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Fame blu - Viola Di Grado

(tratto da repubblica.it)

La ricerca di una identità propria che passa attraverso il bisogno ossessivo dell’altro sfuma i confini tra amore e sofferenza. Il nuovo romanzo della scrittrice catanese Viola Di Grado, Fame blu (La nave di Teseo), mette in scena questo processo e condivide con l’opera dell’autrice una particolare esplorazione del linguaggio, non tanto come mezzo, ma come campo di azione, in cui tutta la storia si innesta.

Un romanzo che non parla di Sicilia né di Londra ma di Shanghai, dove Di Grado ha vissuto, ospite di una residenza per scrittori. La storia di una ragazza che va in Cina dopo la morte del fratello gemello, che sognava di aprire un ristorante proprio lì, e incontra una strana coetanea di nome Xu. Le due si trovano, si somigliano, si amano, si mangiano (argomento trattato da Luca Guadagnino nel suo film Bones and all, anche se lì si trattava di cannibalismo, qui no) accomunate da una fame implacabile e insaziabile, fame di cibo ma soprattutto di affetto.

Come le è venuta l’idea del libro?

“Ero in Cina nel 2019, poco prima dell’inizio del Covid. È stata la città stessa a darmi l’idea. Shanghai è diventata la creatrice della storia. Avevo l’ossessione del Mattatoio, un luogo che esiste e che non è nelle guide turistiche, ma che volevo vedere. Mi ci sono fatta portare da una ragazza conosciuta per caso e che si professava una mia fan sfegatata”.

Dice di avere vissuto in molti posti. Che ruolo ha Londra in questo girovagare?

“A Londra ho vissuto varie volte. Arrivavo, ci stavo un po’ e poi fuggivo. Questa è la terza volta che mi ci stabilisco, ma è la definitiva. Fuggivo dalla Sicilia, arrivavo a Londra e poi fuggivo anche da qui. Ma sono tornata perché Londra è la mia patria spirituale e letteraria”.

Patria letteraria. Allora quando è venuta a Londra aveva già in mente di fare la scrittrice?

“Per me è la scrittura è sempre stata parte del mio essere. Dire “voglio fare la scrittrice” ha lo stesso valore di dire “voglio fare la donna”. Lo sono e basta. Non l’ho mai visto come un lavoro, ma come parte della mia identità. Ho sempre scritto, da quando avevo quattro anni. Quando avevo sei anni ho scritto il primo racconto. Ne andavo molto fiera e l’ho mandato a una trasmissione per bambini della Rai. L’hanno letto in un’altra trasmissione dedicata ai bambini prodigio. Poi ho scritto vari romanzi, che però non sottoponevo a nessuno, perché non mi sentivo ancora pronta. Quando ho pubblicato il primo libro (che ha vinto il Premio Campiello Opera Prima nel 2011, facendo di Viola Di Grado la più giovane vincitrice del premio, all’età di 23 anni, ndr) intitolato Settanta Acrilico Trenta Lana, mi sono accorta che stava diventando una professione”.

La scrittura va di pari passo con la traduzione. Lei traduce Patricia Highsmith, Joyce Carol Oates, grandi scrittrici e guarda caso tutte donne.

“Sono stata fortunata che mi abbiano proposto questi nomi. Sono laureata in lingue e quindi ho sempre amato il linguaggio. La traduzione è “scrivere senza scrivere” e peccato che il tradurre sia così sottovalutato. Si parla sempre dello scrittore ma quando leggi un libro straniero leggi un libro che è stato riscritto totalmente, trasformato, ripensato dal traduttore”.

Nei suoi libri c’è spesso un senso di straniamento. È un sentimento che prova in quanto persona che vive in un Paese che non è il suo?

“Lo straniamento mi accompagna da sempre. Mi sono sempre sentita un’aliena, indipendentemente dal luogo in cui abito, come una che parla un altro linguaggio rispetto agli altri. Questo accomuna l’io narrante di tutti i miei libri. Ho vissuto in tanti posti e alcuni li ho messi nei miei libri perché tutti reclamavano di essere raccontati. L’Islanda è quello che più mi ha colpita. I suoi paesaggi somigliano ai miei paesaggi psichici. Non ho ancora ambientato un libro a Londra, ma lo farò. Londra è un posto così importante per me che la tengo da parte per qualcosa di altrettanto importante”.

Cosa pensa del Regno Unito, il Paese che la ospita, che in questo periodo è al centro di molte turbolenze? Molti connazionali se ne stanno andando, causa Brexit e non solo.

“So che molti se ne sono andati, ma nelle questioni più importanti continua a esserci una differenza profonda tra Italia e Regno Unito. La situazione in Italia per le persone LGBT mi provoca molta vergogna. In questo campo siamo molto indietro rispetto a qualsiasi Paese d’Europa. Questo è uno dei motivi per cui non vivrei in Italia. Il Regno Unito, invece, è un Paese senza discriminazioni, in cui il razzismo non è tollerato”.

Che rapporti ha con la comunità italiana che vive a Londra?

“Mi interessa molto tenere rapporti con la comunità del Paese da cui provengo, soprattutto quella che ruota intorno al mio mondo, ma ho notato che a volte, quando qualcuno capisce che sono italiana, l’interesse nei miei confronti diminuisce. Gli italiani sono molto esterofili”.

Sta scrivendo qualcosa d’altro?

“Sembra assurdo ma ho quattro romanzi in cantiere. So che sembra una follia ma è così. Uno è finito e lo manderò a breve all’editore”.

Ci sono mani che odorano di buono - di Sara Gambazza

Siamo un popolo di aspiranti scrittori: le case editrici sono sommerse di manoscritti, farsi notare è quasi impossibile. Eppure, a volte i miracoli accadono. Come testimonia la storia di Sara Gambazza. Il suo romanzo d’esordio Ci sono mani che odorano di buono è uno dei primi titoli del 2023 di Longanesi. «Scrivo da sempre, fin da piccola mi piaceva inventare storie» racconta. «Avevo già partecipato a qualche concorso locale, poi ho saputo del torneo letterario IoScrittore e ci ho provato». Sara ha inviato il suo testo, un editor l’ha trovato interessante e l’ha contattata. La gara per lei si è chiusa prima del previsto, con un ingaggio da parte della casa editrice. E così Sara, 48 anni, che vive a Noceto in provincia di Parma, di professione infermiera, un marito, tre figli, tre cani e un asinello («svezzato e ora tornato alla fattoria, curato da noi perché la sua mamma non lo voleva»), è diventata scrittrice.

Ci sono mani che odorano di buono ci porta in un quartiere di periferia che si chiama Cinghio. Un pomeriggio d’inverno, un’ottantenne di nome Bambina, detta Bina, sta seduta per ore su una panchina del parco. Marta, che abita in una palazzina limitrofa, la vede e la porta a casa sua. L’anziana stava aspettando il nipote, Fabio, che non si è palesato. L’ospitalità che la ragazza le offre per una notte finisce per diventare qualcosa di più: la giovane operaia, dura e arrabbiata con la vita, si addolcisce grazie a Bina e al cibo che lei le prepara. Nel frattempo Fabio, che è finito nei guai per un affare di droga, trova rifugio da Genny, un’ex prostituta che ora fa la cassiera in un supermercato. È braccato dalla banda che domina il quartiere e l’ha già riempito di botte. Genny, vittima di uomini che l’hanno solo maltrattata, si affeziona a Fabio e alle sue carezze.

Intorno a questi quattro personaggi, ruotano altri comprimari: Beniamino la guardia giurata, amico d’infanzia di Marta, da sempre innamorato di lei; la vicina di casa Gianna, una quarantenne schizofrenica, che convive con una sorella immaginaria; la badante Ljuba che accudisce Maria, persa nel suo mondo. In questo universo fatto di povertà affettiva e di solitudini, di anime diventate ruvide per sopravvivere, la comparsa di Bina diventa una luce che rischiara il buio. Prendersi cura di qualcuno innesca un meccanismo virtuoso nel cuore delle persone e le trasforma. Perché tutti abbiamo bisogno di amare e di sentirci amati.

Il quartiere e questi personaggi ai margini della società sono descritti con grande realismo. Come ha fatto?
Il Cinghio esiste davvero. È stato uno dei primi quartieri popolari di Parma, il luogo che questa città perbene usava come tappeto sotto il quale nascondere la sporcizia. Oggi c’è ancora, ma non è più quello di una volta: le palazzine sono state ristrutturate, gli abitanti sono diversi. L’ho frequentato negli anni Ottanta e Novanta, quando era ancora un quartiere di tossici, delinquenti e persone disastrate. Ci abitava la famiglia di mio padre, che da bambino si è ammalato ed è finito in collegio. Questa è stata la sua salvezza: ha imparato un mestiere e con la sua famiglia ha poi abitato altrove. Ma non ha mai tagliato i ponti del tutto con il Cinghio: io e mio fratello dopo la scuola andavamo lì dalla nonna. Ho vissuto l’emarginazione e conosco i danni che può fare.

Quindi quest’esperienza è stata d’ispirazione?
In effetti il quartiere era presente anche nelle mie storie precedenti. Ho iniziato a scrivere dieci anni fa: racconti e altri due romanzi, rimasti nel cassetto perché non mi convincevano. Mi sono sempre portata dentro questo quartiere, dove da bambina non ero accettata perché venivo da fuori, mentre altrove ero respinta perché frequentavo il Cinghio. Scriverne mi ha fatto bene, è stato catartico.

Chi sono Marta e Genny, le due figure femminili?
Sono entrambe affamate d ‘amore. Marta non ha avuto un padre, la madre si è comportata come tale solo prima di diventare alcolista, la sorella che lei amava è andata via. In Genny si accende la speranza di non essere più sola, di poter condividere la vita con qualcuno quando incontra Fabio, che non è certo l’uomo più adatto ma si comporta con lei in modo diverso dagli altri.

Come fa un’anziana come Bina a sconvolgere la vita degli altri?
Bina passa leggera e muove le cose in modo lieve, ma è un catalizzatore. Non sa prendersi cura al meglio di Fabio, ma è lei il motore della storia, attiva reazioni a catena nelle altre persone. Non solo in Marta, ma anche in Benny e persino in Gianna. Bina cucina, e il cibo è accudimento. Anche senza esternare affettività, preparare un sugo o mettere su la moka è un modo di dimostrare attenzione e amore per l’altro. Scalda l’anima.

Fabio e Benny sono invece agli antipodi.
Sì, Benny è un buono, ha un lavoro regolare, e accetta con naturalezza anche il Cinghio. Fabio invece incarna la negatività: è tutto preso da sé, ma la sua personalità è misera, si sente incompreso ma non sa abbattere il muro verso il mondo. Ha parassitato la nonna, e ci prova anche con Genny.

Il titolo del romanzo si focalizza sugli odori, che sono molto presenti nella narrazione. Perché?
Gli odori rievocano ricordi dimenticati, anche nei personaggi un po’ selvatici che racconto. Persone grezze nelle emozioni ma che sono come lana grossa, la quale può scaldare tanto.

Come ha fatto a conciliare un lavoro impegnativo e una famiglia numerosa con la scrittura?
Scrivo alla sera dopo le 22, quando sono riuscita a spedire tutti a letto, finché reggo sveglia. Poi, nei fine settimana, al pomeriggio. Ho la fortuna di lavorare come infermiera in un ambulatorio, per cui sono a casa nel weekend.

Nel libro dice: “Scrivere è come accucciarsi sulla cima di uno scivolo altissimo: un respiro, una spinta e giù, con la velocità che ti frigge il petto di eccitazione”. La scrittura la far star bene?
È una scarica di adrenalina. Quando mi viene un’idea, cerco il bandolo della matassa e una volta trovato è esaltante. Fin da piccola la lettura e la scrittura mi hanno tenuta alla larga dalle droghe, offrendomi uno spazio tutto mio che mi regalava questo brivido.

Il primo lettore?
Mio marito. Non legge tanto, quindi il suo è stato un grande gesto d’amore.

Una donna deve avere un piano - Maye Musk

Leggi il cognome e subito pensi al geniale e controverso Elon. Ma il pilastro della famiglia è sua madre: Maye. Che è cresciuta nel deserto del Sudafrica e ha lavorato come dietologa. Ha lasciato un marito violento e tirato su tre figli da sola. E a 60 anni è diventata un’icona fashion. Oggi, a 74, ripercorre la sua vita «vissuta pericolosamente ma sempre preparata all’imprevisto». In un’appassionante autobiografia e nell’intervista esclusiva concessa al settimanale Donna Moderna.

«Se hai un atteggiamento positivo e un piano, e sei disponibile a correre qualche rischio, anche andare su Marte è possibile» scrive Maye Musk nella sua autobiografia: 74 anni, due carriere, tre figli, uno dei quali - indovinate - si chiama Elon e su Marte ha intenzione di andare davvero. Una donna deve avere un piano è pertanto il titolo del libro - metà memoir, metà manuale per signore determinate a superare ogni avversità - appena uscito in Italia per Giunti Editore. La vita di Maye Musk sembra un romanzo d’avventura e in questa lunga intervista a Donna Moderna si aggiungono dettagli alla origin story di Elon Musk, la creatura più simile ad Iron Man mai comparsa sul Pianeta Terra.

La storia di Maye comincia con un aeroplano. Un Bellanca a elica battezzato Winnie, comprato nel 1948 - l’anno in cui nasce, insieme alla gemella Faye - e che diventa la mascotte della famiglia: quando i genitori decidono di trasferirsi dal Canada al Sudafrica, nel 1950, lo caricano su una nave cargo (tranne le ali, spedite a parte) insieme a una Cadillac, armi e bagagli, e poi partono per un trasloco lungo due mesi. «Non ho idea di come abbia fatto mia madre, con due gemelle di 2 anni e altri due figli, uno di 6 e l’altro di 8. Eppure ci è riuscita», racconta a Donna Moderna. E poi ha perseverato: «Quando eravamo piccoli, d’inverno ci portavano in viaggio nel deserto del Kalahari alla ricerca della città perduta. Col senno di poi, era pericoloso avventurarsi nel deserto armati solo di bussola e provviste per tre settimane, ma i miei genitori pianificavano ogni spedizione fin nei minimi dettagli… Ora che sono adulta ripenso a tutto il lavoro che mia madre svolgeva in anticipo per rendere quei viaggi tanto piacevoli». Vivere pericolosamente ma preparati all’imprevisto, non avere paura, esplorare ogni possibilità: sono chiaramente tradizioni di famiglia. E non si possono insegnare: si manifestano.

«Io non ho mai detto ai miei figli “siate impavidi”», dice a Donna Moderna. «Loro mi hanno visto commettere errori e risolvere problemi, perché spesso le cose vanno storte. Per mia figlia sono “inarrestabile”: ho cambiato città otto volte – nove, ora che sono tornata a New York – e per ognuna vanno considerati almeno tre traslochi, ché si sa come funziona: prima un affitto, poi un altro, poi magari il prezzo aumenta e devi rimetterti a cercare casa. Serve sempre un nuovo piano, e poi un altro, e un altro ancora... I miei figli hanno imparato a sopravvivere nello stesso modo in cui l’ho imparato io: guardando i miei genitori, gente che lavorava duro. Loro avevano me, ma anche le foto che mia madre aveva scattato durante le nostre avventure, imprese uniche al mondo».

Tutti e tre i ragazzi Musk hanno effettivamente raggiunto un certo successo. Kimbal, il secondogenito, oggi lavora come chef e imprenditore. Dopo la laurea a Pretoria si è trasferito a Kingston, nell’Ontario, dove già studiava Elon: insieme hanno fondato la Zip2, un’azienda di software di mappe da vendere ai giornali. La signora Musk ricorda che, il giorno prima di un incontro con potenziali investitori, fu lei a pagare per la stampa a colori della presentazione. La sera dopo li invitò al ristorante per festeggiare – «Erano mesi che ci nutrivamo di cibo da fast-food, tutti piatti economici, veloci e ordinabili alle due di notte. Kimbal dice che ancora sente il sapore delle fajitas di pollo» – e al momento del conto li informò: «“Questa è l’ultima volta che vedete la mia carta di credito”. E così fu». Eppure sul web c’è gente con aria saputa che sostiene vivessero nel lusso perché il padre Errol, ingegnere, possiede addirittura una miniera di diamanti. «Sono sempre curiosa di capire dove questa gente prenda le sue informazioni: evidentemente non hanno letto il mio libro! Sembravo benestante perché non mi lamentavo di un appartamento a equo canone. Anche la mia famiglia me lo ha fatto notare: ho passato parecchi guai, eppure non ho mai chiesto soldi. Non mi servivano: avevo quello che bastava per mandare i miei figli alla scuola pubblica, con uniformi di seconda mano. Niente cinema, niente cene fuori: cucinavo fagioli, sani e convenienti. Tagliavo da sola i capelli dei ragazzi… E in questo sì, ero terribile! Non sono mai stata ricca, prima di investire nell’azienda dei miei figli. E devo dire che sono stati generosi, quando poi l’hanno venduta».

Quello con Errol Musk, peraltro, non è certo stato un matrimonio felice. Nel libro Maye racconta che lui cominciò a picchiarla durante la luna di miele e andò avanti per un bel po’, anche davanti ai bambini: i due più piccoli piangevano in un angolo, «mentre Elon, che di anni ne aveva 5, lo prendeva a pugni sulle gambe, da dietro, per farlo smettere». Quando in Sudafrica viene approvata la legge sul divorzio, nel 1979, finalmente può scegliere di andarsene. Da Pretoria si trasferisce prima a Durban e poi a Johannesburg, lavorando come dietologa e facendo la modella per arrotondare. A 41 anni, finalmente, comincia a sentirsi al sicuro, anche professionalmente. Così decide di assecondare il desiderio della figlia Tosca di raggiungere i fratelli in Canada. In fondo, perché no? Si tratta solo di ricominciare tutto da capo. Dopo la laurea all’università della British Columbia e un po’ di gavetta, Tosca gira il suo primo film da regista, prodotto da Elon. Oggi è la ceo di Passionflix, spiega Maye orgogliosa. «Un progetto molto innovativo: una piattaforma di streaming dedicata alle donne, in cui le registe sono donne, le attrici sono pagate quanto gli attori e le protagoniste non sono mai vittime ma donne affermate, sicure di sé. C’è il dramma - per forza: sono storie d’amore - ma non l’abuso. Tosca lo chiama “lo sguardo femminile”, in contrapposizione a quello maschile».

È molto fiera di tutti i suoi ragazzi, prosegue. «Io lavoravo fino a tardi, e loro dovevano comportarsi bene, ché il mio ufficio era in casa. Hanno fatto tutto da soli: li ho lasciati liberi di scegliere cosa studiare, ma si sono dovuti occupare anche dei prestiti e delle borse di studio. E hanno abitato in posti davvero infimi, quando li andavo a trovare dormivo su un materasso buttato per terra. Una volta ho chiesto a Elon: “Scusa ma dove lo hai trovato, questo materasso, in mezzo a una strada?” E lui mi ha risposto: “Mamma, mi è costato 25 dollari!”. Capisce? Non gli avevo dato abbastanza fiducia! Ma ho passato così tanto tempo tra le sabbie del Kalahari che non mi turbava certo dormire sul pavimento!».

Dopo Zip2, Elon sviluppa e poi vende PayPal, inventa SpaceX, co-fonda Tesla. Per Maye potrebbe essere infine il momento di tirare il fiato: ha tre figli sistemati, e la sua attività da dietologa è ben avviata anche a Toronto. Lavora ancora come modella - «per le pubblicità di sconti sui letti» - ma niente di che, tanto che decide di non tingersi più i capelli. Invece nel 2010 la chiamano per la foto di apertura dell’inserto salute di Time e - favolosamente nuda, favolosamente bianca - a 60 anni suonati diventa una top model. Finisce in un video di Beyoncé; sulla copertina del New York Magazine; testimonial dei cosmetici Cover Girl; in costume su Sports Illustrated; in passerella per Dolce & Gabbana. Su Instagram ha oltre 600.000 follower cui ribadisce quotidianamente #ItsGreatToBe74, avere 74 anni è fantastico. Su Twitter, da quando Elon è il padrone, ne ha guadagnati almeno 100.000. Ci sono gli haters, certo, ma basta ignorarli: «Sui social mi diverto un sacco. E sono una celebrità, quindi non ho più bisogno di fare provini. Quando porto a spasso il cane, per non farmi riconoscere, sono costretta a camuffarmi un po’, ma se in compenso non devo più competere con altre 300 donne per un ingaggio, direi che ne vale la pena. I miei 60 anni sono stati migliori dei 50, i miei 70 migliori dei 60. Ho imparato a dire di no, a evitare le persone sgradevoli: non devo più compiacere nessuno. Alla mia età ho una libertà immensa». E tre figli molto devoti con cui godersela.

Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno - Benjamin Stevenson

Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno di Benjamin Stevenson, edito Feltrinelli, è stato tra i libri più letti dell’ultima parte del 2022. Un caro, vecchio giallo dal sapore made in Agatha Christie e Arthur Conan Doyle, intriso di originalità, attualità e una serpeggiante ironia – stile Cena con delitto – che trascina e accompagna il lettore fino all’ultima pagina.

In esergo è riportato il giuramento di lealtà al lettore del Detection Club, prestigiosa associazione letteraria fondata a Londra intorno al 1930. L’ intento del club era di dare al lettore la possibilità di svelare il mistero e trovare il colpevole. Tra i membri figuravano personalità celeberrime come Agatha Christie, G.K. Chesterton e Ronald Knox. Di quest’ultimo, Benjamin Stevenson riporta anche il Decalogo del giallo perfetto, in cui ci si impegna ad attenersi scrupolosamente alle regole (rimuovendo la numero 5 perché politicamente non corretta – effettivamente prevedeva che nessun personaggio della storia dovesse essere cinese…), ai “Comandamenti”, per essere sempre un narratore trasparente e affidabile; marcando, così, una linea netta con i gialli moderni, che tendono a concentrarsi per lo più su espedienti narrativi anziché gettare subito le carte in tavola.

E la storia di cui ci parla il nostro narratore è raccontata senza inganni, sintetizzando la regola d’oro dei gialli classici: giocare pulito. Tant’è che all’inizio del libro, troviamo indicati addirittura, come prova della sua buona fede (e della sua tendenza allo spoiler), i punti del romanzo in cui ha luogo una morte, specificando anche l’assenza di scene erotiche. Queste sono le premesse.

Non bisogna azzardarsi a riunire sotto lo stesso tetto la famiglia Cunningham perché tutti hanno un segreto da celare, perché ognuno di loro ha ucciso qualcuno. I più ambiziosi hanno ucciso anche più di una volta.

“Il solitario fascio penetrato dalle tende del salotto fu il segnale che mio fratello aveva appena imboccato il vialetto. Quando uscii per andargli incontro, la prima cosa che notai fu che il faro sinistro della sua auto era sfondato. La seconda fu il sangue.”

Il protagonista e narratore, nonché l’investigatore di Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno è Ernie Cunningham, scrittore e avido lettore di gialli. Al nostro, le riunioni di famiglia non sono mai andate a genio, soprattutto da quando ha visto il fratello, Michael, uccidere un uomo decidendo poi di denunciarlo e farlo sbattere in galera per tre anni. La famiglia non ha mai perdonato a Ernie questo tradimento, soprattutto la madre, Audrey, che dal giorno del processo gli ha tolto anche il saluto. Eppure, non può rifiutarsi di partecipare alla riunione che la precisa e autoritaria zia Katherine, ha organizzato nel fine settimana in montagna: il giorno seguente al loro arrivo, Michael, uscirà di prigione e raggiungerà la famiglia.

Con l’arrivo di Michael a bordo di un grosso furgone, cominciano a verificarsi una serie di omicidi che richiamano il modus operandi di un serial killer di qualche anno addietro: Lingua nera. I cadaveri hanno le vie respiratorie ostruite dalla cenere, come se fossero morti in un incendio, ma nessuna ustione sul corpo.

L’albergo dove alloggia la famiglia Cunningham, a causa di una tormenta di neve, resta isolato e difficile da raggiungere, lasciando l’impacciato poliziotto, Crawford, arrivato dopo il ritrovamento del primo cadavere, da solo con la famiglia e con la proprietaria della struttura.

La trama è fitta e avvincente, raccontata – a volte anche anticipando qualche indizio – direttamente da Ernie che per cercare di fermare l’assassino prima che tutta la famiglia venga uccisa si calerà nelle vesti di detective andando alla ricerca di indizi e prove su tutti i presenti, dalla ex moglie al patrigno, passando per la madre e il fratello.

“Ammesso di uscirne vivi e di poter vendere la nostra storia a qualcuno, ai produttori di Hollywood girerebbero parecchio le palle se non usassimo la biblioteca, non credi?”

E come nei migliori gialli, l’epilogo sarà in una biblioteca, dove il nostro novello Poirot, ricostruirà i fatti e le storie di ognuno dei membri della sua famiglia, scoperchiando il vaso di Pandora di ognuno di loro per riuscire a smascherare l’assassino.

“Il brivido della scoperta si era smorzato, e adesso dovevo trovare il modo più stringente possibile di presentare il mio castello accusatorio. Difficile decidere da dove cominciare. C’erano parecchi colpevoli nella stanza, ma un unico assassino.”

Ricordiamoci, però, che, come in ogni giallo che si rispetti (mai dimenticare di dare un’occhiata al Decalogo), in questa sfida ludica tra scrittore e lettore, non tutti sono ciò che sembrano.

La vita intima - Niccolò Ammaniti

Niccolò Ammaniti torna pungente e romantico, sdolcinato e cattivo con un romanzo che parla ancora una volta di emarginati e strambi. Solo che ne La vita intima la protagonista non è una bambina che cerca di sopravvivere a un virus, o un ragazzino che si scontra con un mondo di cemento armato. La protagonista del nuovo romanzo di Ammaniti è una vincente, una di quelle che ce l’hanno fatta. O almeno così sembra…

"La perseguita un malessere troppo banale o troppo complesso da esprimere"

Maria Cristina Palma: chi è? Maria Cristina, Maria Tristina, Maria Pompina. La moglie del presidente del consiglio, la donna più bella del mondo, la figlia di un alpinista scomparso.
In La vita intima, Ammaniti ci spalanca le porte di un’esistenza complessa e affascinante, la forza di una donna che cerca di avanzare nel mondo con una sorta di “svagato coraggio” ma che sembra perseguitata dai drammi. L’autore romano, però, compie un ulteriore passo di maturazione del proprio percorso di scrittura e si scosta dai suoi personaggi prediletti. Si parla sempre di uomini del mondo e che il mondo se lo portano dietro, ognuno tratteggiato alla perfezione nella propria drammatica quotidianità, si riesce a scorgere il colore e la vitalità, però a questo giro sposta l’obiettivo del telescopio. Mentre prima osservavamo le strade della provincia romana adesso puntiamo in alto, all’ultimo piano di un palazzo in centro. Una vita apparentemente perfetta ma verso cui impariamo a empatizzare nel suo continuo scontrarsi con la realtà.

"La tua verità̀, quella più intima, devi tirarla fuori per dimostrare che sei un essere indipendente, con un pensiero personale"

La ricetta segreta di Ammaniti è una sapiente divisione tra ciò che avviene e ciò che è avvenuto. Traghettandoci da una parte all’altra vediamo la vita della protagonista nel presente e ciò che l’ha portata a essere così. Ci si aspetta di tutto, ma quando più ce lo si aspetta Ammaniti stravolge e confonde, per poi riprendere in mano il timone e approdare a una conclusione prima impensabile. La lingua è quella dello stesso Ammaniti, che in maniera nuova rispetto alle precedenti produzioni si inserisce come voce narrante di tutto il romanzo. La vita intima è una vita che spaventa, che confonde, che disgusta, ma che emerge in tutta la sua rinfrescante verità. La verità che si cerca fin dall’inizio e che libera.

"Nulla è autentico. L’unica verità è la certezza di una sciagura imminente"

Alberghi romani, social media manager che abitano in una roulotte, case di campagna conquistate da cani randagi: tutto è vero, tutto chiede di essere riconosciuto come verosimile. Tutto prende spunto da ciò che c’è e diventa molto di più. La vita intima – più di ogni altro romanzo di Ammaniti – completa una propria visione del mondo soddisfacente e bizzarra, grottesca come solo la vita sa essere grottesca e sdolcinata come solo un’esistenza vera sa essere sdolcinata. È il teatro di emozioni intense, questo romanzo e come ogni romanzo di Ammaniti non delude ma continua a macinare e trasportare; a dubitare e a convincere.

"Proprio perché sei bella non verrai presa sul serio e ti dovrai impegnare cento volte di più delle altre per dimostrare che sei intelligente, profonda, per non essere usata e trattata come una scema dagli uomini"

Chi è Maria Cristina Palma? Moglie, ex-moglie, amante. Madre, figlia, nipote. Maria Cristina Palma è la protagonista di un romanzo di Ammaniti. È la protagonista di un mondo che non esiste. Eppure, come in tutti i grandi romanzi, si fa fatica a non crederci. Serve impegno per non empatizzare, per rimanere oggettivi, per far pesare alla povera Maria Cristina le sue colpe. Alla fine le si perdona tutto. Le si perdona di essere impulsiva, di non saper ascoltare chi la vuole aiutare, di diffidare di chiunque. Le si perdona persino di non essere forte come forse dovrebbe essere e come per poco tempo riesce a essere. Le si perdona quando si concede un momento di sconforto e le si perdona anche quando quello stesso sconforto diventa una pessima decisione. Le si perdona tutto e il contrario di tutto. Perché nel suo tentativo di soddisfare tutti capisce una cosa importante, cioè che nel bene e nel male alla fine:

"È questo il bello della vita, cambiare."

Chi si ferma è perduto - Marco Malvaldi, Samantha Bruzzone

Chi si ferma è perduto, pubblicato da Sellerio, è il nuovo libro scritto a quattro mani da Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone: non è un giallo nell’accezione classica del termine, ma è un giallo che fa ridere, e in modo parecchio intelligente.

Marco Malvaldi e Samantha Bruzzone sono due scrittori, chimici e fini umoristi, e la loro anti-eroina Serena Martini è impastata di ironia, multitasking e fiuto per il mistero: una donna affaccendata, un personaggio sfaccettato e tridimensionale. La trama racconta la realtà dei paesi toscani, la logica dei piccoli borghi e le loro piccole leggi interne, e lo fa con un linguaggio colloquiale ed effervescente, gustoso e ironico.

Lo sfondo in cui si muove Serena Martini è un paese della Toscana, in cui tutti sanno tutto di tutti, in cui si sviluppano amicizie dopo aver accompagnato i figli a scuola e in cui si possono fare scoperte sconvolgenti, tra una sessione di jogging e l’altra.

Non è la prima volta che Malvaldi e Bruzzone scrivono insieme: i due, coppia anche nella vita reale, sono un prolifico duo. Hanno firmato anche un libro per ragazzi, Chiusi fuori (Mondadori Ragazzi), e in queste settimane anche il saggio La molla e il cellulare – Che differenza c’è tra una scoperta e un’invenzione? (Raffaello Cortina Editore), che affronta il tema delle scoperte e delle invenzioni in maniera fresca e dinamica.

Di questo, e di tanto altro, abbiamo parlato proprio con loro: ascoltare le risposte dalla loro viva voce è stata un’esperienza istruttiva e divertente.

“Ero vestita da gita della parrocchia in montagna, avevo i capelli legati col leghino del pancarrè”; “se metto i bambini a tavola i bambini con prosciutto e mozzarella rischio una denuncia per maltrattamenti”; e infine “sono una di voi”, rivolgendosi al lettore. Serena Martini, più che un’eroina del giallo, sembra un’anti-eroina, familiare, verace e alla portata di mano. Come avete costruito e caratterizzato la protagonista di Chi si ferma è perduto, e com’è nata l’ispirazione?
(Bruzzone): “Serena vive da diversi anni nella nostra testa, piano piano è cresciuta e cambiata, e ci siamo ispirati a ciò che vediamo tutti i giorni: ho scelto di ispirarmi in primis alle amiche, alle avventure e alle disavventure che ci raccontano. Siccome anche noi viviamo in un paese, spesso ci capita di incontrare le vicine e le amiche, che sono sempre di corsa, prese da mille piccole faccende: sono talmente prese che hanno sempre meno tempo da dedicare a se stesse. Il paese induce a questa trascuratezza: magari sei in casa e stai facendo qualcosa o sei in smart working, e devi scappare per prendere i bimbi a scuola, corri, vai, scappi, però poi ti ricordi che il marito torna con il treno e di corsa vai a raccoglierlo, è tutto un affastellarsi di piccolezze, e alla fine ti metti il leghino del pancarrè per legarti i capelli. O li porti corti come me…”.

Siete una coppia anche nella vita privata. Come è stata la fase di editing di Chi si ferma è perduto? Ora che siete usciti allo scoperto, continuerete a firmare insieme?
(Malvaldi): “Probabilmente sì, lavorare a quattro mani per noi è qualcosa di molto lineare perché, volendo usare una terminologia cinematografica, Samantha si occupa della storia (soggetto e sceneggiatura), mentre io della regia e del montaggio. Quindi, la parte di scrittura propriamente detta tocca a me, mentre lei costruisce la storia: io scelgo i personaggi e li descrivo, mentre lei sceglie le motivazioni e le dinamiche. Certo, ne firmeremo altri a doppio nome, non quelli della serie dei delitti del BarLume”.
(Bruzzone): “Quando si lavora a quattro mani, un po’ si litiga e un po’ ci si diverte: essendo sposati, è anche un qualcosa che rende molto meno noioso il matrimonio”.

Chi si ferma è perduto è soprattutto un romanzo di odori, descritti con perizia chirurgica: “odore di camera di adolescenti”, “odore di piedi sudati”…
(Malvaldi): “Noi siamo chimici, e gli odori sono fondamentali: sappiamo che essi sono legati a molecole, ed è una sensazione molto sincera. L’olfatto è un senso difficile da educare, ma anche obiettivo. Abbiamo cercato di usare la nostra esperienza chimica, unendola anche a un po’ di studio. Ci siamo serviti di vari saggi, libri e articoli scientifici, abbiamo tentato di dare una plausibilità a ciò che raccontavamo, per non scrivere cose che sapevamo potessero essere false. Consigliamo Sensi chimici di Silvano Fuso e Il senso perfetto di Anna D’Errico”.

Si parla della comunità chiusa di Ponte San Giacomo, quasi come un recinto in cui i “forestieri” non possono entrare. A quale tipo di comunità o dinamica paesana vi siete ispirati?
(Bruzzone): “Noi viviamo in un piccolo paese: fino all’anno scorso eravamo a Vecchiano, ora a San Giuliano Terme, che sono molto vicini e che si trovano tra Pisa e Lucca. All’inizio eravamo forestieri, i ‘piovuti’, quelli capitati lì per caso: non avevamo conoscenza dei luoghi né delle persone e non capivamo le relazioni tra gli autoctoni. Per fortuna in generale il toscano è curioso ed è anche disposto ad accoglierti, ma dopo un po’. All’inizio sei quello strano, per il semplice fatto che, per esempio, non fai la spesa al consorzio agrario, ma al supermercato”.
(Malvaldi): “Andare al supermercato è un errore clamoroso se abiti in paese, è un’abitudine da turista! Devi capire il codice di comportamento e i ruoli sociali, nel paese di prima c’era una signora che era indicata come la moglie del prete. I ruoli del paese non sono dati tanto dall’attività lavorativa, quanto dall’unicità: è l’unicità a renderti importante”.

Non manca anche una velata critica al mondo scolastico e a ciò che gli orbita intorno (genitori, invadenza, gruppi Whatsapp…).
(Bruzzone): “Sì, è così. Più che al mondo scolastico, a certi comportamenti che si sono sviluppati in questi anni: i gruppi Whatsapp sono un incubo a cui non si sfugge, c’è la costante paura di non essere aggiornata e di essere tagliate fuori. In paese, poi, c’è un doppio problema: conosci le mamme dei compagni di tuo figlio, sai più o meno tutto delle altre famiglie. E quando non sai, c’è sempre qualcuno che si fa carico di fartelo sapere”.

Anche se si parla di omicidi e misteri, il linguaggio di Chi si ferma è perduto è fresco, colorito e colloquiale. Che intento c’è dietro questa scelta linguistica e che funzione svolge l’ironia nella vostra scrittura?
(Malvaldi): “Mi reputo un umorista, e anche Samantha ha questo punto di vista abbastanza scanzonato sul mondo. Puoi scegliere se far ridere, piangere, arrabbiare o spaventare a partire dalle stesse cose, l’importante è creare un’emozione. C’era una comica americana anni ’50, Erma Bombeck, che diceva: se devo ridere penso alla mia vita sessuale, se devo piangere penso alla mia vita sessuale. L’importante è generare un’emozione… Scegliamo di far ridere perché ci piace, e anche perché questi sono morti di carta, sono modellini di realtà, queste persone non sono morte per davvero, ed è bene ricordarlo sempre.
Questa premessa ci aiuta a usare quella che è la capacità principe dell’essere umano: far finta che accadano cose, e usare le cose fittizie per capire il mondo reale”.
(Bruzzone): “Di solito è più difficile far ridere che piangere, è una sfida. Quando un lettore ci dice che lo abbiamo fatto ridere, lo reputiamo un bellissimo complimento”.

Chiudiamo con il saggio La molla e il cellulare. Com’è nato?
(Bruzzone): “Era un po’ che ragionavamo sul fatto che nostro figlio, che ha 13 anni, confonde scoperta e invenzione. Abbiamo pensato che valesse la pena chiarire questi concetti, pensando a un pubblico di ragazzi. Ci siamo chiesti quale sarebbe potuta essere una strada interessante, e abbiamo pensato che l’oggetto più tecnologico che i ragazzini hanno in mano è proprio il cellulare. Così siamo partiti da quello. Da lì, abbiamo scelto di procedere a ritroso e tornare alla molla, spiegando passo dopo passo i concetti fisici che ne hanno permesso la realizzazione, sperando di mantenere viva la curiosità dei ragazzi”.
(Malvaldi): “L’idea è stata di Samantha, non mia: io sono stato solo un mero esecutore di ordini!”.

Spare: il minore - Prince Harry

Ancor prima della sua pubblicazione del 10 gennaio, il libro autobiografico del duca di Sussex, Spare – Il minore, è balzato al centro dell'attenzione generale in seguito alla rivelazione, da parte del Guardian, che il memoir conterrebbe la descrizione di un alterco fisico verificatosi tra Harry e il principe di Galles a Nottingham Cottage, allora residenza dei Sussex. Basato su traduzioni dell'edizione spagnola, per errore messa in vendita in anticipo, il libro promette in effetti di essere un'autentica bomba: nelle sue ben 416 pagine, Harry racconta proprio tutto, dai primi esperimenti con le droghe al rapporto teso con re Carlo III, esternazioni che finora né Buckingham Palace né Kensington Palace (attuale residenza dei duchi di Cambridge) hanno commentato. Di seguito, una sintesi delle rivelazioni contenute in Spare che hanno fatto più discutere.

1. Così Harry perse la verginità (in un campo dietro un pub)
Molti degli episodi di ribellione adolescenziale che hanno avuto Harry come protagonista sono finiti sui giornali in tempo reale, come illustrato dalla serie di Netflix Harry & Meghan, ma, a quanto pare, altrettanti erano rimasti segreti. In Spare, il duca di Sussex spiega di aver perso la verginità «con una donna più grande cui piacevano i maschi superdotati e che mi trattava come un giovane stallone». E aggiunge senza giri di parole: «L'ho montata velocemente, dopo di che lei mi ha sculacciato e mi ha mandato via. Uno dei miei tanti errori è stato quello di lasciare che succedesse in un campo, proprio dietro un pub molto frequentato. Senza dubbio qualcuno ci aveva visto».

2. Strisce di coca, funghi allucinogeni e bidoni sorridenti
Nel libro, Harry è deliberatamente esplicito anche riguardo al consumo di droghe e non nasconde di aver provato per la prima volta la cocaina all'età di 17 anni, durante una visita alla casa di campagna di un amico. «Mi hanno offerto una striscia, e in seguito me ne sono fatte altre», ricorda. Ha anche raccontato di aver fumato marijuana sia a Eton sia nel parco di Kensington Palace. «Dopo cena, fumavo uno spinello, assicurandomi che gli effluvi non raggiungesse il giardino del mio vicino, il duca di Kent», racconta a proposito della sua vita nel 2015, un periodo durante il quale aveva rinunciato alle feste. «Poi andavo a letto presto».

L'apice del surreale, tuttavia, viene raggiunto con la descrizione di una festa svoltasi nel 2016 in California, nel corso della quale, secondo il suo stesso racconto, Harry avrebbe mangiato dei cioccolatini ai funghi allucinogeni, innaffiandoli quindi di tequila. Risultato: la bizzarra visione di una pattumiera a pedale che gli sorrideva. La location della festa era nientemeno che la casa della star di Friends Courteney Cox, per la quale Harry aveva una cotta. «Ero ancora confuso, perché... Lei era una Monica e io un Chandler», spiega. «Mi chiedevo se avrei mai trovato il coraggio di dirglielo. C'era abbastanza tequila in California per farmi diventare tanto audace?».

3. William, l'eterno rivale
Prima del matrimonio del duca di Sussex, nel 2018, i media avevano sempre dipinto William e Harry come pronti a sostenersi l'un l'altro (lo stesso Harry, in Spare, paragona il proprio rapporto con il fratello a quello fra George e Lennie, i protagonisti del romanzo di John Steinbeck Uomini e topi). Il duca di Sussex, tuttavia, evidenzia anche la competitività che è sempre esistita fra loro, tanto da riferirsi al principe di Galles come alla sua “arcinemesi”. «C'è sempre stata competizione tra noi, il che è piuttosto strano», ha ribadito Harry in un'intervista per Good Morning America. «Penso che sia parte del rapporto “erede-erede di scorta” o che si sia fatto in modo che lo fosse».

4. Carlo: «Chi può dire se sono il tuo vero padre?»
Harry scrive che, dopo la sua nascita, Carlo disse alla moglie Diana: «Meraviglioso! Mi hai dato un erede e una riserva. Il mio lavoro è finito». E rivela che l'attuale re non lo abbracciò quando Diana morì. «"Figliuolo caro, la mamma ha avuto un incidente d'auto"», sarebbero state le parole del padre in quella triste occasione. «"Ci sono state complicazioni"». E Harry commenta: «Non era bravo a mostrare le proprie emozioni in circostanze normali. Come ci si poteva aspettare che le mostrasse in una crisi del genere?».

Inoltre, Carlo faceva battute sulla paternità di Harry: «A papà piaceva raccontare storie, e questa era una delle migliori del suo repertorio. Concludeva sempre con uno slancio filosofico: "Chissà se sono davvero il principe di Galles? Chi può dire se sono il tuo vero padre?”. Rideva e rideva, anche se si trattava di una battuta poco divertente, vista la voce che circolava in quel momento, secondo cui il mio vero padre era uno degli ex amanti della mamma, il maggiore James Hewitt. Tra le cause di questa diceria c'erano i capelli rossi del maggiore, ma si trattava anche di puro sadismo».

5. La verità di Harry sul famigerato costume da nazista
In Harry & Meghan, il duca di Sussex ammette di aver indossato un'uniforme da nazista a una festa di Halloween nel 2005 («probabilmente, uno dei più grandi errori della mia vita»), ma in Spare sostiene che furono William e Kate a incoraggiarlo. «Telefonai a Willy e Kate, chiedendo loro cosa ne pensassero», scrive. «Entrambi scoppiarono in una fragorosa risata: “Peggio del body di Willy! Molto più ridicolo!". Ma, di nuovo, era proprio questo il punto».

6. Harry e William dissero al padre: «Non hai bisogno di risposarti»
In Spare, Harry parla della matrigna come de "l'altra donna", sostenendo che lui e William dissero al padre che avrebbero perdonato Camilla e l'avrebbero persino accolta in famiglia se lui avesse promesso di non sposarla mai. «"Non hai bisogno di risposarti", lo supplicammo. Un matrimonio avrebbe... fatto sì che il Paese, il mondo intero mettesse a confronto nostra madre con Camilla, una cosa che nessuno voleva». Secondo Harry, tuttavia, l'attuale regina consorte aveva già lanciato «una campagna il cui obiettivo era il matrimonio e, con il tempo, la corona», e Carlo avrebbe ignorato le suppliche dei figli. In un passaggio piuttosto sconcertante, Harry paragona il primo incontro con Camilla a «un'iniezione – chiudi gli occhi e non la sentirai nemmeno», mentre altrove nel libro esprime il proprio risentimento per il fatto che la sua camera da letto fosse stata trasformata dalla matrigna in uno spogliatoio dopo che lui aveva lasciato Clarence House.

7. Lo sterminatore di Talebani
Harry è a tutti gli effetti un veterano dell'esercito, avendo svolto due missioni in Afghanistan durante i suoi 10 anni di servizio militare. In una controversa dichiarazione riportata da Spare, afferma di poter dire con esattezza quanti combattenti nemici ha ucciso: 25. «È un numero che non mi riempie di soddisfazione, ma nemmeno mi imbarazza», scrive, sottolineando di aver scelto di vedere i talebani come «pedine rimosse dalla scacchiera», perché «non riesci a uccidere degli altri esseri umani se li vedi come persone».

8. I duchi di Cambridge erano fan sfegatati di Suits
Harry racconta di aver parlato al fratello della sua relazione con Meghan, allora agli inizi, durante una cena con lui e Kate. Quando ha rivelato l'identità della sua nuova ragazza, «loro sono rimasti a bocca aperta», scrive. «Si sono guardati, poi Willy si è girato verso di me e ha esclamato: "C***o, sul serio?"». Secondo Harry, i due erano «spettatori abituali, anzi, fan sfegatati di Suits. Avevo sempre pensato che non avrebbero voluto saperne di accogliere Meg in famiglia, ma, a quanto pareva, ora mi sarei dovuto preoccupare che non la tormentassero per avere un autografo». Da parte sua, Harry si è pentito di aver cercato su Google le scene di sesso girate da Meghan per la serie: «Ho visto lei e un suo collega mentre si facevano vicendevolmente a pezzi in una specie di ufficio o sala conferenze... Ci vorrebbe una terapia di elettroshock per togliermi quelle immagini dalla testa».

9. Kate fece piangere Meghan (sul pavimento)
Secondo quanto si legge in Spare, William avrebbe suggerito a Harry di «rallentare» con Meghan: «In fondo, è un'attrice americana, Harold», gli avrebbe detto, rivolgendosi a lui con il suo soprannome. «Potrebbe succedere di tutto». Ciononostante, Harry e Meghan si sono fidanzati dopo essersi frequentati per poco più di un anno. Da lì in poi, le tensioni tra le due coppie non hanno fatto che aumentare. Stando al memoir, la duchessa di Cambridge si sarebbe risentita per qualsiasi cosa, dalla richiesta di Meghan di prestarle un lip gloss prima di un'apparizione congiunta a un commento, sempre di Meghan, su un suo presunto deficit di memoria mentre era incinta del principe Louis. Spare ci descrive anche Meghan mentre si lascia cadere in lacrime «sul pavimento» dopo che Kate aveva contestato la taglia dell'abito da damigella della principessa Charlotte e ne aveva chiesto il rifacimento, quattro giorni prima del matrimonio dei Sussex, del 2018.

La mia bottiglia per l'oceano - Michel Bussi

C’è un nuovo libro di Michel Bussi in circolazione, cari amici di Bibliolandia. Si intitola “La mia bottiglia per l’oceano” ed è la traduzione di un romanzo del 2020, che Alberto Bracci Testasecca (che di Bussi è il traduttore) ha tradotto come al solito per Edizioni E/O. Arriva in Italia dopo tre romanzi successivi già tradotti, ma sappiamo che la sequenza temporale non è fondamentale per l’autore francese.

Bussi, sempre scoppiettante, ci propone un classico giallo della camera chiusa ambientato nelle isole polinesiane. Per la precisione a Hiva Oa, nelle Isole Marchesi, dove nel cimitero di Atuona sono sepolti due mostri sacri della “francesità”: Paul Gauguin e Jacques Brel. Lo fa con il suo modo un po’ destrutturato e destrutturante di raccontare le cose. Sommando punti di vista diversi, invertendo i fili della narrazione, mescolando alla cronaca dei fatti molta ironia. Inventando un punto di partenza molto originale per la vicenda: cinque vincitrici di un concorso, alle quali viene concesso un soggiorno polinesiano nel corso del quale verrà tenuto un corso di scrittura creativa dal notissimo autore di gialli Pierre-Yves Francois. Il quale propone, in avvio del corso, di riflettere sul migliore inizio possibile per un giallo, che a suo avviso non è un morto, ma una sparizione. Così, quando poco dopo sarà proprio lui a sparire, tutti penseranno a un artificio letterario.

Al di là del fascino indiscutibile delle isole polinesiane, quello che interessa Bussi sono le persone messe a nudo. Spinte a rivelare la loro anima profonda, costrette da un ambiente chiuso e in un certo senso claustrofobico che le obbliga a relazionarsi intensamente per tutto il giorno. E il rapporto che si instaura tra la realtà e la finzione, tra gli avvenimenti e l’immaginario, fino a far confondere tutto in un gioco di specchi quasi indecifrabile. Un giallo della camera chiusa che ha perso un po’ della classica razionalità alla Agatha Christie e ha qualcosa della profonda analisi, quasi psicanalitica, degli scrittori scandinavi. Bussi ha le doti per costruire, a partire da queste idee di fondo, un romanzo avvincente, che ti conquista pagina dopo pagina, come ha più volte dimostrato nella sua carriera letteraria.

Le donne sono le protagoniste de “La mia bottiglia per l’oceano”. Il concorso letterario è riservato alle donne, le due voci narranti principali sono donne, l’animatrice polinesiana della pensione che ospita le scrittrici in erba è una donna, con due figlie. Gli uomini sono defilati, accessori, talvolta idolatrati (come nel caso dello scrittore Pierre-Yves Francois), ma quasi sempre incapaci di svolgere il loro ruolo, o perché privi di personalità, o perché scorretti. Sono le donne cui spetta il compito di sovvertire gli equilibri, modificare lo stato delle cose. Nonostante ogni tentativo di marginalizzazione. Così come le isole polinesiane finiscono per essere un’immensa periferia di un centro che è altrove, allo stesso modo alle donne viene spesso lasciato un ruolo secondario, mentre avrebbero le carte in regole per giocare un ruolo da protagoniste.

Su tutto aleggia l’interrogativo sul ruolo dello scrittore e più in generale dell’artista e dell’arte nella società, in particolare quando quest’ultimo arriva ad essere un artista di successo. In un mondo che sempre più ha bisogno di rifugiarsi nell’immaginario per riuscire a evadere la realtà, chi genera opere per permettere questa evasione, cela in sé un mistero profondo, quasi un dramma esistenziale. Come può reggere il peso derivante da questa “necessaria” funzione sociale, conservando la propria umanità? Come può sfuggire al proprio desiderio di “dominare” le persone normali, di utilizzarle ai propri fini? Un tema complesso e profondo a cui sembra che neanche lo stesso autore sia in grado di rispondere, se non amaramente, come sembra trasparire da uno scritto di una delle lettrici del concorso: “I libri sono più pericolosi di un’arma da fuoco, vanno maneggiati con più cautela di un veleno, gli scrittori sono spietati serial killer.”

Punto pieno - Simonetta Agnello Hornby

Punto pieno è il terzo romanzo della saga famigliare dei Sorci che avevamo conosciuto con Caffè amaro, libro che parla delle vicissitudini di una nobile famiglia dell'ultimo decennio dell'Ottocento ed era proseguito con Piano nobile che dall'estate del 1942 in poi narrava l'uscita dell'Italia dalla Seconda guerra mondiale e la speranza per un futuro nuovo e prosperoso per la Sicilia.

Questo terzo romanzo storico, che si può leggere senza aver letto i due precedenti, inizia nel 1955 con la morte improvvisa del barone Andrea Sorci, morto dopo aver ucciso, in preda a un accesso di rabbia, la sua domestica. A raccontare l'accaduto è Peppe Vallo, figlio illegittimo del barone, che dopo aver fatto fortuna in America è tornato in Sicilia e ha stretto forti legami con la mafia.

Da grande narratrice Simonetta Agnello Hornby lascia parlare, a uno a uno, i suoi personaggi, facendogli raccontare in prima persona le beghe famigliari, la normalità dei tradimenti, la supremazia dell'uomo sulla donna, il dilagare della mafia, l'avvento della piaga della droga, per terminare con la data emblematica del 23 maggio 1992, giorno dell'uccisione di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti della scorta.

Il filo conduttore della storia che è appunto il titolo stesso del libro: il Circolo del Punto Pieno.

Quelle che in famiglia sono chiamate “le tre zie" o “le tre sagge” hanno dato vita, nella sagrestia della chiesa dei Santi Scalzi, a quello che, visto da fuori, sembra semplicemente il ritrovo di alcune donne dedite al rammendo e al ricamo, un passatempo innocuo per tenere occupate le donne d'alto rango. In realtà in questi ritrovi c'è molto di più: c'è la voglia di aiutare donne che altrimenti sarebbero monache di casa, donne povere che hanno bisogno di un piccolo stipendio per tirare avanti, prostitute che cercano una nuova vita e che qui si sentono ben accette, perché, se è vero che nel circolo si parla e si chiacchiera di tutto, è anche vero che dallo stare insieme nasce una “sorellanza”, un'occasione di crescita, di confronto, di consolazione, una forma di resistenza alle avversità.

Seguendo la storia del circolo del Punto Pieno e in particolare la vita di Carlino Sorci, un nipote delle “tre sagge”, seguiamo anche il cambiamento della moda e la storia delle sartorie dal dopoguerra in poi. Sarà Carlino a parlarci della vivacità di Roma, dell'alta moda milanese e infine della “pazzesca” New York.

La storia, come è stato detto, termina con la data che ha pugnalato il cuore della Sicilia, la strage di Capaci nel 1992. L'autrice però, lascia l'ultima parola a Colapì, uno dei discendenti della famiglia che, appena tornato in Sicilia, il giorno stesso della strage, si stringe alla madre e le dice: «Io torno».

E noi aspettiamo fiduciosi di leggere presto nuove storie della famiglia Sorci seguendo fino ai giorni nostri il presente e il futuro di una terra tanto bella quanto ricca di contraddizioni.

Sempre tornare - Daniele Mencarelli

L’esistenza umana è scandita da opposti che delineano i limiti di un viaggio da percorrere di cui ne conosciamo l’inizio – perché il momento della nascita ci è stato raccontato – e la fine, giacché tutti moriremo ma non sappiamo come. Però anche questa è una certezza.

Tra questi poli esistenziali ci muoviamo noi: umani che soffrono e gioiscono, che perdono e vincono, che amano e odiano, che fanno scelte, che distruggono e costruiscono una vita.

Come Daniele – il diciassettenne protagonista dell’ultimo libro di Daniele Mencarelli uscito per Mondadori – che in un giorno di piena estate del 1991 decide di abbandonare il gruppo dei suoi amici e tornare a casa.

La notte al Cocoricò non è andata come sperava e Daniele, preso dall’inquietudine, dal senso di colpa e vergogna, lascia i compagni di vacanza e si avvia a piedi verso casa, da Misano Adriatico ai Castelli Romani. Il viaggio, frutto di un colpo di testa, comincia a mostrare a Daniele la verità già da subito: il ragazzo si accorge di aver dimenticato soldi e documenti nelle mani dei suoi amici, di avere una valigia molto pesante da trasportare, e non avere nulla per poter sopravvivere per due settimane. L’unica certezza è il suo corpo, al momento carico di forze, che dovrà spostarsi per l’Italia e arrivare a destinazione nei tempi prestabiliti lasciando la famiglia all’oscuro di tutto.

Inizia, così, un viaggio imprevisto e imprevedibile che Daniele affronta faccia a faccia con sé stesso. Si mette in gioco sia fisicamente che moralmente. L’autostop è l’unico metodo che adotta per passare di paese in paese, alternando lunghi tratti a piedi. Incontra svariate persone a cui chiede aiuto e che gli offrono passaggi, un tozzo di pane, dell’acqua da un tubo, una coperta su cui dormire, o semplicemente rabbia, spavento, delusione, conforto. In questo viaggio, che è il concentrato di una vita in due settimane, “il ragazzo si farà”: incontrerà l’amore negli occhi di Emma e la sfida in quelli di Veleno; toccherà la morte con mano quando tenteranno di rapinarlo e farlo fuori; riuscirà a salvare gli altri e sé stesso da una lotta quotidiana verso la sopravvivenza.

In ogni passo che fa, Daniele riconosce la bellezza della vita, il suo corpo, le sensazioni che trasmette e le emozioni che ne scaturiscono quando viene messo alla prova. Qui c’è il ricongiungimento alla terra, ai bisogni primari. Tutto quello che conta è sopravvivere, non solo fisicamente. Vivere sopra tutto: sopra le ingiurie, le cose che contano poco. Un cammino di formazione che si dipana tra il senso della giovinezza e quello dell’età adulta: siamo partiti da un ragazzo sprovveduto senza soldi e documenti, per finire a chi ha trovato, forse, la sua responsabilità.

Ed è al concetto di sopravvivenza che si riconduce l’imprevedibilità della vita.

Sempre tornare, contrariamente al titolo, ci insegna come lasciar andare, quanto sia importante, duro, ma anche bisognoso, buttarsi alle spalle il passaggio di un evento, doloroso o bello che sia. Perché non tutto può avere un seguito: qualcosa ci tocca, ci vive, ci lascia, finisce.

Quando tutto sembra filare, all’improvviso può cambiare rotta e spostare la meta del nostro viaggio per lasciar andare e non farci più tornare.

Ciò che pervade questo libro, infatti, è il senso della perdita. La perdita come atto di forza e resistenza: “Anche lui, come Alberto ed Emma, è alle prese con quello che mi perseguita da sempre. Il dolore avverato. La perdita fatta realtà. C’è chi si consuma nell’attesa, come nel mio caso, e chi alla prova è sottoposto veramente, e sopporta, vive l’assenza per come possono gli umani. Resiste”.
E perdere qualcosa o qualcuno non vuol dire abbandonare per sempre, ma solo passarci.

“L’autostop non è molto diverso dalla vita. Bisogna guardare negli occhi tutto, con attenzione, dedizione. Sapendo che qualcosa comunque sfugge. Sempre. Non siamo padroni di niente, di nessuno. Non lo siamo di noi stessi. Figuriamoci delle macchine che passano, senza fermarsi.”

Chi conosce Mencarelli autore sa da dove inizia il suo legame con la scrittura: dalla poesia. E questo libro ha dei chiari segnali poetici sia nella forma – vedi i versi scritti per Emma – che nella sostanza – ogni riga di Sempre tornare è un ricongiungimento intimo con sé stessi, con il bisogno primario umano. E cosa è la poesia per Mencarelli, se non un ritorno alle sue origini letterarie? Il racconto del cammino si fa intimo in ogni passo: Daniele è uno che agisce, ma anche uno che pensa, sente, prova. E la cronaca del viaggio si alterna, con passaggi morbidi e quasi necessari, all’elevazione dell’anima di un protagonista che vive fisicamente, ma elabora intimamente.

Mencarelli, inoltre, ha la capacità di definire la psicologia di un personaggio anche facendogli esprimere poche battute. Ed è il dialogo un altro punto forte di questa stesura, non solo credibilità, ma anche ritmo: dalla scrittura emerge il tratto comportamentale di un personaggio che da subito si rivela ansioso, ossessivo, folle, affidabile. Anche se solo di passaggio, il lettore conoscerà approfonditamente ogni attore di questa storia.

Una storia che ci porta lungo l’Italia, sia nello spazio che nel tempo: siamo nel 1991 e l’abitacolo di ogni auto su cui Daniele sale, le mura di ogni abitazione che Daniele vive, scandiscono il tempo circostante del viaggio. La radio annuncia lo sbarco degli albanesi sulle coste pugliesi e trasmette la canzone di Riccardo Cocciante (Se stiamo insieme) vincitrice del Festival di Sanremo, qualcuno si chiama Oscar e ci ricorda Super classifica Show, qualcun altro fuma le MS dure.

Questa storia non è una trama perfetta che si dipana sul filo di una struttura altrettanto compiuta. O almeno, non è solo quello. È una casa di emozioni, costruita mattone dopo mattone, passo dopo passo, città dopo città, sconosciuto dopo sconosciuto. E più la valigia fisica di Daniele si alleggerisce – a un certo punto è costretta ad abbandonarla – più si carica il suo bagaglio emotivo, a dimostrazione che noi siamo soprattutto quello che sentiamo.

E come nel viaggio della vita anche in questo cammino c’è tutto: la morte, l’assenza, il dolore, l’ansia, la pazzia, la follia, l’amore, la paura, l’odio. Viaggeranno tutti con Daniele e noi insieme a lui, insieme a loro. In una storia che tocca le viscere più profonde e che è una catarsi, per chi l’ha vissuta e per chi la leggerà.

*

Sempre tornare chiude la trilogia di romanzi di Daniele Mencarelli che vede il diciassettenne protagonista di una storia raccontata a ritroso divisa in tre parti. Tutto comincia da Sempre tornare, prosegue con Tutto chiede salvezza (già vincitore del Premio Strega Giovani 2020) e finisce con La casa degli sguardi.

Vita straordinaria di un uomo ordinario - Paul Newman

Chi era davvero Paul Newman e quale era il suo misterioso “lato ebraico”? E' disponibile su Bibliolandia “Vita straordinaria di un uomo ordinario” che ne svela una serie di curiosità e segreti.

Famoso come icona hollywoodiana, carismatica e distaccata, dal fisico asciutto e prestante e dallo sguardo intenso, Paul Newman è stato un tipico esempio di “antidivo”, protagonista sullo schermo ma estremamente schivo e riservato sulla sua vita privata.

Scomparso quasi quindici anni fa, il 26 settembre 2008, l’interprete di pellicole importanti come Exodus, il suo film più “ebraico”, si confessa in una lunga serie di interviste, finora inedite, raccolte nel libro Vita straordinaria di un uomo ordinario, uscito lo scorso 18 ottobre (pp. 304, Garzanti editore). Ma qual era la sua reale personalità e quale il lato ebraico dell’attore che, stando al sito Jewish Chronicles, diceva, negli ultimi anni della sua vita, “mi identifico come ebreo perché è più impegnativo” dopo aver passato anni a nascondere questo suo rapporto con la religione paterna?

Non si tratta di una semplice autobiografia ma di un fiume di testimonianze, aneddoti, ricordi per un’opera, unica nel suo genere, che entra come mai prima d’ora nell’animo del misterioso Paul Newman.
Nella sua lunga e gloriosa carriera, raggiunse l’apice della popolarità tra gli anni ‘60 agli anni ‘80, recitando con sobria espressività in pellicole di svariati generi, dal western con successi come Butch Cassidy a commedie come La Stangata.

Ma poco o nulla si sa del suo privato e della sua interiorità. Ebbene, in questa raccolta, come specifica un interessante articolo del Times of Israel uscito lo scorso primo dicembre e firmato dalla giornalista Reneè Ghert Zand emerge il “vero Paul Newman con un testo che parte dalle interviste del 1986 quando egli decise che “era arrivato il momento di svelare chi era davvero contrastando sia le falsità mediatiche su di lui che sfidando le angosce che lo tormentavano fin dall’infanzia”.

Realizzato assieme allo scrittore e suo amico Steward Stern il testo è stato, come ha evidenziato l’articolo, frutto di un estenuante lavoro da parte di Newman e di Stern che, dal 1986 al 1991, registrarono ore di nastri ma poi, improvvisamente, egli abbandonò il progetto e non volle più saperne. Descrivendo la complessa genesi di questo libro, l’articolo spiega che, solo recentemente, i manoscritti con le interviste sono miracolosamente ricomparsi nella casa della famiglia Newman in cui l’attore abitava con la sua inseparabile moglie Joanne Woodward e le sue tre figlie.
Stando all’articolo proprio queste ultime, specialmente Melissa che ha scritto la prefazione e Clea autrice della postfazione, hanno ritenuto necessario pubblicare questo prezioso materiale. Ne emerge, stando a quanto raccontato dall’editore David Rosenthal, “il ritratto di un uomo estremamente insicuro, inquieto e riservato, molto legato alla famiglia anche se molto assente come padre”.

Rosenthal racconta di come Newman fosse incerto e dubbioso riguardo alle proprie capacità, su come attribuisse il successo al proprio aspetto fisico e che avesse lavorato duramente per sviluppare le sue doti recitative.
In tema del suo lato ebraico estremamente complesso fu il suo contesto famigliare. Nato da matrimonio “misto”, suo padre, Arthur Newman era ebreo di origini polacco-ungheresi mentre sua mamma, Theresa Fretzko era cattolica, immigrata dalla Slovacchia. Stando all’articolo era una famiglia complicata, quella del futuro protagonista de La lunga estate calda, che assommava l’anaffettività paterna alla fragilità della madre scatenando rabbia e insicurezza nel giovane Paul.

Ma che cosa ne pensava dell’identità ebraica Paul Newman? Sebbene i suoi genitori fossero membri delle associazioni ebraiche e avessero i posti assegnati in sinagoga, egli, nel libro, si riferisce alla propria identità ebraica solo come forma di contrasto all’antisemitismo che percepiva. A questo proposito Rosenthal ha parlato dei pregiudizi che c’erano intorno a lui e di quanto “si sentiva ebreo come forma di ribellione a tutto questo. Vedeva il suo essere ebreo come atto di eroismo”.

Un testo interessante e intenso questo libro che sottolinea le tante amicizie e collaborazioni che Newman ebbe con registi, da Michael Curtiz, a Otto Preminger a Martin Ritt e produttori ebrei come Sam Spiegel e il suo rifiuto di americanizzare il suo cognome. A questo proposito egli disse “avrei potuto eliminare le mie radici ebraiche, che mi hanno causato tanti problemi, ma mi sembrava più stimolante mantenerle ed insistere su questa mia appartenenza come se portassi un distintivo”.

Personalità che alternava forza e insicurezza, tenacia e fragilità, oltre che affermato attore, Newman fu anche audace pilota automobilistico e filantropo dedito a varie cause umanitarie con la sua Fondazione Newman sempre pronta ad aiutare chi fosse in difficoltà, come i bambini affetti da malattie croniche. Come suo padre anche l’attore ebbe problemi di alcolismo e dovette affrontare varie fasi estremamente drammatiche, dal divorzio dalla sua prima moglie Jackie Witte alla morte per overdose del loro figlio Alan Scott il 20 novembre 1978.

Alla linea - Joseph Ponthus

«Lo sfinimento finisce col farmi dimenticare le vere ragioni della mia permanenza in fabbrica, rende quasi invincibile la più forte fra le tentazioni che comporta questo genere di vita: quella di non pensar più, unico mezzo per non soffrirne. Solo il sabato pomeriggio e la domenica mi tornano dei ricordi, dei lembi di idee, e mi ricordo che sono anche un essere pensante». Questo scriveva tra le pagine del suo diario Simone Weil riflettendo sulla sua esperienza come operaia presso la fabbrica di prodotti meccanici Alsthom, un periodo che contribuì a fiaccare ancora di più il suo corpo già fragile e ad avvicinare il momento della morte. Questi pensieri tornano alla mente leggendo Alla linea di Joseph Ponthus (pubblicato da Bompiani con la traduzione di Ileana Zagaglia), un libro dove l’autore, prematuramente scomparso poco dopo la pubblicazione di questo lavoro, uomo istruito e colto che lascia l’area parigina per trasferirsi in Bretagna con la moglie, racconta la sua esperienza come operaio interinale in varie industrie della filiera agroalimentare della Bretagna.

Ma rispetto alla scelta di Simone Weil, che decise volontariamente di provare sulla sua pelle le dinamiche fisiche, psichiche e sociali del lavoro in fabbrica, per Ponthus non esiste altra scelta perché trasferitosi a Lorient per l’amore di sua moglie («Mi chiede perché sono in fabbrica / Gli rispondo come rispondo a tutti quanti la verità semplice e bella / Aver lasciato tutto per la donna che amo / Essersi sposati / La gioia di essere lì / E la fabbrica be’ si deve pur lavorare Un bambino presto mi chiede subito / Si spera e intanto ci si lavora») e non trovando lavoro nel mondo dell’educazione (Ponthus, nato in una famiglia popolare, è riuscito a studiare in una delle Grandes Écoles che in Francia aprono le porte dei vertici occupazionali, ma ha poi scelto di fare l’educatore nella periferia parigina) non può fare altro che rivolgersi a un’agenzia interinale che gli trova momentanei, precari e faticosi lavori nell’industria della zona, caratterizzati dal freddo, dal buio e dal dolore di un corpo e una mente sempre sull’orlo del collasso («“Il corpo è una tomba per l’anima” / Diceva una massima degli antichi greci / E mi rendo conto che / Anche l’animaè una tomba per i corpi»), tra la cottura di tonnellate di gamberetti e la pulizia dei mattatoi.

Ma c’è anche un’altra differenza, che dà misura degli effetti devastanti del lavoro alla linea di produzione, perché per Ponthus, a differenza di Simone Weil, neanche il sabato e la domenica offrono pace perché in ogni giorno di riposo il pensiero si riversa sul lavoro che presto ricomincerà («È il fine settimana / Non riesco a dormire / A quest’ora sarei alla linea / Mi resterebbero ancora due ore di lavoro / Due ore di lavoro di merda / Di catena / Di linea» e ancora con un’anafora dolorosa «È il fine settimana / Dovrei rigenerare la mia forza lavoro / Cioè / Riposarmi / Dormire / Vivere / Fuori dalla fabbrica / Ma mi consuma / La stronza»), ogni pausa si consuma nel pensiero della sua fine («I tiri di sigaretta diventano più nervosi / Le occhiate ai cellulari più frequenti / Frenetiche / Man mano che il tempo passa / Non lo recuperi più / Via / Bisogna andare») e neanche il sonno, di giorno, quando gli altri vivono, offre requie con il suo affastellarsi di incubi abitati dalle mostruosità del turno («Non una pennichella non una notte senza questi brutti sogni di carcasse / Di animali morti / Che mi cadono addosso / Che mi aggrediscono / Atrocemente» o, poco dopo, «Tutte le notti so che porterò il mattatoio nei miei brutti sogni / Eppure / A spingere i miei quarti di carne da cento chili / Non credo di essere quello da compatire di più»).

Quando nel 2019 il libro uscì in Francia, pubblicato dalla casa editrice Table Ronde, si trattò di un inaspettato successo (Alberto Prunetti nel suo Non è un pranzo di gala racconta un aneddoto secondo il quale Daniel Pennac, fermato per strada da un ammiratore, si allontanasse sventolando il libro di Ponthus e dicendo qualcosa come “Io sono vecchio, dovete leggere Ponthus”) che portò al licenziamento dell’autore da parte dell’agenzia interinale perché, questo pare il sottotesto della decisione, sembra essere proibito parlare del lavoro in fabbrica, anche se non ci sono invenzioni ed è tutto vero, perché il magma che ribolle tra queste pagine è troppo reale, troppo vero per essere letto e conosciuto.

Altrettanto straordinaria in quest’opera, dove la letteratura e l’esistenza si mescolano fino a diventare un unico flusso, è la forma scelta da Ponthus che appartiene tanto al regime della poesia quanto a quello della prosa, con un andamento frammentato che sembra obbedire ai ritmi della linea di produzione, all’obbligatoria cancellazione di ogni tentennamento e di ogni pausa, un testo quindi che si costituisce per sua natura oltrepassando ogni confine di genere perché si basa su un dio ulteriore, sulla necessità del racconto e della testimonianza di una violenza che il corpo e la mente subiscono. Per questo, pur essendo imbevuto di ricercati e mai didascalici riferimenti letterari (da Apollinaire, i cui versi danno il titolo alle varie sezioni, a Blaise Cendrars, richiamato, lui che perse un braccio durante la Prima Guerra Mondiale, per riflettere sugli infortuni sul lavoro, fino al poeta Thierry Metz del Diario di un manovale, opera straordinaria in italiano tradotta dalle Edizioni degli Animali, di cui scrive: «Solo l’essenziale / Questa lingua / Ciò verso cui vorrei tendere»), Alla linea oltrepassa la letteratura e si impone come un’opera assoluta dove la prosa si sgretola e si frammenta per giungere alla natura più profonda di ciò che racconta.

Il titolo suggerisce poi anche una linea di demarcazione netta nella vita di Ponthus perché da una parte c’è il lavoro in fabbrica, ma dall’altra c’è la vita esterna che, nonostante gli strascichi della fatica e del pensiero, sa avere un valore, se non completamente curativo, almeno palliativo. Questo libro unico quindi non è fatto solo di alienazione e solitudine, di vita in fabbrica che, per forza del tempo trascorso lì, può offrire tempo per riflettere e pensare (è l’occasione per pensare a sé stessi, «La fabbrica è un lettino» e «Molto tempo dopo aver smesso l’analisi lacaniana / La fabbrica mi ha sbattuto in faccia le mie ore e ore sul lettino» scrive Ponthus, oppure per pensare a un guarigione, vera o presunta: «è da quando sono entrato in fabbrica che non ho più questi maledetti attacchi di panico / Terribili / Ingovernabili / L’infinito e il suo vuoto che sfondano il cranio»), ma è anche il racconto di ciò che succede fuori dai turni. È infatti anche il resoconto della vittoria quotidiana contro l’abbrutimento e della felicità della resistenza, è la moglie amata con cui assaporare ogni secondo insieme (commoventi per la loro forza evocativa le pagine dell’ultimo capitolo a lei dedicato, miracolo anaforico di tutto ciò che c’è di straordinario nella banalità dell’amore quotidiano), è il cane Pok Pok da portare fuori, stanco morto ma felice, alla fine del turni («Sopraffatto dalla fatica / Quasi mi addormento in piedi appena arrivo / Ma ogni volta rincasando / La gioia e anche più della gioia di saperti dietro la porta»), sono la voce e le parole di Charles Trenet («Il grande Charles “senza il quale saremmo tutti contabili” / come diceva Brel»), è il canto che libera e che fa continuare a esistere: «In fabbrica canti / Cazzo se canti / Canticchi mentalmente / Urli a squarciagola coperto dal rumore delle macchine / Fischietti la stessa melodia ossessionante per due ore / è il più bel passatempo che ci sia / E ti aiuta a resistere / Pensare ad altro / Alle parole dimenticare / E a stare allegro».

Sono proprio la musica e il canto ad assumere un valore decisivo per la resistenza alla linea di montaggio, una riduzione nobile della poesia, che invece non riesce a oltrepassare i cancelli, elementi che «porta[no] gioia in questo cazzo di mattatoio». Quando anche il canto manca, come quando Ponthus sente un’operaia che lamenta lo stress che non lascia il tempo di cantare, il silenzio spalanca la verità del lavoro, la desolazione della solitudine, la schiavitù dalla macchina: «Quei momenti in cui è così indicibile che non hai neanche il tempo di cantare / Solo di vedere la catena che avanza senza fine l’angoscia che sale l’ineluttabile della macchina e dover continuare a tutti i costi la produzione».

Nove giorni e mezzo - Sandra Bonzi

Mi aspettavo un giallo, ma in realtà la parte dell'investigazione subentra dopo un centinaio di pagine.
E' comunque un libro molto piacevole, con una scrittura fresca, avvincente e divertente.