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La pietra del rimpianto - Arnaldur Indriðason

In un bel quartiere residenziale di Reykjavík, tra condomini e villette a schiera, un omicidio brutale riesce a scuotere la tranquillità dei suoi abitanti: la vittima è una donna anziana, trovata morta nell’ingresso di casa sua soffocata da un sacchetto di plastica.

Per i vicini era una donna tranquilla, forse un po’ schiva, sicuramente perbene: nell’appartamento messo a soqquadro ci sono pochi indizi sul movente dell’omicidio, ma quello che potrebbe aiutare le indagini potrebbe esser un biglietto con un numero di telefono che stupisce, perché è il numero dell’ex collega, il detective Konráð, ormai pensionato.

Konráð, subito contattato, racconta che tempo prima una certa Valborg, anziana e gravemente malata, lo aveva cercato chiedendogli di ritrovare il figlio dato in adozione quasi mezzo secolo prima: lui però aveva rifiutato di aiutare la donna, perché una ricerca del genere – con ogni probabilità – non avrebbe portato a nulla.

Ora Konráð si sente in colpa per non averla aiutata, perché lui stesso sa cosa significhi avere in sospeso risposte dal passato: non ha mai infatti cercato la verità sulla morte del padre, assassinato nel 1963 davanti alla Cooperativa di Macellazione del Suðurland.

Inizia così l’indagine per scoprire la verità su quel figlio perduto, ma questa ricerca lo porterà a scoprire sempre più verità scomode sulla morte del padre.

L’Islanda è terra di grandi spazi e antiche leggende, ed è in una di queste leggende che si trova il senso del titolo e del romanzo:

“Ora Konráð trovò notizia dell’effettiva esistenza di un roccione che portava quel nome. Il Tregasteinn era legato alla leggenda di una donna che era in cammino con il braccio il figlio ancora in fasce, quando un’aquila era calata su di lei, aveva afferrato il bambino e si era levata in volo verso il Holsfjall. Lei l’aveva inseguita fino alla rupe, ma quando era arrivata aveva trovato solo un rivolo di sangue che colava lungo la roccia. A quel punto, vinta dalla stanchezza e dal dolore, era spirata”.

Nel nuovo romanzo di Indriðason tutto sembra ruotare intorno alle verità sepolte e al rimpianto: rimpianto per ciò che poteva essere, o quello che è stato, per quello che si conosce e quello che si vorrebbe dimenticare o per le verità mai venute a galla.

Konráð per primo è pieno di rimpianti, soprattutto per quanto riguarda il padre, un uomo violento e noto truffatore, morto di una morte violenta che solo ora si sente in grado di affrontare: ma in generale tutti i personaggi hanno qualcosa nel loro passato con cui fare i conti.

Come sempre Indriðason sa scavare nella psicologia dei protagonisti, entrando a poco a poco nelle loro esistenze e raccontandone, con lo stile sobrio che lo contraddistingue, le più profonde emozioni, così come sa raccontare la mentalità di un paese così e culturalmente geograficamente distante da noi, e così affascinante. Certo, siamo di fronte a uno stile che non è per tutti, la cui rarefazione può risultare ostica a chi ama i ritmi più serrati: ma Indriðason è sicuramente una garanzia per gli amanti del genere nordico, e il titolo di Simenon del Nord rende bene l’idea del valore e della qualità della scrittura.

Quello che forse convince meno in questo romanzo, che pure introduce il convincente personaggio di Konráð, è la trama, nella quale coincidenze e connessioni paiono a tratti un po’ troppo forzate, come se l’autore abbia voluto raccontare un’idea e abbia cercato di comporre la storia a sostegno di questa idea: pur essendo una storia affascinante, non sempre la narrazione scorre come dovrebbe, forse anche per la lunghezza del romanzo un po’ eccessiva.

E’ comunque un romanzo che sa costruire ottimi personaggi e raccontare uno spaccato di società islandese che, in particolare nella ricostruzione degli anni più lontani, ha un grande fascino. E’ sufficiente? Per gli appassionati del Grande Nord probabilmente sì, e siamo sempre di fronte ad un autore di assoluto livello.

Arnaldur Indriðason è nato nel 1961 a Reykjavík, dove ha sempre vissuto. Si è dedicato alla scrittura, sia di romanzi sia di sceneggiature. Tradotto in quaranta lingue, è considerato a pieno titolo il òpiù importante scrittore di noir islandese. Guanda ha pubblicato tutti i suoi romanzi: Sotto la città, La signora in verde, La voce, Un corpo nel lago, Un grande gelo, Un caso archiviato, Un doppio sospetto, Cielo nero, Le abitudini delle volpi, Sfida cruciale, Le notti di Reykjavík, Una traccia nel buio, Un delitto da dimenticare, Il commesso viaggiatore, La ragazza della nave, Quel che sa la notte, La ragazza del ponte, I figli della polvere.

La Regina del silenzio - Marie Nimier

“Vedo l’incidente al rallentatore. Potrei descrivere nei minimi particolari tutte le possibili versioni della catastrofe, anche di quello potrei farne un romanzo. Un libro costruito intorno al fatto di cronaca riprendendolo ogni volta dal principio, come in quegli incubi in cui nuoti controcorrente, i piedi attaccati all’argine con un elastico. Quello che lui ha taciuto, quello che lui ha detto. L’odore dell’auto e il rumore del motore. Il gioco dei corpi e le proiezioni della psiche. Quel bagliore improvviso, la paura, gli urli e il grande silenzio che ne è seguito. Mi ricorderei le ultime parole di d’Artagnan in quel romanzo che mio padre aveva appena finito quando ha incontrato Sunsiaré: «Non ci sono che le strade, per calmare la vita».

Con La Regina del silenzio (trad. Fabrizio Di Majo, Edizioni Clichy) Marie Nimier si chiede come riappacificarsi col proprio passato, con l’assenza paterna, con un lutto mai del tutto elaborato, attraverso il tentativo in chiave narrativa di attuare un distacco per prendere coscienza di sé, emanciparsi dalla propria storia, scrutare suo padre. Il titolo deriva dall’appellativo risalente ai primi anni scolastici che riporta a un tempo incerto, segnato da omissioni e dolorose incognite. Quando suo padre muore in un incidente stradale alle porte di Parigi a bordo della sua Aston Martin in compagnia della scrittrice Sunsiaré de Larcône, Marie ha cinque anni, apprende la notizia rendendosi conto solo dalle lacrime altrui che si tratta di un evento irreparabile. Piange il dolore di sua madre, piange la scomparsa di un uomo perennemente altrove, da tempo separato da sua moglie.

Divenuta una scrittrice affermata, insignita del prestigioso Prix de l’Académie Française, autrice di romanzi, sceneggiature, canzoni, drammi teatrali, Marie Nimier sente di dover fare i conti con quella perdita infantile. Convinta di non avere ricordi, oltre a traumi sommersi, raduna dichiarazioni di amici e conoscenti, prova invano a mettersi in contatto con l’orfano di Sunsiaré sentendosi affine alla solitudine di un bambino trattato come un adulto, evoca le rivelazioni di sua madre, cerca tra le parole dei suoi libri, incontra suo fratello. Comprende che per riannodare i fili di un groviglio inestricabile occorre provare a ricostruire il corpo smembrato del padre passando per la sua uccisione ideale.

"Ho trascinato la sua morte come una vecchia pelliccia di coniglio rattoppata, un orsacchiotto molto sporco, di quelli che finiscono nel bucato perché la mamma, per motivi igienici, ha deciso così – ma la mattina il bambino piange perché non riconosce più il suo odore portafortuna, e che sia un odore buono o cattivo, non è quello il problema".

Marie cerca suo padre anche nei libri che lo portarono al successo, provando a cogliere nelle figure opache al centro di Les Enfants tristes, una visione del suo tempo, incapace di impressionarsi per aspetti che all’uscita dell’opera generarono un dibattito, provando ad aggrapparsi alla bellezza dello stile. Cinici e dissoluti, i soggetti di Nimier si muovono tra le rovine di una stagione degradata, priva di reali riferimenti.

Quando smise di scrivere su consiglio di un amico romanziere che vedeva in lui la necessità di una morte e di una resurrezione artistiche, a trent’anni Roger Nimier era ritenuto tra i dieci migliori romanzieri del suo tempo. Iniziò presto a collaborare per giornali con una particolare attenzione per la critica teatrale e cinematografica, per fondare una rivista nei primi anni Cinquanta. Il grande successo arrivò, dopo l’uscita di Les épées, con il romanzo Le hussard bleu, che generò un filone narrativo che evidenziava il debito di Nimier verso Stendhal, Drieu La Rochelle e Céline.

Marie si interroga sul significato della paternità cercando di ricostruire l’immagine di un uomo enigmatico, da cui durante l’adolescenza ha dovuto distaccarsi, per rimarcare una lontananza politica e intellettuale, per poi comprendere i motivi di quella necessità.

"È meglio un padre morto che un padre che minaccia di portarvi via. Di strapparvi a una madre che adorate. Di un padre che sventra i divani. Di un padre che cerca di strangolare sua moglie e poi torna il giorno dopo con un mazzo di rose. O che si taglia le vene in un letto con le lenzuola cambiate di fresco".

Fruga tra i reperti dell’infanzia, scrutando frammenti che le restituiscono la percezione di inadeguatezza, succube dell’intelligenza paterna che subordina i figli a un elemento accessorio che disturba e che distrae. Evoca il ricordo del pranzo preparato per gioco con i cibi di plastica, un uovo fritto e delle verdure, sistemati in un piattino e portati al padre eludendo la sorveglianza della babysitter per varcare la soglia sacra del suo studio. Cacciata, ritrovò poi i resti del “pranzo” nella spazzatura, con un mozzicone fuso nel tuorlo di plastica.

Sulla pagina prende forma il ritratto reale e immaginario di un uomo rimasto estraneo agli altri e a sé stesso. La scelta di convocare idealmente momenti e figure del passato getta nel presente di Marie nuove consapevolezze sulla natura ingrata della memoria – “Le cifre non corrispondono all’immagine di lui che io mi sono costruita” – e sul ruolo salvifico della rimozione. La scoperta impossibilità di assegnare una visione coerente e univoca del padre genera un’acuta riflessione sul rapporto discordante con la storia, sul silenzio attorno agli eventi reali o presunti accaduti a suo padre nelle immagini dell’incidente, sulle allucinazioni collettive, sulla necessità di attribuire un colore alla tragedia, sul dolore di percepire un’indifferenza verso la famiglia dietro la ritrosia a immortalarsi con moglie e figli preferendo posare con personalità illustri.

Compone drammi e visioni per direzionare l’autobiografismo a un livello oggettivo e referenziale e scoprire l’irrilevanza di un bilanciamento tra invenzione e verità nel comporre il tratteggio narrativo di un dolore inestinguibile. Tra continui stacchi temporali emerge l’immagine di una donna in bilico tra le paludi del passato e la necessità di affrancarsi dai limiti dell’ignoto in un continuo cambio di visione. Lo scandaglio della vicenda pubblica e privata di Nimier scrittore, marito, padre, amante, intellettuale, amico, diventa lo strumento d’elezione per esplorare una complessa e dolorosa geografia famigliare, tra violenze, segreti, desideri sopiti, entro legami che proteggevano dal dramma “chiudendolo in un bozzolo” per soffocare “il battito delle sue ali”.

La feroce e drammatica analisi che prende forma nell’opera può compiersi solo condannando e giustiziando il padre, annientandolo per espiarne le colpe e provare a comprendere il proprio rapporto con la fine nella drammatica coincidenza di presagi di morte. Un processo fisico che trova una continua associazione nel corpo, a partire dalla descrizione dello smarrimento infantile di fronte alla precoce esposizione al lutto, paragonata alla caduta in un buco senza fine nella perenne sensazione di galleggiare, sino alla consapevolezza adulta di quel che va al di là della personale capacità di regolare se stessi e il proprio intimo, resa nel fluttuare.

Terreno d’elezione dell’autrice, il corpo diventa nell’opera lo strumento primario di misurazione di un dolore personale, fisico – per la diagnosi infantile di reumatismo articolare acuto – e interiore, nel conflitto con l’immagine fallace del padre, trasposta in senso più ampio in una riflessione sulla storia del corpo in letteratura. Gli oggetti evocano drammi indicibili, segnali di violenze negate. Le insistenze descrittive su un orologio da tasca sonoro, sul pollo arrosto con patate della domenica – con il sotteso ricatto perpetuato da una nonna squisita e feroce, capace però di creare isole rassicuranti e necessarie – , attestano l’oppressione nella prigione dell’infanzia. Nel soffermarsi sulle incognite linguistiche, sulle espressioni d’uso comune, sui proverbi, sui modi di dire legati al corpo umano, Nimier si interroga sulla nozione di impedimento, sul significato e sull’idea del “mantenere”, in relazione al pensiero della sparizione di una persona amata.

Con La Regina del silenzio Marie Nimier compone un elogio dell’incompiutezza, della fallibilità umana, uno studio sulla paura sorda, paralizzante, sull’anarchia del ricordo, sull’oblio dell’insignificanza apparente. L’opera consegna una riflessione sullo scarto tra il tentativo di perseguire un presente personale acquietando i fantasmi del tempo e il confronto con la possibilità del disamore paterno, risolta nell’accettazione dell’assenza, della paura e del dolore come superamento dell’esperienza di “uccidersi per non tradire nessuno”.

La mano del diavolo - Robert Bryndza

Robert Bryndza, scrittore di noir inglese, autore di diverse serie di romanzi che hanno per protagoniste detective donne, in questo ultimo romanzo La mano del diavolo (Newton Compton, 2024) sceglie Kate Marshall che insieme al giovane collega Tristan, suo assistente già dal tempo dell’università, ha fondato una agenzia di investigazioni.

Kate è uscita dall’alcolismo da anni, suo figlio studia in California, per lei il lavoro è fondamentale per il suo equilibrio, che la fa mantenere in forma nuotando ogni mattina. Ma per uno strano caso mentre fa la sua quotidiana nuotata, viene presa in un gorgo e rischia di annegare. Salvata in extremis viene portata in ospedale dove incontra un’altra paziente, Jean, una donna molto provata che le racconta una storia incredibile.
Kate, intontita dal suo stato, crede quasi di sognare, ma pochi giorni dopo la donna la cerca e le chiede aiuto: undici anni prima, in un campeggio in un luogo sinistro, mentre si trovava nella tenda con il nipotino Charlie, di tre anni, sua figlia Becky e Joel il genero, accampati a pochi passi, Jean era uscita dalla tenda per pochi minuti, il tempo di scacciare un suo ex compagno alcolista che l’aveva raggiunta.
Tornata sui suoi passi aveva visto che sua figlia stava chiamando il bambino, sparito dal sacco a pelo nella tenda. Inutili le ricerche, il bambino Charlie era letteralmente scomparso.

La polizia accorsa lo aveva cercato indefessamente, ovunque, con l’aiuto dei cani, ma l’odore del bambino finiva vicino ad un fiume impetuoso che scorreva nei pressi. Dopo giorni di infruttuose ricerche il bambino disperso era stato dichiarato affogato, o comunque portato via dalla corrente.
Qualche anno dopo la madre si era uccisa, il padre invece si era risposato e aveva avuto due bambine. Di Charlie nessuno si era più occupato. Kate e Tristan si trovano di fronte a una serie di eventi molto particolari, che non sembrano avere a che fare con il destino di Charlie, ma che mettono molto a disagio Kate, forse ancora stranita dopo aver rischiato la morte in mare, certa però che il mistero non è mai stato davvero esplorato del tutto. Man mano emergono dal passato episodi inquietanti.

Un noir con tutte le caratteristiche del genere, che ci tengono attaccati alle pagine del libro, dal finale per nulla scontato.
Gli scrittori inglesi di thriller ci sanno proprio fare, mettendo in scena personaggi che si muovono nei piccoli centri rurali dell’Inghilterra, nelle cittadine sperse nel nulla, in ambienti paurosi dal punto di vista naturale, dirupi, forre, fiumi in piena, paludi insidiose, erba altissima, alberi enormi e solitari, fattorie deserte.
Insomma, un ambiente che definirei gotico, che ci riporta ad atmosfere dei grandi classici britannici, Walpole, Poe, Wallace.
Nell’esergo del romanzo, Robert Bryndza cita un verso tratto dall’opera di Marlowe, il grande elisabettiano, Edoardo II:

“Voi dovete essere superbo, audace, allegro, / risoluto , e di quando in quando, se l’occasione / lo porta, dar via anche delle pugnalate.”

In questo ultimo romanzo di Bryndza le pugnalate, anche metaforiche, non mancano.

L'uomo del Bogart hotel - Emilio Martini

Dicono che Doppio delitto a Miramare sarà tradotto in inglese. Chissà con quale titolo e chissà se in copertina Emilio diventerà Emilio Martini? Di certo, resterà intraducibile il nome di “Gigi”, il protagonista di quindici episodi noir, tutti volumi Corbaccio della serie Le indagini del commissario Bertè, il dirigente del commissariato nell’immaginaria Lungariva, nella Riviera ligure di Levante.
Il più recente è uscito il 23 giugno, si intitola L’uomo del Bogart hotel (2023, collana “Narratori” Corbaccio, 223 pagine).

Ogni episodio può essere letto singolarmente, ma chi vuole seguire la cronologia esatta può consultarla sul sito dell’autore. E già, perché Emilio Martini, per chi non lo conosce, nonostante le oltre 150mila copie vendute, è lo pseudonimo scelto dalle sorelle Martignoni per raccontare le inchieste di un poliziotto individualista ma capacissimo, ispirato da un autentico commissario con tanto di coda di capelli brizzolati, trasferita pari pari al suo avatar letterario dalle due signore milanesi del giallo-nero, che amano la Liguria fin da bambine.

Giusto per non perdere il filo, la serie è nata nel 2012, come i fan delle Martignoni-Martini sanno bene, con il romanzo La regina del catrame ed è andata avanti fino allo step precedente, il quattordicesimo poliziesco, Sfida a Bertè, pubblicato da Corbaccio nello stesso 2022 del titolo in procinto di violare i confini sigillati dalla Brexit e di volare anche oltreoceano.
Come si fa, ogni volta, a presentare Gigi senza ripetere un cliché scontato e confermandosi fresche e originali? Lo si mette a mollo nel Mar Ligure - cosa che non riesce a fare spesso - e si entra nei suoi pensieri.
Una bracciata dopo l’altra, nel piccolo golfo di Paraggi, Tigullio. La pelle scura, di uomo del Sud, apprezza il brivido delle onde fresche del mattino e i capelli lunghi fluttuano come alghe, liberi dal legaccio che di solito li raccoglie in una coda monumentale. Un “Tarzan a mollo”. Nuota e pensa che pur vivendo a Lungariva da anni, di bagni ne ha fatti pochi: per lui quel luogo di vacanza non è l’eden turistico caro a tanti. Al contrario di quanto si aspettasse, nel luogo del suo esilio ha dovuto affrontare diversi crimini.
La Coscienza Bastarda fa la caustica, come sempre, ma l’insolita nuotata mattutina piace anche a lei. A pancia in su e braccia aperte, torna il bambino delle estati in Calabria, quando faceva il morto per ore, lasciandosi trasportare dalla corrente. A riva, Marzia lo aspetta con Bernardo, che non ne vuol sapere di bagnarsi e abbaia per tenerlo in guardia dai pericoli del mare.
Così, si apprende ch’è di origini calabresi, commissario a Lungariva (Santa Margherita, base della Martignoni’s family nel Levante Ligure?). Viene costantemente importunato da una ipersensibilità che gli impartisce lezioni di vita e comportamento, è legato a Marzia ed hanno un cane San Bernardo enorme.
Rinfrescato e asciutto, Bertè si appresta a dedicarsi allo sperato tran tran di un lunedì 2 agosto. Tutto farebbe pensare ad una giornata di routine, tra villeggianti ubriachi e varie “cavolate” (il termine sarebbe un altro, ma è irripetibile), quando la telefonata del sempre perentorio questore lo riporta alla dura realtà della cronaca. Nera, naturalmente.

Terani è in vena di quiz. Premessa la gran quantità di seccature a Genova e l’esiguità di personale per gestirle, chiede a Gigi se abbia letto i giornali. Un disperato appello alla memoria consente di mettere in fila una rivolta a Marassi e l’omicidio di un uomo in un piccolo albergo. Di più non serve, gli bastano i morti di Lungariva e non approfondisce quelli del capoluogo.

Non si conosce l’identità del morto, brutta rogna per il questore, stufo di leggere “cavolate” (anche qui, glissiamo sul termine esatto). Alle rimostranze del commissario, che cerca di evitare una trasferta sgradita, replica che a Genova troverà un ispettore della Mobile a conoscenza del caso e a totale disposizione.
Non c’è da aspettarsi un grand hotel, ma nemmeno quel cumulo di arredi datati, rotture e trascuratezze ch’è il Bogart. Che differenza con la pensione Aurora della Marzia, linda e accogliente, sebbene modesta. Nell’albergo genovese la pulizia lascia a desiderare, come la frequentazione, a quanto si direbbe.
Nella stanza al secondo piano, una macchia di sangue ricorda dov’è stato trovato il cadavere. Letto matrimoniale, lenzuola sfatte, comodini, applique a muro, un piccolo armadio, stampe alle pareti di attori del cinema hollywoodiano. Tutto parla di ore di amore mercenario tra quelle quattro mura.

Tre colpi esplosi, bossoli e revolver rimossi, calibro 22, poco rumore. Finestre aperte, tapparelle alzate. Il killer ha sparato dalla soglia, prima di entrare nella stanza, ma non può essersi eclissato dal balcone, impossibile senza farsi male e lasciare orme all’esterno. Mancano documenti ed effetti della vittima (le impronte digitali stanno a zero, non era schedato). L’ispettore Romeo, anche lui calabrese, dice che Mister Bogart dovrebbe aver ricevuto una donna in camera, ma nessuno ha visto uscire nemmeno lei.
Due colpi mortali hanno forato il petto e la testa, poi l’assassino gli ha fracassato la faccia con un corpo contundente, anche quello non rinvenuto.

La descrizione delle scene del crimine è sempre un must di Emilio Martini o, per meglio dire, delle sorelle Martignoni.
Se aggiungiamo una giovane prostituta, un ex militare albanese, un giardiniere del cimitero e la cocciuta e solitaria professionalità di Gigi Bertè, il giallo è bello e pronto da leggere.

La scelta - Viveca Sten

Torna in biblioteca la coppia feticcio Nora Linde e Thomas Andreasson, nel romanzo forse più teso e riuscito di Viveca Sten.

Mina è in una situazione pericolosa, bloccata in una relazione tossica con un uomo estremamente violento e con un bambino piccolo a cui pensare: e Andreis Kovač non è un uomo qualsiasi, ma un criminale elusivo e potente che, immigrato dalla Bosnia da bambino, si è fatto strada nella malavita svedese. Mina è però in possesso di prove che potrebbero incastrarlo per evasione fiscale e mettere fine al suo impero illegale, e con questo liberarla da una vita di abusi.

Ma sarà sufficiente?

Mina entra così nel programma di protezione speciale e trova riparo con il suo bimbo in una casa-famiglia su un’isola dell’arcipelago: ma forse nemmeno lì Mina potrà trovare la sicurezza, e tocca a Nora Linde e Thomas Andreasson difenderla dalla ferocia del marito.

Fin dalle prime pagine di questo bel romanzo di Viveca Sten si avverte un forte senso di tensione, quel tipo di tensione che vive con ogni probabilità ogni donna abusata da un marito violento, quella generata dal pensiero che un minimo pretesto – un piatto cucinato male, un oggetto fuori posto, miserabili alibi degli abusanti – possa trasformarsi in un pericolo forse anche mortale.

Ne sono piene le cronache, e la vicenda di Mina non può che toccare nel profondo il lettore: ma la Sten non perde mai di vista la natura del romanzo, che non perde mai di tensione narrativa e, anzi, regala momenti di autentica adrenalina nel tentativo di Nora Linde e Thomas Andreasson non solo di salvare Mia ma anche di mettere dietro le spalle un boss malavitoso di alto livello con lo stesso metodo che mise fine all’impero di Al Capone, con la condanna per reati fiscali.

Il racconto delle vicende di Mia, delle difficoltà per una donna di essere tutelata anche in una società che garantisce un welfare amplissimo, si inserisce però in un ritratto ad ampio respiro che la Sten dedica ad una Svezia in crisi di identità, che ha luoghi idilliaci come Sandhamn – dove la Sten ha creato la serie di grande successo dedicata a Linde e Andreasson – ma ha anche periferie violente, dove la gente fatica ad arrivare a fine mese e deve fare i conti con la piccola e grande criminalità organizzata e l’impatto sia sociale che culturale dell’immigrazione.

Ne esce un ritratto probabilmente più disincantato e realistico di questo grande Paese del Nord, che è lo scenario perfetto per l’ascesa di Andreis Kovač: il racconto dell’infanzia di Kovač è un po’ il racconto della nascita di un criminale, raccontando di un bambino che porta segni indelebili di una guerra, e che in paese di grande risorse vede – nel modo peggiore possibile – una possibilità di affermazione. La guerra ha però eroso i limiti morali, e la violenza è un modo di rapida ascesa in un paese che – in un certo senso – viveva un’utopia socialdemocratica di accoglienza e non aveva maturato gli anticorpi sufficienti per arginare l’avanzata delle nuove mafie.

La scelta è un thriller psicologico intenso, che ha però un ampio respiro nel saper calibrare la vicenda privata di Mia con un racconto di contesto molto complesso e attento: è una storia di solidarietà femminile, di disillusione, di storie criminali più grandi dei protagonisti che le vivono. Il ritmo è tipico del noir nordico, ma la Sten ha dalla sua la sicurezza di chi ha creato una delle serie più amate e solide, quella di I misteri di Sandhamn, arrivata al suo settimo capitolo. Un romanzo che lascia un velo di amarezza e malinconia, ma sicuramente un’ottima prova per Viveca Syen.

Viveca Sten è oggi tra le autrici scandinave di genere di maggior successo internazionale, con milioni di copie vendute in ben cinquanta paesi. Vive a nord di Stoccolma e tutte le volte che può si trasferisce nell’arcipelago, sull’isola di Sandhamn, dove la sua famiglia possiede una casa da generazioni. La scelta fa parte serie dei Misteri di Sandhamn, con protagonisti Thomas Andreasson e Nora Linde, da cui è stata tratta anche una serie tv seguita da ottanta milioni di persone nel mondo.

Heartstopper - Alice Oseman

Questo fumetto tratta tematiche importanti con una naturalezza e delicatezza infinita. Avrei tanto voluto leggerlo da adolescente, mi avrebbe aiutata parecchio. Non vedo l'ora che esca l'ultimo volume!

Fuga dal Campo 14 - Blaine Harden

un pugno nello stomaco, dettagli da togliere il sonno.
una realtà sconosciuta ai più ma che a tutt'oggi esiste nella quale assoluta indifferenza generale.
una testimonianza di come, ancora una volta, le menti possano essere indirizzate verso qualsiasi comportamento, anche i più efferati possono essere fatti passare come normali, addirittura GIUSTI.
da leggere e ricordare quando in particolari momenti si dovrebbe capire che quello che ci viene detto o fatto intendere potrebbe NON essere la cosa giusta da pensare o fare.

Fino alla fine - Helga Flatland

L’infausta diagnosi della malattia terminale di una sessantenne norvegese mette in luce i rapporti complessi tra lei, la figlia e la nipote , con risultati sorprendenti e commoventi: questo è Fino alla fine, romanzo intimamente toccante, opera di Helga Flatland, il cui talento viene riconosciuto, diffuso e pubblicato dalla casa editrice Fazi.

Il libro non è, comunque e tristemente incentrato sulla malattia, quanto invece sugli affetti, sui ricordi, sui vissuti e sull’importanza del passato ma anche del “qui ed ora” poiché incerto è il futuro.
Si tratta di un racconto a due voci, quella di Anne, la madre, ex insegnante, ancora attiva, dedita alla famiglia, al marito Gustav da tempo affetto da malattia neurodegenerativa, ora donna colpita da un male che non perdona e quella della figlia Sigrid, medico attento ai tanti pazienti e madre della diciannovenne Mia e del piccolo Viljar.
Mia, la maggiore, crea qualche difficoltà tra Sigrid e il suo compagno Aslak, anche in virtù del fatto che la ragazza è frutto di una relazione giovanile di sua madre con Jens, l’uomo che Mia frequenta e conosce ma che ha delegato ad Aslak il ruolo paterno. Sigrid è turbata dal rapporto tra la figlia ed il vero padre e questo va ad alterare un equilibrio familiare costruito in anni di vita insieme.
Ma il fulcro emotivo di questo romanzo è la relazione tra Anne e Sigrid, lunga storia plasmata dal rapporto madre-figlia e condizionata dalla malattia sempre più grave di Anne.

Il fatto che Sigrid sia un medico è un altro aspetto affascinante della storia. Essere più consapevole dell’iter della malattia di sua madre e delle pesanti cure cui sarà sottoposta sembra solo aumentare il senso d’incapacità e d’inadeguatezza di Sigrid. Allo stesso tempo, però, quasi a riassumere una vita intera, porta in superficie ricordi dell’ infanzia, quando l’attenzione di sua madre era rivolta a suo padre già malato e non a lei. Ecco i racconti dei compleanni dimenticati, dei pranzi al sacco impreparati e delle uniformi scolastiche non curate che hanno lasciato in Sigrid un sentimento di abbandono, o addirittura di tradimento, che dura da troppo e che lei racconta al compagno Aslak.

- Non ero ribelle – ho detto io. Per essere ribelli, bisogna avere qualcuno a cui valga la pena di opporsi.
Lui ha fatto una faccia rassegnata, la stessa espressione che gli viene ogni volta che dico qualcosa di negativo su mia madre.
- Lo sai che si è dimenticata praticamente di tutti i miei compleanni? - gli ho detto. Se non tutti ne ha dimenticato almeno cinque…
Aslak ha interrotto il nostro dialogo non appena siamo entrati in casa di mia madre. Le è molto affezionato. Le varie volte in cui gli ho spiegato che quando mio padre si è ammalato lei si è chiusa in se stessa – e in lui – Aslak mi ha ascoltata sforzandosi di capire ma è incapace di comprendere quanto siano gravi queste cose.

Il fatto di essersi sentita incompresa è forse il motivo per cui Sigrid investe così tanto del suo tempo professionale in una delle sue pazienti, una giovane donna problematica di nome Frida.
Ma la malattia di Anne è, per lei e per tutti, compresa Sigrid, un fulmine a ciel sereno.

Sono in malattia. Per la prima volta in vita mia, sono in malattia a causa della mia salute, non per quella di Gustav.

Anne ha ricevuto la notizia peggiore di sempre. Ora che vive da sola, ha paura della strada da percorrere , non è più la donna temeraria vissuta a contatto con la natura e ai ritmi della stessa.
Sigrid è assolutamente impreparata a questa notizia traumatica. Come medico di famiglia si occupa della malattia tutti i giorni della settimana, ma ora tocca a sua madre e non è pronta per le tempeste emotive che la attendono. Ripensa alla loro relazione e non riesce a dare un senso al ruolo che ora ci si aspetta da lei. Prima si sentiva in diritto di criticare, di protestare ma ora il destino ha cambiato le carte in tavola e lei poco a poco inizia a ricoprire un ruolo protettivo nei confronti di Anne.
Posto minore, ma non marginale, hanno altri personaggi tra cui Magnus, l’altro figlio di Anne, quello che non aveva mai condiviso il proprio cuore con quello di una compagna ma che mostra affetto e tenerezza innanzitutto verso la madre, ma anche verso Sigrid e la di lei famiglia.

Ecco che, dopo alcuni mesi di sofferenze per la chemioterapia, di paure espresse da Anne riguardo al dolore e alla morte, si palesa l’immagine di una vacanza in Francia. Anne prima è a Parigi, poi viene raggiunta dall’intera famiglia a Nizza.
Ritrovarsi in luoghi diversi di cui poco si conosce non rende più facili i rapporti di famiglia. Ma questo piccolo viaggio, non sempre facile, è quasi un breve traslato di una vita trascorsa insieme quando, a volte, ci si capisce, a volte, non si va d’accordo.

E poi ecco il finale. Semplice, eppure così intenso. Le scene ed i capitoli si fanno più brevi ma ricchi di significato ed emozione.
Esplorare il coraggio in tutte le sue forme - coraggio nelle relazioni, coraggio di dichiarare le proprie paure, coraggio di lasciar andare tutto ciò cui si era legati - questo è ciò che ci racconta Helga Flatland in Fino alla fine che risulta una narrazione molto ben scritta, una storia sorprendentemente umana in cui la malattia si fa cura e guarigione di antiche ferite.

Vola Golondrina - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

Montefosco, Appennino tosco-emiliano. Alla vigilia delle prime calde elezioni del dopoguerra (fissate per il 18 aprile 1948) lì accadde un fatto strano: per alcune notti si ripeté il fenomeno della motocicletta fantasma, rombante lungo la strada principale col guidatore che cantava una canzone a squarciagola e con accento straniero, finché finì e nella stalla di una casa contadina abbandonata venne trovato barbaramente ucciso un uomo irriconoscibile, accanto a una moto Guzzi GT 17 con sidecar. Il maresciallo Mazzanti non ci capì molto, spiegazioni e protagonisti non furono trovati, non arrivarono seguiti ufficiali. La sera del 18 aprile 1972, il camerata Ardito Richeldi, lì nato nel 1909 e ora tornato per la campagna elettorale dell’arrembante MSI (voto fissato per il 7 maggio), sta bruciando documenti compromettenti, finché non viene interrotto e ucciso con una pistola degli anni Trenta di fabbricazione spagnola. Indagano il maresciallo Talamini e l’appuntato Leonelli e presto si mette di mezzo anche la bella intraprendente reattiva giornalista 25enne dai capelli scuri Penelope Lope Rocchi, nata pure lei lì ma assente da tanto, inviata dal quotidiano nazionale di Bologna per scrivere un articolo di commemorazione. Richeldi era un pessimo elemento, già picchiatore durante il regime fascista, maschilista violento, cattivo accanto ai franchisti durante la guerra di Spagna, fra i protagonisti dell’estrema destra complottista nei primi decenni della Repubblica, ora candidato nelle liste missine, ma inviso anche a parte dei suoi in quanto arrivista e traffichino, coinvolto in uno scandalo connesso a ricchi illeciti della massoneria e al finanziamento di gruppi neofascisti. Lope ritrova tante conoscenze, in particolare Gambetta detto Bakunin, anarchico titolare dell’officina per auto e moto che su Richeldi potrebbe farle capire molto…

A oltre venticinque anni dalla loro prima collaborazione letteraria gialla (un “romanzo di santi e delinquenti”, gennaio 1997) Francesco Guccini (Modena, 1940) e Loriano Macchiavelli (Bologna, 1934) continuano a sfornare curate coinvolgenti ottime narrazioni di alto artigianato artistico. La decima prova congiunta (oltre a varie riedizioni e a una raccolta di racconti) è sempre prevalentemente ambientata nelle splendide montagne del loro buen retiro. La narrazione è in terza varia, continui andirivieni con Bologna e nei tempi storici, comprese varie città spagnole nel 1936-1937. Si tratta di trentotto godibili capitoli ben congegnati (loro scrivono in genere a corrente alternata con reciproche correzioni e integrazioni), come al solito con l’elenco dei personaggi all’inizio (da giallo classico) e sottotitoli riassuntivi in corsivo (da romanzo classico). La tela della trama va dai pezzi grossi del Movimento Sociale ai Servizi segreti, alla Magistratura, alla Massoneria e ai faccendieri trafficanti di armi. George Orwell lo trovate in esergo e in alcuni brani sulla Catalogna fine anni Trenta, incisi in corsivo nel testo. A marzo 1937 i due militanti delle Brigate internazionali alloggiarono da Golondrina nell’antico Barrio Gótico di Barcellona e conobbero la meravigliosa basca Ignacia Esteban, Golondrina per i compagni (da cui il titolo). Forse la figlia della figlia potrebbe essere ancora in giro, da verificare con ardore. Vi si collegò anche una canzona, vera colonna sonora del romanzo con il contributo dell’imperituro Juan Carlos “Flaco” Biondini. Segnalo che il maresciallo Talamini seguiva il radiodramma poliziesco di Ezio D’Errico, a pag. 146. Vini vari, sangria, grappa e, soprattutto, in trattoria bolognese, un digestivo della casa chiamato maliziosamente “L’Antiruggine”, miscela infernale di alcuni imprecisati liquori. Da non perdere.

Giorni e notti fatti di piccole cose - Tishani Doshi

(tratto da elle.com)

Tornata in India dagli Stati Uniti per la cremazione della madre, Grace trova ad attenderla un’eredità inaspettata: una casa sulla spiaggia e Lucia, una sorella con la sindrome di Down di cui ignorava l’esistenza. Inizia così Giorni e notti fatti di piccole cose (traduzione di Silvia Rota Sperti, Feltrinelli, euro 17,50) di Tishani Doshi, autrice indiana (di madre è gallese) che quest’anno è stata invitata al Festivaletteratura di Mantova, dove l'abbiamo incontrata.

Grace è un personaggio complesso: suo padre è italiano, sua madre indiana, lei ha vissuto negli Stati Uniti (dove si è sposata) ma sceglie di tornare in India. «Non conosco la serenità dell’essere nata in un posto e considerarlo mio», dice. Da dove arriva questa irrequietezza?

Penso che molti possano identificarsi con lei perché oggi la migrazione è un fenomeno gigantesco: c’è chi si muove per scelta, chi per motivi economici o politici. L’appartenenza a un unico luogo è una condizione idealizzata che in realtà riguarda pochissime persone. Grace vorrebbe fortemente sentirsi parte di qualcosa, ma allo stesso tempo desidera sempre essere altrove. La sua sfida è quella di capire come può crearsi un suo mondo là dove si trova. Sentirsi a casa è una questione geografica? Dipende da dove riceviamo nutrimento interiore? Da dove si trova la nostra famiglia? E se questa manca, a chi o cosa possiamo appoggiarci? Se pensiamo agli aborigeni australiani e ai nativi americani, cacciati dalle loro terre, ci appare chiaro come chiunque oggi, da quelle stesse terre, dica: “Questa è casa nostra, gli stranieri non sono i benvenuti” stia affermando una fesseria. Quindi, cosa significa essere sradicati e cosa può farci sentire radicati?

Parlava di nutrimento interiore. È quello che Grace cerca per sé o quello che offre a Lucia?

Entrambi: quando ti prendi cura di qualcuno, quella cura ti torna indietro. Occuparsi di un bambino, di un anziano, sebbene a volte possa sembrare una prigione, è un gesto che nutre. Con il Covid la questione della cura è emersa fortemente e l’Italia ha risposto in maniera straordinaria: un Paese considerato refrattario alle regole, le ha rispettate mostrando un grande senso della comunità e della famiglia. Negli Stati Uniti, dove regna l’individualismo, non è successo. E nemmeno in India, dove si pensa alla propria famiglia ma c’è scarso interesse per il resto della società. L’atto di nutrire e accudire amplifica l’idea di amore. E non si tratta di una prerogativa femminile. Anche se a volte è difficile e mette in pericolo la nostra libertà, è importante pensare oltre noi stessi: la nostra felicità è connessa a quella del resto del mondo.

Suo marito è italiano, così come il padre di Grace. E anche lei hai un fratello con la sindrome di Down. In che modo elementi della sua vita sono entrati nel romanzo?

Scrivo di ciò che conosco e mi sta a cuore: l’Italia è da dieci anni parte della mia vita, quindi entra inevitabilmente nella mia scrittura. Così come la disabilità. Margareth Atwood ha detto che affinché l’omino di pan di zenzero prenda vita (come succede in un noto racconto popolare statunitense, ndr), occorre che in lui ci sia una goccia di sangue. Le spiagge, i cani, il paesaggio del sud dell’India che descrivo: niente è immaginato. Mi piace stare con i piedi nel fango della vita, ma non mi interessa dipingere una natura morta: voglio andare oltre e quell’oltre è la fiction, dove agisce l’immaginazione. Anche se il suo ruolo non sempre è prevedibile. Il mio povero marito, essendo veneto come il padre di Grace, deve continuamente specificare di non essere lui. E in effetti quel personaggio è nato per caso, in un hotel indiano, da un incontro di cinque minuti con un signore che era sempre triste. Solitamente quando incontri uno straniero in India, è contento di essere lì. Lui no. Ho pensato che questa sua esperienza era interessante. Perché capita che si detesti un luogo ma si sia costretti a restarci, magari per lavoro. Insomma, in qualunque cosa si scriva, anche se è fantascienza, si mette un pezzetto di sé: è la goccia di sangue di cui parla Atwood.

«C’è così tanta bellezza qui, ma sempre con un sottofondo di decadenza», afferma Grace parlando della casa che ha ereditato. E poi: «Ero preparata alla bruttezza perché è ciò che cresce in India». Queste due frasi rivelano i sentimenti contraddittori che prova nei confronti del suo Paese…

In ogni luogo bruttezza e bellezza convivono. Nel mio libro la bellezza è prevalentemente nella natura, nel mare, in quei momenti di grazia che ti rendono felice di essere in vita. La bruttezza è creata dagli uomini: in India il progresso rapido e fuori controllo sta rovinando il paesaggio, l’ambiente. La bellezza è fondamentale nella vita: senza, cosa rimane? Di fronte alle tante cose orribili che possono capitarci, è l’unico riparo. Non è superflua, ma essenziale.

Le contraddizioni dell’India ispirano le sue storie?

Le contraddizioni fanno parte della vita. Gli esseri umani possono essere orribili e crudeli ma, al tempo stesso, capaci di esprimere tenerezza e creare bellezza. Siamo una specie violenta: sarebbe più onesto da parte nostra non negarlo e cercare di capire da dove arriva, per poterci convivere. Io scrivo a partire dal contesto indiano, dove queste contraddizioni sono visibili e occorre essere totalmente privo di sensibilità per non vederle. Ma esistono ovunque.

La condizione delle donne in India è un tema a lei caro: ce ne parla?

A guardare i numeri si potrebbe dire da una parte che le cose non sono mai andate così bene; dall’altra che siamo ancora molto molto indietro. Il numero di donne che ha studiato, lavora e ha potere economico è cresciuto; ma la società è ancora profondamente patriarcale. Occorre una rivoluzione. Dobbiamo assumere l’idea di una lotta femminista intersezionale: parlare di caste, religione, disuguaglianza sociale. La questione è complicata e la battaglia sarà lunga, ma la cosa positiva è che i social media hanno democratizzato il dibattito e l’accesso alle informazioni. Inoltre, l’età media è di 26 anni e i giovani sono attivi e impegnati come non mai. C’è molto fermento. Ma anche molta rabbia e resistenza da parte del sistema patriarcale: nessuno vuole perdere potere.

Sua madre è del Galles: lei si sente parzialmente europea?

Per me l’Europa ha sempre rappresentato un’idea di bellezza e libertà. La Brexit mi ha devastato. Ora sto cercando di prendere il passaporto italiano: voglio continuare a sentirmi parte dell’Europa!

Le strane storie di Fukiage - Banana Yoshimoto

I romanzi di Banana Yoshimoto sono curiosi. I romanzi di Banana Yoshimoto sono vicini ai lettori. I romanzi di Banana Yoshimoto sono intimi e personali, ma riguardano tutti noi, e Le strane storie di Fukiage è uno di questi.

Se cercate un libro consolatorio, come spesso la letteratura giapponese sa essere, versandoci con un sorriso gentile una tazza di tè fumante a ogni capitolo, forse la storia di Mimi e Kodachi non è quella che state cercando. Ma forse anche sì.

Ci troviamo a Fukiage, un luogo particolare, un'isola remota circondata dal mare e dalle montagne. Ed è proprio da essa che inizia una storia misteriosa, quella di Mimi e Kodachi, due sorelle gemelle che lì sono cresciute, ma che da lì se ne sono andate.

"Parlare di Fukiage vuol dire richiamare alla mente brutti ricordi della mia famiglia, perciò finora ho sempre cercato di ritardare questo momento, e anche con mia sorella, che se n’è andata insieme a me, non sono mai riuscita a parlarne"

La loro vita non è andata come avrebbe dovuto. Le due sorelle, infatti, sono state allevate da una coppia di amici dei genitori, perché, a causa di un incidente, il padre è morto e la madre è entrata in un coma dal quale ancora non si è svegliata. E leggendo il flusso continuo del testo senza capitoli, sembra quasi che questo torpore pervada l'intero romanzo con la sua nebbia.

Le strane storie di Fukiage non inizia con l'impatto mortale dell'automobile e la soglia dell'incoscienza, ma con la sparizione di Kodachi. Banana Yoshimoto ci aveva già abituati a racconti di problemi giovanili e alla morte e con il suo ultimo romanzo non si allontana dal tracciato.

Il suo linguaggio semplice, a tratti ingenuo e perché ingenuo così sincero, descrive situazioni insolite nella cultura giapponese e tutte le lotte emotive che queste si portano dietro.

Di Kodachi non si hanno più notizie da una settimana. È tornata a Fukiage da sola ed è lì che è scomparsa. Nella nostra mente scorrono le parole di Mimi, i suoi pensieri che cercano di trovare forma in una storia che forma non ha e non può avere. Le strane storie di Fukiage è un romanzo che si comporta un po' come l'acqua: prende il profilo di chi ha di fronte.

Leggere Banana Yoshimoto è sempre un modo per intraprendere un viaggio. Con Mimi affrontiamo uno dei romanzi più emozionanti e misteriosi della scrittrice, un libro che tra magia e leggende si modella in base al lettore che lo sta sfogliando. Prende la forma delle sorelle della Casa dell'arcobaleno o quella degli occhi del guardiano. E se la lettura diventasse come quella strana creatura al cimitero, o peggio, se sparisse come Kodachi?

"Sono solo addormentata. Mi trovi nel mondo dei sogni"

Le strane storie di Fukiage è la storia di un viaggio all'interno di se stessi, un viaggio alla ricerca di quel portale che da Fukiage stessa conduce a un altro mondo. Ma la domanda sorge spontanea: è un universo fatto di magia quello che esploriamo o è il microcosmo dei desideri, dell'amore e di tutte le paure che possiamo provare in una vita?

Banana Yoshimoto ce l'ha fatta ancora una volta, ha scritto un altro libro che parla di noi e della forma che assumiamo plasmandoci nelle sue pagine informi e scorrevoli come l'acqua. Tra le parole di desideri proibiti e sofferti, che si ha paura solo a pensarli, tra il terrore di amare ed essere amati e l'amore stesso che ha legato a sé la perdita, l'autrice ci racconta una storia semplice e complessa, come fotografie di piccoli fiori bianchi sulla strada.

"Volevo solo capire fino a che punto il suo cuore possiede l’elasticità necessaria ad accogliere l’ignoto".

I folgorati - Susanna Bissoli

I folgorati sopravvivono, i fulminati soccombono. L’ultimo romanzo della veronese Susanna Bissoli, edito da Einaudi e in prima presentazione alla Libreria Pagina 12 la scorsa settimana, si intitola appunto I folgorati,

Persone che attraversano un dolore, una malattia, un lutto e poi non sono più le stesse, sembra suggerire l’autrice in questo libro in cui raccoglie, con tratto leggero, tante svariate storie legate dal fil rouge del desiderio e dal bisogno di scrivere.

Perché anche la scrittura, qui passata geneticamente di padre in figlia, è una storia che nasce, richiede cura, silenzio, dedizione, talvolta impone anche di andare altrove per realizzarsi.

Bissoli debutta nel 2009 con Caterina sulla soglia, finalista al Premio di Fahrenheit-Radio 3 per il Libro dell’anno, poi sempre con Terre di Mezzo pubblica nel 2011 il romanzo Le parole che cambiano tutto e di testi teatrali. Da circa vent’anni si occupa di narrazione orale anche in ambito di mediazione culturale.

Lontano dall’essere un memoir o autofiction, I folgorati racchiude e trasfigura esperienze reali di dieci anni condensandole in solo anno, insieme a storie del territorio, memorie familiari, scorci di vita domestica, timidi tentativi d’affetto e molto altro.

Vera, la protagonista, si destreggia come può tra le sue necessarie dosi di chemioterapia e delle relazioni parentali apparentemente sfilacciate.

Il quadro comprende un padre burbero appesantito dagli acciacchi, la sorella dotata di energia e senso pratico, e non meno di voglia di fuggire e darsi una seconda chance di felicità, un compagno non completamente affidabile e Alice, la nipotina adolescente.

Non mancano due conigli, uno bianco e uno nero, che compaiono e scompaiono a dare una pennellata quasi surreale con ironici richiami letterari.

Bissoli, vicina al linguaggio teatrale, che pratica da anni, ci regala lunghi dialoghi, con colorite frasi in dialetto veneto, e battibecchi quotidiani che restituiscono il senso delle azioni e dei legami tra i personaggi.

Tra loro campeggiano i ricordi infantili o giovanili, magari scatenati da una fotografia ingiallita che cristallizza momenti dimenticati, e poi l’idea della madre, scomparsa da alcuni anni con la sua voglia di altrove.

Senza particolare enfasi, né tristezza, circola lieve per tutto il romanzo una domanda: sono le storie a salvarci o siamo noi a salvare le storie?

Come quella della santa, una giovane donna che, sul finire degli anni Quaranta, aveva attirato una folla di quindicimila persone fuori dalla sua casa perché asseriva di aver avuto un messaggio, direttamente dalla Madonna, circa la sua data certa di morte.

L’infausto evento non si verificò e la santa, come veniva ormai chiamata da paesani vicini e lontani, cadde nel dimenticatoio, ma Vera vuole assolutamente ricostruirne la vicenda e comincia una ricerca a partire dalle fonti giornalistiche.

O come la storia di “Un uomo fortunato” che il padre di Vera ha scritto, dopo la morte della moglie, su decine di quaderni, trovando nello scrivere piacere e consolazione. Con una grafia panciuta e ordinata, senza punti né virgole, un flusso di pensiero in cui soltanto Vera sa orientarsi perché riconosce la sua voce.

“Ed eccoli lì, divisi in due pile ordinate. Saranno almeno una cinquantina. Ne prendo una fila e me la poso in grembo: pesa. Questo è tempo. Una montagna di tempo. E disciplina. E ispirazione anche, penso con un filo di invidia”.

Vera ha promesso al padre di riscrivere tutto al computer, ci prova, prima con lui, in una ritrovata e sorprendente vicinanza, che sembra ricucire gli strappi del passato, ma poi la vita di tutti prende un altro corso.

La scrittura di Bissoli sottolinea con garbo la complessità che si cela dietro le parole più semplici, nel volgersi dei giorni, in mezzo a partenze e ricoveri ospedalieri e fa emergere una riflessione sul tempo e i segni che lascia.

«Come se desfa, el mondo» il commento del padre di Vera.

La pasticciera di mezzanotte - Desy Icardi

Cerchiamo tutti un senso da dare all’esistenza – che fatica – ma nel frattempo ci tocca gestirne un altro: quello di colpa. Ci insegue ovunque, ci distrae soprattutto dagli unici che contano: i cinque sensi. Ma se c’è un momento in cui le colpe svaniscono (e tutto torna) è quando la letteratura fa il suo dovere. Accade con i libri di Desy Icardi, torinese, 48 anni, ideatrice di un’intensa pentalogia in cui ogni romanzo celebra un senso proprio mentre lei, nel frattempo, ne ha perso uno. Icardi è ipovedente e la causa si chiama malattia di Stargardt. Ne La pasticciera di mezzanotte (Fazi), il ciclo si conclude dando spazio al gusto, il senso che qui diventa chiave di felicità.

Siamo in piena Prima Guerra Mondiale e Torino è teatro di tumulti: il protagonista, un avvocato scampato alla leva per il suo fisico gracile, ritrova Jolanda, una bella aristocratica che la madre avrebbe voluto sposasse. Ma ora tutto è cambiato tranne il talento di Jolanda in cucina. In passato lo aveva nascosto, ora invece lo esibisce: se per molti mangiare serve solo a rifocillarsi, per altri no. «È nel sapore», si legge «che si celano tesori ben più preziosi della mera sopravvivenza».

Per Jolanda cucinare diventa un modo per scoprire una parte di sé e fare pace col passato. E per lei?
Il sapore, come la lettura, è un ponte col passato. Amo certi cibi della tradizione perché ritrovo il sapore della mia infanzia. Sono però anche appassionata di cucina indiana e adoro i dolci. La mia torta preferita è la “red velvet” e davanti alle meringhe perdo il controllo.

Il protagonista, l’avvocato e lettore Edmondo Ferro, ha cento anni e vuol viverne altri tre per poter scrivere sulla lapide, sotto al suo nome, “un secolo di lettura”.
Ho scelto un anziano per esprimere l’amore per i libri: lui, come la lettura, rappresenta la continuità con ciò che è già stato. Anche quando leggiamo un romanzo contemporaneo ci spostiamo nel passato, a quando il libro è stato scritto.

La città è travolta dalla rivolta del pane del 1917, un evento che l’Italia insabbierà nonostante i 50 morti. In quei giorni Ferro affianca le dame di carità in una mensa per poveri e lì incontra Jolanda. A uscirne vittoriose in questa storia sembrano le donne.
La Prima Guerra Mondiale è stata decisiva per l’emancipazione femminile: le domestiche lasciarono le case borghesi nelle quali lavoravano senza prospettiva, per sostituire gli uomini nelle fabbriche. Gli uffici si popolarono di impiegate e furono persino assunte tranviere e postine. Alla fine della guerra molte perdettero il lavoro restituendolo agli uomini tornati dal fronte, ma per le donne iniziò una nuova era. La storia dell’emancipazione femminile è caratterizzata da passi in avanti e brusche frenate. I tristi fatti di cronaca di oggi sono la conferma: nonostante tanta strada sia stata fatta è impossibile abbassare la guardia.

Cosa rappresenta Jolanda con i suoi fantasmi e il suo talento represso?
È una vittima del suo tempo che le impone il ruolo della donna benestante per la quale cucinare è un’attività inappropriata. Jolanda è apparentemente privilegiata ma nella realtà non ha mai potuto scegliere per se stessa.

Torino e il ‘900 sono sempre presenti nella pentalogia, perché?
Osservo la città in cui vivo con curiosità perché è enigmatica, razionale e anche bizzarra, ma soprattutto sa essere accogliente: è un’ottima padrona di casa, pronta a raccontare le sue storie e ad ascoltarne di nuove. Quella del ‘900 è stata una scelta dettata dalla memoria dei racconti di parenti e amici che hanno segnato la mia crescita.

«Tornarono insieme, ma non vissero per sempre felici e contenti. Diciamo che vissero tra alti e bassi l’una al fianco dell’altro come milioni di altre coppie…» si legge. Ogni storia alla fine si rivela sempre una storia d’amore. Cos’è l’amore per lei?
La chiave di lettura dell’amore si trova proprio in questo libro: è l’amore che lega scrittore e lettore. Che qui è tra Edmondo Ferro, nell’inedita veste di scrittore, e la sua silenziosa domestica Marianna, colei che per prima legge i suoi esperimenti letterari. Il loro è un amore autentico, disinteressato. Quando leggo un romanzo ed entro in connessione col suo autore è come se trovassi la mia anima gemella nel senso più puro del termine. Chiusi i libri, nella vita di tutti i giorni, i miei punti di riferimento sono il mio compagno, mia madre e alcune care amiche.

La pentalogia come nasce?
Ho sempre inteso la lettura come un’esperienza multisensoriale. Amo le storie che mi fanno percepire i profumi, le consistenze, i sapori e i suoni. Sarò sempre grata al primo, L’annusatrice di libri, per avermi regalato l’attenzione dei lettori ma dei cinque il mio preferito resta La biblioteca dei sussurri. Tratta il senso più importante e sottovalutato dal punto di vista sociale, ovvero l’udito. Io per prima non lo coltivo a dovere. Una buona capacità d’ascolto è la chiave per rendere la vita più interessante e meno complicata.

Quanto ha influito la sua malattia nella scrittura?
Mi ha costretta a ragionare sulla sensorialità, ovvio. Il mondo è progettato per chi ha tutti e cinque i sensi in “buono stato”. Basti pensare ai cartelli sulle pensiline degli autobus, visibili da chi ha una vista nella media. La vita con un senso compromesso costringe ad attuare strategie alternative, attivare il pensiero laterale e diventare più creativi. Sotto questo aspetto la disabilità può diventare ricchezza, anche se farei volentieri a meno di salire sul bus sbagliato o dare nasate nelle vetrate. La prendo con ironia, e non dimentico di mettere i cerotti in borsetta.

25 - Bernardo Zannoni

In una piccola cittadina di mare, non meglio identificata, Gero e i suoi amici si confrontano con la fase di transizione fra la giovinezza e l’età adulta, individuata proprio a cavallo dei venticinque anni del protagonista, in una narrazione che esula tuttavia dai tradizionali canoni del romanzo di formazione e tocca i punti nevralgici e più delicati di questo limbo esistenziale.

La generazione di cui Gero si fa rappresentante emblematico è la stessa dell’autore classe 1995 e, sebbene condivida difficoltà dei giovani di qualsiasi epoca contemporanea, viene tratteggiata nella peculiare ed endemica insicurezza e nel senso di disorientamento nei confronti della realtà che attanaglia proprio i ventenni di questi anni.

L’universo umano rappresentato mediante un intreccio denso e serrato riesce a toccare e mettere in scena un vasto campionario di personaggi, ciascuno dei quali reagisce alla propria condizione di naufrago sociale in maniera diversa, provando ora a silenziare, con un’esistenza ignava, la paura e l’angoscia di non farcela, ora a fuggire, anche mediante azioni drammatiche.

Il mondo che circonda Gero e che lui vorrebbe forse rimanesse letargico, nel breve arco temporale della narrazione si ritrova improvvisamente sconvolto da eventi che non possono che portare il venticinquenne a cercare di difendersi e affrontare la realtà, con attiva curiosità e meraviglia.

La quotidianità del protagonista è scandita dalla routine smunta e rassicurante di luoghi e amicizie di vecchia data. Nulla sembra riuscire a smuoverlo dalla sua condizione di passività, al punto da preferire rimanere al buio piuttosto che scoprire la causa del black-out della casa in cui vive, una vecchia villa ormai in rovina ereditata dal nonno.

In un panorama così desolante risalta la figura della Zia Clotilde, anziana e obesa, che prova, come può, a prendersi cura del nipote, aiutandolo nelle incombenze pratiche ma soprattutto spronandolo a risvegliare la fame di vita e a coltivare i suoi sogni, ormai annebbiati, di fotografo.

Il buio in cui Gero si ritrova metaforicamente ma anche letteralmente nella sua casa è solo la prima manifestazione dell’uragano che in una settimana sconvolgerà la sua vita: il tentativo di suicidio di Tommy, uno dei suoi più cari amici, la scomparsa improvvisa e misteriosa di Martin, il compagno di Betta, una sua condomina incinta, il pericolo di un guaio giudiziario sono alcune delle sfide che la vita metterà di fronte a un ragazzo di ventiquattro anni che non è abituato a vivere e tantomeno ad affrontare la vita.

Come Gero, gli amici e i coetanei che lo circondano si ritrovano paralizzati di fronte alla prospettiva del tempo. Hanno tutti paura di guardare al futuro, perché il futuro sembra non essere fatto per nessuno di loro e pertanto risulta irraggiungibile, spaventoso.

25 fotografa allora una generazione che oggi più che mai si sente pietrificata dalla percezione di non appartenenza al mondo, dall’impressione di trovarsi in un vuoto cosmico in cui solo l’espletarsi del “punto di rottura”, cioè di un evento esterno che sparigli le carte in tavola, potrebbe mettere in moto l’esistenza.

Con la seconda opera Zannoni si confronta dunque con un realismo lirico in cui trovano spazio anche alcune incursioni new weird: il mondo umano narrato viene presentato per assiomi e analogie, i personaggi e le vicende descritte, lungi dal volere avere pretese di denuncia sociale, rimangono imbrigliate in un’aura simbolica, eterea, ergendosi a rappresentanti di un universo psicologico drammatico.

Questa atmosfera narrativa rappresenta, insieme allo stile fortemente autoriale e alla lingua dalla sapienza a tratti abbagliante, un elemento di evidente continuità rispetto a I miei stupidi intenti, per quanto apparentemente i due libri possano sembrare molto distanti tra loro. Ed è proprio questa capacità di mantenere una coerenza costitutiva nella scrittura, pur confrontandosi con generi così diversi, che conferma Zannoni, due anni dopo il suo esordio, una delle giovani penne più affascinanti del panorama italiano.

Quando eravamo i padroni del mondo - Aldo Cazzullo

Roma non è mai caduta: L’impero romano non è mai caduto davvero, né mai cadrà. Ha continuato a vivere nelle menti, nelle parole, nei simboli degli imperi venuti dopo.

Noi italiani non siamo i discendenti diretti degli antichi romani: ci siamo mescolati con molti altri popoli, dai barbari agli arabi. Ma dei romani possiamo rivendicare l’eredità. Non soltanto abitiamo la stessa terra, viviamo nelle città da loro fondate, percorriamo strade da loro tracciate; Roma vive nella nostra lingua, nei nostri palazzi, nei nostri pensieri. Nel nostro modo di parlare, di costruire, di pensare, qualcosa dell’antica Roma è rimasto. E se oggi siamo cristiani, è perché Roma diventò cristiana.

Roma ha ispirato i romanzi, i fumetti, i film che abbiamo visto da ragazzi: da Quo Vadis ad Asterix a Ben Hur (molto prima del Gladiatore). Nessuna epoca storica ha influenzato così tanto le generazioni successive; anche perché gli anni della fondazione dell’impero sono gli stessi di un altro evento che ha cambiato la storia dell’uomo, la nascita e la crocifissione di Gesù.
Lo stile dell’antica Roma non è mai morto, e periodicamente risorge nella storia. Dal Rinascimento al Neoclassicismo, da Palladio fino a Canova, alcuni tra i più grandi artisti dell’Occidente hanno disegnato, dipinto, scolpito come facevano – o pensavano che facessero – gli antichi romani.

Tutti gli imperatori della storia si sono sentiti il nuovo Cesare, e tutti i rivoluzionari della storia si sono sentiti il nuovo Spartaco. Ogni impero della storia si è creduto e si è presentato come l’erede dei romani. Bisanzio. Mosca: la “Terza Roma”. Il Sacro Romano Impero di Carlo Magno. L’impero austroungarico e quello tedesco, che del Sacro Romano Impero si proclamarono continuatori. E poi l’impero britannico, che teneva l’India con un pugno di soldati quasi tutti indiani, così come Roma teneva a
bada i barbari con eserciti composti e comandati da barbari, che spesso potevano mantenere il loro grido di guerra.
Napoleone adorava Cesare, scrisse un libro su di lui, e non volle farsi incoronare re dei francesi, bensì imperatore.
L’impero americano, proprio come quello romano, si è costruito stringendo alleanze e patti diversi con diversi popoli, e considerando l’influenza militare e culturale più importante dell’occupazione dei territori; poiché il vero potere non è quello sulla terra ma quello sulle anime, oltre che sull’economia.

Non a caso, oggi anche gli imperatori digitali – in modo dichiarato Mark Zuckerberg ed Elon Musk, ma non soltanto loro – guardano agli imperatori romani: i primi che si trovarono a governare immense comunità di persone che non si sarebbero mai incontrate fisicamente, parlavano lingue diverse, pregavano diverse divinità, ma nascevano, vivevano e morivano sotto lo stesso cesare; e quindi avevano bisogno di riconoscersi negli stessi volti, nelle stesse storie, nelle stesse idee.
Perché si poteva diventare romani qualunque fosse la propria origine, qualunque fosse il colore della propria pelle, qualunque fosse il proprio dio. E si poteva diventare romani restando ispanici, galli, traci, siriani, greci, egiziani, nubiani… Le questioni che Roma dovette affrontare – i flussi migratori, l’integrazione degli stranieri, lo stato di guerra permanente – sono le stesse che noi dobbiamo affrontare. E va ricordato che i romani, per quanto intimamente convinti della propria superiorità, non erano razzisti; tranne che con i goti, presi in giro perché troppo alti e troppo biondi.

Quello che oggi chiamiamo Occidente è una costruzione eretta sulle fondamenta dell’antica Roma.

In tutto l’Occidente, la lingua della politica e del potere è la stessa che si parlava a Roma due millenni fa. Imperatore e popolo sono parole latine. Come dominio e libertà. Dittatore e cittadino. Legge e ordine (sia pure in un’accezione diversa). Re e giustizia. Eroe e traditore. Cliente e patrono.
Candidato ed eletto. Autorità e dignità. Patrizi e plebei. Potenti e proletari. Pretore e principe. Ira e clemenza. Infamia e onore. Congiura e sedizione.

Colonia è una parola romana, come trattato, come società, come suffragio, da cui presero il nome le donne che si batterono per il diritto di voto, le suffragette. Il Palazzo trae origine dal Palatino, il colle di Roma su cui sorgeva la reggia.
Il fascismo prende il nome e il simbolo dai fasci portati dai littori: bastoni legati a una scure, a simboleggiare il potere di vita e di morte. Anche socialismo e comunismo discendono da parole latine: societas e communio. La stessa parola presidente viene dal latino “praesidere”, presiedere. Gladiatori erano i volontari che nei piani della Cia avrebbero dovuto resistere all’invasione sovietica; oggi sui gladiatori, quelli veri, si continuano a fare grandi film.
E molti leader, pur di garantirsi il “consensus”, si fanno “propaganda” e continuano a distribuire “panem et circenses”, espressione coniata da uno dei padri della satira, Giovenale.

Gli Stati Uniti, la Francia, la Spagna, oltre ovviamente all’Italia oggi hanno il Senato, come l’antica Roma. Zar e Kaiser derivano da Cesare, e quindi ogni imperatore si è sentito discendente del vero fondatore dell’impero romano. Ma questo vale un po’ anche per molti presidenti degli Stati Uniti d’America. «Civis Romanus sum», sono un cittadino romano, ripeté John Kennedy. Molti leader americani hanno sentito di avere in comune con i romani il “destino manifesto” di reggere e governare il mondo. E il simbolo del potere dell’America è lo stesso di quello di Roma: l’aquila.

Poi certo non tutti e non sempre hanno nostalgia del dominio romano. Sia i francesi, sia i tedeschi, sia gli inglesi hanno eretto nell’Ottocento statue talora gigantesche ai grandi nemici di Roma, trasformati in eroi nazionali: Vercingetorige è onorato sulla cima del monte Auxois, dove sorgeva la fortezza di Alesia, il luogo della sua ultima disperata resistenza; un Arminio di ferro e rame, alto quasi trenta metri, veglia nella foresta di Teutoburgo, dove Arminio quello vero fece strage dei legionari di Augusto; e la regina ribelle, l’eroica Boadicea, con le sue figlie benedice Londra dal ponte di Westminster. Eppure i francesi, i tedeschi, gli inglesi non sarebbero quelli che sono, senza Roma.

Anche la lingua della religione nasce nella città eterna. Fede, religione, pontefice sono parole latine. Come credere. Come dio (dal greco Zeus). Come, per venire al linguaggio della guerra, arma, esercito, militare, generale, soldato (da solidarius: colui che riceve una paga). E sono parole latine anche concordia, amicizia, amore, famiglia, matrimonio; anche se la sposa non si vestiva di bianco, ma di giallo.
Molte città italiane hanno nomi romani, perché dai romani furono fondate. Aosta evoca Augusto, Torino la tribù dei taurini, Mediolanum è la città che sta in mezzo, Cividale del Friuli il Foro di Giulio Cesare, Firenze la città del fiore…

Ovviamente, non è solo questione di parole. Dietro le parole ci sono le cose. Chi in ogni epoca della storia si è trovato a governare vasti territori e a influenzare diversi popoli ha visto nell’impero romano un modello. Le leggi. Le strade.

Il calendario: in tutte le lingue dell’Occidente sono latini i nomi dei giorni (tranne il sabato, che viene dall’ebraico) e dei mesi, da gennaio a dicembre; e milioni di persone nascono e muoiono nei mesi che hanno preso il nome da Giulio Cesare – luglio – e da Ottaviano Augusto, ovviamente agosto. E poi la strategia militare. L’arte di dividere e comandare; ma anche l’arte di includere gli stranieri, di accogliere gli immigrati, di creare nuovi cittadini. La capacità di rispettare usanze e divinità locali, ma anche di mettere in comune un’idea di giustizia e di civiltà; sia pure a costo di tanta sofferenza, di crudeltà, di quel sangue di cui sono lastricate le vie della storia.