ci abitui”.

Che rapporto ha con Karen Blixen, che cita in diverse occasioni in relazione al personaggio di Babette – che proprio da un racconto di Karen Blixen ricava il suo “nome d’arte”?
“Sento una fortissima somiglianza, come con certi autori di cui ti senti il figlio, il nipote. Perché ho letto tanto anche della sua vita. Questa sua cosa della donna borghese, cresciuta in una famiglia ricca, un ambiente rigido, poi il matrimonio con un nobile, in Danimarca. Sceglie l’Africa e ci rimane diciotto anni e quella per lei è l’esperienza più forte della sua vita, il contatto con una cultura completamente diversa, con il mondo selvaggio, con la bellezza. La mia Africa si può leggere come una storia d’amore che finisce male, come un grande amore non ricambiato. C’è una frase che mi piace tanto: ‘Ora io so una canzone dell’Africa, ma sa l’Africa una canzone che parli di me?’, sta a dire: questo mondo che mi ha cambiato la vita, verso cui io ho provato un profondo amore, prova qualcosa per me? È quello che mi chiedo io della montagna”.

In epigrafe cita Barry Lopez con il suo Sogni artici (Dalai, 2006), ci sono consigli che si sente di fare in relazione a libri sulla natura, sull’esplorazione?
“Sogni artici lo consiglio a tutti. Una cosa che mi affascina è che noi italiani non abbiamo una tradizione di nature writing, la scrittura di natura. L’ha fatta un po’ Rigoni Stern, e pochi altri. Non sono libri di divulgazione scientifica, è il racconto della natura, e certo che ci vuole una grande preparazione scientifica. Ma c’è un sacco di poesia in Barry Lopez, c’è esplorazione, c’è avventura. Mi piace anche l’idea che in Italia questa tradizione non ci sia, è una strada che si può ancora esplorare. Di italiani mi sento di consigliare i libri di Stefano Mancuso, così come quelli di Daniele Zovi – un vecchio amico di Rigoni Stern, forestale di Asiago – che, dopo la pensione, ha iniziato a scrivere libri sul bosco, Italia selvatica (Utet, 2019), Alberi sapienti e antiche foreste (Utet, 2018), Autobiografia della neve (Utet, 2020): sono libri molto belli”.

Il botanico inglese - Nicole C. Vosseler

Ambientato a metà dell’Ottocento, Il botanico inglese è una storia che colpisce immediatamente per una raffinata estetica che lambisce ogni aspetto di questo prezioso prodotto letterario.

Per una volta parliamo della copertina prima di tutto. Se, come diceva Paul Valéry, “Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle”, diciamo che questo ottimo libro parte con alcune lunghezze di vantaggio su molte altre pubblicazioni. Una splendida immagine di camelie e uccellini in una stampa antica inaugurano il viaggio di questa lettura, anticipandone alcuni temi.

Robert Fortune è un floriculture, oggi lo definiremmo così, proveniente dalla Scozia e di casa a Londra, dove da poco vive in compagnia della moglie e di due figli. Una vita, quella di Fortune, immaginata senza grandi sbalzi, senza grandi emozioni, un’esistenza disegnata sulla serenità e la contemplazione. L’immagine di una campagna scozzese immersa nella nebbia ci permette di visualizzare ciò che il “botanico inglese” e sua moglie Jane desideravano dalla propria vita comune.

Un incarico inaspettato e bizzarro però arriva a sconvolgere la vita dei due sposini chiusi nel loro guscio amoroso. A Robert Fortune viene affidato un incarico straordinario, partire per la Cina alla ricerca di piante sconosciute da importare nell’Inghilterra di metà Ottocento, una terra che vantava un amore per la botanica senza precedenti. Il Regal Botanic Garden of London attraeva più visitatori di qualunque altro museo cittadino in epoca vittoriana.

In questo clima da “impresa” Fortune, che mai avrebbe immaginato di dover affrontare una simile esperienza, parte per la lontana Cina con un pugno di soldi, tanta paura e qualche dubbio.

Arrivato in Cina non saranno solo la scoperta di nuove specie vegetali a sorprenderlo, ma anche alcuni incontri che gli faranno riconsiderare il proprio approccio alla vita.

L’incontro con una jianghu, in particolare, penetrerà nella coscienza di Fortune facendogli riconsiderare certezze quali la sicurezza economica ed esistenziale. Nel libro si spiega bene cosa sia un jianghu, ovvero una via di mezzo fra un’artista di strada, un anarchico e un esperto nell’arte della guerra, figura di cui la lettura classica cinese si è nutrita copiosamente.

Ma non sono solo gli incontri con le persone a sconvolgere Fortune, la scoperta delle infinite varietà di specie vegetali e ancora di più l’osservazione dell’antica arte della lavorazione della “giada liquida”, ovvero il tè, apriranno al ricercatore inglese nuovi scenari inimmaginabili. Aiuterà il lettore, all’asciutto di nozioni botaniche, sapere che metà delle piante, anche molto comuni per noi oggi, sono arrivate in Europa, spesso prima in Inghilterra, solo all’inizio del secolo scorso.

Terre misteriose e magiche
È bravissima la Vosseler a ricostruire con dovizia di particolari il clima di intensa ricerca, la febbrile sensazione di perdizione, aggiungendo alla narrazione splendide note di cultura botanica che arricchiscono il percorso con eleganza.

Il botanico inglese ci illumina anche su un altro fenomeno piuttosto importante, ovvero la cinesizzazione di ogni occidentale che abbia varcato le porte dell’impero su cui non tramonta mai il sole tra il 1800 e il 1900. Ne siamo bene al corrente noi italiani che, grazie a Padre Albini, un prete bergamasco partito per convertire i cinesi e trasformatosi in cinese, abbiamo una vera e propria documentazione fotografica sull’ammaliante Cina di inizio Novecento.

Un libro affascinante e ben scritto che vi permetterà di attraversare terre lontane in epoche misteriose e magiche.

Il serpente maiuscolo - Pierre Lemaitre

Quando nel 1985 Pierre Lemaitre portò a termine il suo noir Il serpente maiuscolo (che ora viene per la prima volta edito in Italia da Mondadori) non lo sottopose alla lettura di nessun editore. Come racconta lui stesso nella premessa al romanzo: «Poco dopo averlo terminato, era iniziato un periodo difficile della mia vita. Chiusa quella parentesi, niente era stato più come prima. Quel romanzo era molto distante da me. È finito in un cassetto e da lì non è più uscito». Poi, tempo dopo, in occasione della stesura del saggio Il giallo secondo me lo scrittore francese ha ripreso in mano quel suo testo dimenticato: «Ho avuto qualche piacevole sorpresa. Il romanzo è piuttosto crepuscolare e sono rimasto stupito nell'accorgermi che molti temi, luoghi e personaggi che avrei sviluppato nel corso degli anni erano già presenti in quelle pagine... Rileggendolo ho trovato non pochi difetti... ma mi è sembrato più onesto consegnarlo ai lettori più o meno come era stato scritto. Ho solo sistemato qualche passaggio che rendeva difficile la comprensione... Spesso il romanzo noir è circolare: un anello narrativo che si richiude su se stesso. Per questo mi è sembrato logico pubblicare come ultimo noir... il primo che ho scritto».

E che lo stile di Lemaitre fosse già nel 1985 ben formato ce lo conferma la lettura di una storia ben congegnata, ben scritta, piena di colpi di scena e cattiva al punto giusto. Protagonista principale delle vicende è Mathilde Perrin, una donna sovrappeso che ha superato i sessantatré anni. Si capisce osservandola che è stata una bella donna e che nel tempo sembra avere trascurato volontariamente se stessa e indossato un'altra maschera per non risultare desiderabile. Vedova, vive in una villetta a Melun assieme al suo grosso dalmata Ludo. Guida la sua Renault 25 e non ama sudare, non ama le code, non ama lo stress, non ama il trucco che le cola, non ama i vestiti stropicciati. Vorrebbe che tutto fosse per lei programmabile perché questa donna a suo modo elegante e affascinante nasconde un segreto terribile. Da anni svolge in maniera precisa il ruolo di sicario per conto del Comandante. Il suo ex capo durante la Resistenza l'ha formata sul campo e ha scoperto il suo talento innato nell'uccidere. Ma Mathilde da un po' di tempo sembra non seguire più la sua routine, ha ripensamenti, vive esplosioni di rabbia e violenza, non è più attenta a fare ordine fra le armi che usa, addirittura non le nasconde più in casa ma le lascia alla portata di tutti. Comincia ad essere ossessionata dal vicino di casa che sembra spiarla e che lei pensa si sia permesso di tagliare la testa al suo cane.

Prima i suoi lavori erano puliti e senza sbavature, ora si lascia andare ai capricci e alle crudeltà gratuite, convinta che migliorino le sue prestazioni. E forse Mathilde potrebbe sfuggire all'attenzione degli inquirenti se sulle sue tracce non si mettesse il meticoloso ispettore Vassiliev, abituato a indagare con «la testa piena di serpenti», ai quali attribuisce particolari caratteristiche. Per lui la misteriosa assassina che sta mietendo vittime è un rettile astuto e forte, che si muove solo quando ha bisogno e che per il resto delle sue giornate resta acciambellato in attesa delle sue vittime. Un serpente maiuscolo dalle abitudini strane. Solo il Comandante potrebbe fermare Mathilde ma non lo fa nemmeno lui, che conosce bene la bellezza di quella donna ma anche la sua crudeltà. L'ex combattente della Resistenza «non è tranquillo, nel suo mestiere la tranquillità è un biglietto per il cimitero, ma è anche sereno come lo è chi ha cercato di prepararsi a ogni eventualità».

Prima di dedicarsi alla scrittura, Pierre Lemaitre ha lavorato come insegnante. Assieme all'attività di romanziere ha anche portato avanti l'attività di sceneggiatore. Ha pubblicato vari romanzi: Travail soigné, Editions du Masque, 2006, premio Prix Cognac 2006; Robe de marié, Calmann-Lévy (2009), premio Meilleur Polar Francophone 2009; Cadres noirs, Calmann-Lévy (2010), premio Prix Le Point du Polar européen 2010); Alex, Editions Albin Michel (2011). Con Au revoir là-haut (Editions Albin Michel, 2013) ha ottenuto il premio Prix Goncourt 2013[1].

I suoi romanzi, che appartengono al genere del giallo o del noir, hanno ottenuto in patria diversi premi specializzati. Nel 2013, invece, ha pubblicato un romanzo di genere storico. La fortuna delle sue opere ha attraversato i confini nazionali, con traduzioni in diverse lingue, tra cui l'italiano.

Romanzi pubblicati in Italia:

Irène (Travail soigné), Editions du Masque, 2006, pubblicato in Italia da Mondadori, 2015
L'abito da sposo (Robe de marié), Calmann-Lévy, 2009, pubblicato in Italia da Fazi Editore, 2012
Lavoro a mano armata (Cadres noirs), Calmann-Lévy, 2010, pubblicato in Italia da Fazi Editore, 2013
Alex (Alex), Albin Michel, 2011, pubblicato in Italia da Mondadori, 2012
Camille (Sacrifices), Albin Michel, 2012, pubblicato in Italia da Mondadori, 2015
Ci rivediamo lassù (Au revoir là-haut), Albin Michel, 2013, pubblicato in Italia da Mondadori, 2014
Rosy & John, pubblicato in Italia da Mondadori, 2013
Tre giorni e una vita (Trois jours et une vie), Albin Michel, 2016, pubblicato in Italia da Mondadori, 2016
I colori dell'incendio (Couleurs de l'incendie), Albin Michel, 2018, pubblicato in Italia da Mondadori, 2018.

Il paese nero - Stefano Garzaro

Scocca la mezzanotte di domenica 4 marzo. Il padre di Marta, Valdo Revel, attende il risultato delle elezioni politiche. La mattina seguente lei lo trova afflitto, col capo chino, il volto solcato da lacrime di diniego e di giustificata preoccupazione per le sorti del proprio Paese. Dopo aver ottenuto il 92 per cento dei voti, con il tacito assenso di funzionari pubblici corrotti, il Partito ha assunto pieni poteri. Nei mesi successivi venne stroncata ogni opposizione a colpi di decreti, violata la libertà di stampa e di manifestazione del pensiero, infranto il diritto alla riservatezza, stilato un elenco di libri proibiti… “La sera del 10 maggio, a Torino, giorno d’inaugurazione del Salone del Libro, gli studenti furono obbligati ad assistere al grande falò nel piazzale del Lingotto. Si distrussero centinaia di libri proibiti…”. Per non parlare dei “cosmonauti della Necro”, l’onnipresente polizia segreta alle dipendenze del Partito – dalla quale il padre di Marta, in quanto giornalista, è già stato aggredito due volte. Inoltre, gira voce che sia stato allestito un campo di internamento nel quale viene deliberatamente recluso, senza legittimo processo, chiunque risulti scomodo o non allineato ai diktat del Presidente. Marta osserva la distopica realtà attorno a sé, ne percepisce le contraddizioni, le ingiustizie, l’ipocrisia... non può restare a guardare. “All’inizio dell’estate Marta esplose: - Questa non è vita, io spacco tutto. Era in tram, tirò un pugno al finestrino che per fortuna non si ruppe. Doveva combattere, ma non sapeva da dove cominciare”…

“Prima vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non era rimasto nessuno a protestare”. (Martin Niemoller). L’Italia dei giorni nostri sotto una tremenda dittatura: se ciò accadesse quale sarebbe la nostra reazione? E soprattutto, quale sarebbe la reazione dei ragazzi? Si pone queste domande Stefano Garzaro ne Il Paese nero, testo nel quale egli rivisita il genere ucronico, applicando alla narrativa young-adults, al fine di smuovere le coscienze dei giovanissimi. Nel romanzo infatti, Marta e suoi compagni comprendono che il mondo imbastito dal Partito è ingiusto, stupido, scorretto. I ragazzi allora danno vita ad una piccola organizzazione segreta al fine di ribellarsi a quest’ultimo, ed intrecciando le proprie azioni con quelle di chi li ha preceduti essi scoprono di poter fare la differenza. Al romanzo segue una breve bibliografia nella quale trovano spazio i libri da cui Garzaro ha tratto ispirazione. Spicca, tra gli altri, La Rosa Bianca di Paolo Ghezzi nella quale vengono documentate le eroiche gesta di Sophie e Hans Scholl che ebbero il coraggio di opporsi al nazismo e di morire per i propri ideali. “E allora i più pigri, i complottisti ad esempio, che non amano la complessità, non amano neppure la democrazia, e cercano di semplificarla, ma che cosa ottieni quando si sostituiscono molte voci con una voce sola? Nel romanzo Marta, affacciandosi alla cucina con un cucchiaio di legno, risponde: - la dittatura” (dalla Postfazione di Fabio Geda).

Stefano Garzaro è nato nel 1956 a Torino, dove vive. Ha lavorato nell'editoria scolastica e oggi si dedica alla narrativa e alla ricerca storica. Ha pubblicato saggi e romanzi, tra cui i libri per ragazzi Geppe il brigante e la raccolta di racconti O bella ciao (Il Battello a Vapore) scritta insieme a Lucia Vaccarino.

Gli ultimi americani - Arianna Farinelli

Ne Gli ultimi americani racconto tre vite, tre rotte migratorie che partono da lontano per arrivare a ricongiungersi a New York. Due dei miei protagonisti, un ragazzo e una ragazza sudamericani, scappano dalla guerra nel loro Paese. La terza, invece, è una scrittrice italiana che vive da tempo negli Stati Uniti. Ognuno dei tre personaggi fugge da un passato che continua a riverberarsi sul presente. Le storie, infatti, non cominciano mai a New York. Forse lì si incontrano, si mescolano e si confondono, si separano e finiscono ma non cominciano. Iniziano sempre altrove: un luogo lontano, un tempo passato, un viaggio rimasto per anni senza arrivo e senza ritorno.

Nel racconto le storie dei tre protagonisti si intrecciano – nasceranno legami d’amore e di profondissima amicizia. Sono loro gli ultimi americani: persone partite da tempo dai paesi d’origine eppure mai veramente arrivate. In qualche modo ancora in viaggio, alla ricerca di un posto dove ad attenderle non ci siano solo lotte e guerre. Confuse sul dover appartenere al luogo dove si nasce o a quello in cui si muore. Convinte che il loro migrare abbia in sé la promessa del ritorno. Ultime in ordine di tempo ma, a volte, anche nella scala sociale.

Come gli uccelli, anche gli esseri umani fuggono dal freddo e dalla penuria di cibo, anche loro tracciano rotte e attraversano confini. La migrazione, in fondo, è una condizione di vita, è una ricerca costante di luce e di calore.

Migrare non vuol dire soltanto spostarsi da un luogo all’altro del pianeta. La vita stessa è una tenace e disperata migrazione dal dolore verso la felicità. La mia storia è ambientata tra New York e una hacienda colombiana. Racconta le politiche migratorie di Trump ma anche la “guerra a bassa intensità” tra lo stato colombiano e i guerriglieri. Narra l’infanzia e l’adolescenza dei protagonisti seguendoli fino all’età adulta – li ritrova alle prese con la fine di un matrimonio, la condizione di clandestinità, il senso di inadeguatezza di fronte alla domanda più importante di tutte, quella sul senso della vita.

Oggi il tema della migrazione torna al centro della scena politica mondiale, un racconto migratorio che improvvisamente diventa cronaca di guerra. Assistiamo increduli alla più grande migrazione di persone dalla Seconda guerra mondiale.

Gli esseri umani hanno cominciato a migrare dall’Africa centomila anni fa. La migrazione è parte integrante della nostra evoluzione: come specie ci siamo evoluti migrando.

Negli anni della mia vita americana ho assistito a lente e inesorabili migrazioni dal Sudamerica agli Stati Uniti, dal Sud al Nord del mondo. Carovane di persone – donne, bambini, anziani, minori non accompagnati – in fuga da guerre, narco-stati, cartelli, marras. Molti di loro sono stati respinti al confine, altri sono finiti nei centri di detenzione, altri ancora sono stati separati dai figli.
Per molto tempo, da italiana ed europea, ho ascoltato dibattiti inconcludenti sui migranti che attraversavano il Mediterraneo. Tante volte di fronte a queste migrazioni abbiamo proposto improbabili soluzioni ed emesso inappellabili sentenze: “aiutiamoli a casa loro” oppure “sono migranti economici, non fuggono da guerre”.

Oggi tutto sembra diverso: persino paesi governati da partiti nazionalisti aprono confini e accolgono profughi. Ora chiedono una distribuzione equa dei migranti tra i paesi dell’Unione Europea. Ci siamo riscoperti sorprendentemente accoglienti, forse per la prima volta ancora umani. La “fortezza Europa” sembra essere andata in frantumi.

Come è potuto accadere? Forse ci riscopriamo solidali perché questi migranti ci assomigliano – sono bianchi e cristiani – le loro case e le loro piazze ci ricordano le nostre. Forse abbiamo paura che i prossimi ad essere invasi potremmo essere noi. Forse la guerra alle porte di casa ci mette di fronte a un dato di fatto: come esseri umani, siamo tutti fragili, indifesi, in perenne transizione. Tutti in viaggio, tutti migranti per felicità. Tutte le guerre sono ugualmente atroci, anche se hanno dinamiche diverse – guerre d’invasione, a bassa intensità, asimmetriche, civili. La guerra è sempre dolore e morte da cui fuggire.

L’AUTRICE – Arianna Farinelli vive negli Stati Uniti dal 2001, ha un dottorato in Scienze politiche e ha insegnato per dieci anni al Baruch College della City University of New York. Nel 2020 è uscito per Bompiani il suo primo romanzo, Gotico americano.

Spesso ospite di programmi televisivi di approfondimento politico e collaboratrice di quotidiani italiani, pubblica ora con Mondadori il suo nuovo libro, Gli ultimi americani, un romanzo sulle contraddizioni dell’America di oggi. Un’opera dedicata “a tutti coloro che migrano”; il racconto di tre rotte migratorie che convergono negli Stati Uniti, ma che arrivano da molto lontano.

Quando lo scrittore è malinconico racconta storie di uccelli: “Ogni primavera, gli uccelli migratori percorrono immense distanze volando verso Nord. E ogni autunno, tornando al Sud, volano lungo lo stesso percorso. È così da milioni di anni. Per gli uccelli la migrazione è una condizione di vita”. Alma lo ascolta nuda, sdraiata sul letto dello studio dove si incontrano quasi ogni giorno. La storia che lo scrittore ama di più è quella dei cuvivíes, che alla fine dell’estate volano per migliaia di chilometri dall’Alaska alle pampas argentine. Ma è una storia maledetta: quando gli uccelli arrivano sulla laguna andina di Ozogoche si gettano in picchiata nelle acque gelide dei laghi e muoiono all’istante. Gli scienziati non sono ancora riusciti a capire il perché, ma lo scrittore ha una sua spiegazione: “È un suicidio di massa, Alma, i cuvivíes non torneranno mai nelle pampas. La promessa del ritorno galleggia insieme alle loro carcasse sulle acque della laguna”. Alma non immagina che la storia di quegli uccelli finirà per assomigliare così tanto a quella dello scrittore.

Lo scrittore e Lola sono cresciuti insieme in un’hacienda colombiana, lui come figlio del padrone e lei di una governante. Ancora adolescenti, si sono innamorati, ma un evento doloroso ha finito per dividerli. Si ritrovano molto tempo dopo a New York, dove lui arriva come rifugiato politico e lei come immigrata illegale. La storia di Alma, invece, comincia in un quartiere povero alla periferia di Roma. Dopo molti anni negli Stati Uniti e la fine di un matrimonio, una sera partecipa a una competizione di storytelling. È qui che conosce lo scrittore, ormai famoso, e Lola. Quel primo incontro darà vita a un intreccio d’amore e amicizia che in modi inaspettati finirà per coinvolgere tutti e tre…