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La scelta - Viveca Sten

Torna in biblioteca la coppia feticcio Nora Linde e Thomas Andreasson, nel romanzo forse più teso e riuscito di Viveca Sten.

Mina è in una situazione pericolosa, bloccata in una relazione tossica con un uomo estremamente violento e con un bambino piccolo a cui pensare: e Andreis Kovač non è un uomo qualsiasi, ma un criminale elusivo e potente che, immigrato dalla Bosnia da bambino, si è fatto strada nella malavita svedese. Mina è però in possesso di prove che potrebbero incastrarlo per evasione fiscale e mettere fine al suo impero illegale, e con questo liberarla da una vita di abusi.

Ma sarà sufficiente?

Mina entra così nel programma di protezione speciale e trova riparo con il suo bimbo in una casa-famiglia su un’isola dell’arcipelago: ma forse nemmeno lì Mina potrà trovare la sicurezza, e tocca a Nora Linde e Thomas Andreasson difenderla dalla ferocia del marito.

Fin dalle prime pagine di questo bel romanzo di Viveca Sten si avverte un forte senso di tensione, quel tipo di tensione che vive con ogni probabilità ogni donna abusata da un marito violento, quella generata dal pensiero che un minimo pretesto – un piatto cucinato male, un oggetto fuori posto, miserabili alibi degli abusanti – possa trasformarsi in un pericolo forse anche mortale.

Ne sono piene le cronache, e la vicenda di Mina non può che toccare nel profondo il lettore: ma la Sten non perde mai di vista la natura del romanzo, che non perde mai di tensione narrativa e, anzi, regala momenti di autentica adrenalina nel tentativo di Nora Linde e Thomas Andreasson non solo di salvare Mia ma anche di mettere dietro le spalle un boss malavitoso di alto livello con lo stesso metodo che mise fine all’impero di Al Capone, con la condanna per reati fiscali.

Il racconto delle vicende di Mia, delle difficoltà per una donna di essere tutelata anche in una società che garantisce un welfare amplissimo, si inserisce però in un ritratto ad ampio respiro che la Sten dedica ad una Svezia in crisi di identità, che ha luoghi idilliaci come Sandhamn – dove la Sten ha creato la serie di grande successo dedicata a Linde e Andreasson – ma ha anche periferie violente, dove la gente fatica ad arrivare a fine mese e deve fare i conti con la piccola e grande criminalità organizzata e l’impatto sia sociale che culturale dell’immigrazione.

Ne esce un ritratto probabilmente più disincantato e realistico di questo grande Paese del Nord, che è lo scenario perfetto per l’ascesa di Andreis Kovač: il racconto dell’infanzia di Kovač è un po’ il racconto della nascita di un criminale, raccontando di un bambino che porta segni indelebili di una guerra, e che in paese di grande risorse vede – nel modo peggiore possibile – una possibilità di affermazione. La guerra ha però eroso i limiti morali, e la violenza è un modo di rapida ascesa in un paese che – in un certo senso – viveva un’utopia socialdemocratica di accoglienza e non aveva maturato gli anticorpi sufficienti per arginare l’avanzata delle nuove mafie.

La scelta è un thriller psicologico intenso, che ha però un ampio respiro nel saper calibrare la vicenda privata di Mia con un racconto di contesto molto complesso e attento: è una storia di solidarietà femminile, di disillusione, di storie criminali più grandi dei protagonisti che le vivono. Il ritmo è tipico del noir nordico, ma la Sten ha dalla sua la sicurezza di chi ha creato una delle serie più amate e solide, quella di I misteri di Sandhamn, arrivata al suo settimo capitolo. Un romanzo che lascia un velo di amarezza e malinconia, ma sicuramente un’ottima prova per Viveca Syen.

Viveca Sten è oggi tra le autrici scandinave di genere di maggior successo internazionale, con milioni di copie vendute in ben cinquanta paesi. Vive a nord di Stoccolma e tutte le volte che può si trasferisce nell’arcipelago, sull’isola di Sandhamn, dove la sua famiglia possiede una casa da generazioni. La scelta fa parte serie dei Misteri di Sandhamn, con protagonisti Thomas Andreasson e Nora Linde, da cui è stata tratta anche una serie tv seguita da ottanta milioni di persone nel mondo.

Heartstopper - Alice Oseman

Questo fumetto tratta tematiche importanti con una naturalezza e delicatezza infinita. Avrei tanto voluto leggerlo da adolescente, mi avrebbe aiutata parecchio. Non vedo l'ora che esca l'ultimo volume!

Fuga dal Campo 14 - Blaine Harden

un pugno nello stomaco, dettagli da togliere il sonno.
una realtà sconosciuta ai più ma che a tutt'oggi esiste nella quale assoluta indifferenza generale.
una testimonianza di come, ancora una volta, le menti possano essere indirizzate verso qualsiasi comportamento, anche i più efferati possono essere fatti passare come normali, addirittura GIUSTI.
da leggere e ricordare quando in particolari momenti si dovrebbe capire che quello che ci viene detto o fatto intendere potrebbe NON essere la cosa giusta da pensare o fare.

Fino alla fine - Helga Flatland

L’infausta diagnosi della malattia terminale di una sessantenne norvegese mette in luce i rapporti complessi tra lei, la figlia e la nipote , con risultati sorprendenti e commoventi: questo è Fino alla fine, romanzo intimamente toccante, opera di Helga Flatland, il cui talento viene riconosciuto, diffuso e pubblicato dalla casa editrice Fazi.

Il libro non è, comunque e tristemente incentrato sulla malattia, quanto invece sugli affetti, sui ricordi, sui vissuti e sull’importanza del passato ma anche del “qui ed ora” poiché incerto è il futuro.
Si tratta di un racconto a due voci, quella di Anne, la madre, ex insegnante, ancora attiva, dedita alla famiglia, al marito Gustav da tempo affetto da malattia neurodegenerativa, ora donna colpita da un male che non perdona e quella della figlia Sigrid, medico attento ai tanti pazienti e madre della diciannovenne Mia e del piccolo Viljar.
Mia, la maggiore, crea qualche difficoltà tra Sigrid e il suo compagno Aslak, anche in virtù del fatto che la ragazza è frutto di una relazione giovanile di sua madre con Jens, l’uomo che Mia frequenta e conosce ma che ha delegato ad Aslak il ruolo paterno. Sigrid è turbata dal rapporto tra la figlia ed il vero padre e questo va ad alterare un equilibrio familiare costruito in anni di vita insieme.
Ma il fulcro emotivo di questo romanzo è la relazione tra Anne e Sigrid, lunga storia plasmata dal rapporto madre-figlia e condizionata dalla malattia sempre più grave di Anne.

Il fatto che Sigrid sia un medico è un altro aspetto affascinante della storia. Essere più consapevole dell’iter della malattia di sua madre e delle pesanti cure cui sarà sottoposta sembra solo aumentare il senso d’incapacità e d’inadeguatezza di Sigrid. Allo stesso tempo, però, quasi a riassumere una vita intera, porta in superficie ricordi dell’ infanzia, quando l’attenzione di sua madre era rivolta a suo padre già malato e non a lei. Ecco i racconti dei compleanni dimenticati, dei pranzi al sacco impreparati e delle uniformi scolastiche non curate che hanno lasciato in Sigrid un sentimento di abbandono, o addirittura di tradimento, che dura da troppo e che lei racconta al compagno Aslak.

- Non ero ribelle – ho detto io. Per essere ribelli, bisogna avere qualcuno a cui valga la pena di opporsi.
Lui ha fatto una faccia rassegnata, la stessa espressione che gli viene ogni volta che dico qualcosa di negativo su mia madre.
- Lo sai che si è dimenticata praticamente di tutti i miei compleanni? - gli ho detto. Se non tutti ne ha dimenticato almeno cinque…
Aslak ha interrotto il nostro dialogo non appena siamo entrati in casa di mia madre. Le è molto affezionato. Le varie volte in cui gli ho spiegato che quando mio padre si è ammalato lei si è chiusa in se stessa – e in lui – Aslak mi ha ascoltata sforzandosi di capire ma è incapace di comprendere quanto siano gravi queste cose.

Il fatto di essersi sentita incompresa è forse il motivo per cui Sigrid investe così tanto del suo tempo professionale in una delle sue pazienti, una giovane donna problematica di nome Frida.
Ma la malattia di Anne è, per lei e per tutti, compresa Sigrid, un fulmine a ciel sereno.

Sono in malattia. Per la prima volta in vita mia, sono in malattia a causa della mia salute, non per quella di Gustav.

Anne ha ricevuto la notizia peggiore di sempre. Ora che vive da sola, ha paura della strada da percorrere , non è più la donna temeraria vissuta a contatto con la natura e ai ritmi della stessa.
Sigrid è assolutamente impreparata a questa notizia traumatica. Come medico di famiglia si occupa della malattia tutti i giorni della settimana, ma ora tocca a sua madre e non è pronta per le tempeste emotive che la attendono. Ripensa alla loro relazione e non riesce a dare un senso al ruolo che ora ci si aspetta da lei. Prima si sentiva in diritto di criticare, di protestare ma ora il destino ha cambiato le carte in tavola e lei poco a poco inizia a ricoprire un ruolo protettivo nei confronti di Anne.
Posto minore, ma non marginale, hanno altri personaggi tra cui Magnus, l’altro figlio di Anne, quello che non aveva mai condiviso il proprio cuore con quello di una compagna ma che mostra affetto e tenerezza innanzitutto verso la madre, ma anche verso Sigrid e la di lei famiglia.

Ecco che, dopo alcuni mesi di sofferenze per la chemioterapia, di paure espresse da Anne riguardo al dolore e alla morte, si palesa l’immagine di una vacanza in Francia. Anne prima è a Parigi, poi viene raggiunta dall’intera famiglia a Nizza.
Ritrovarsi in luoghi diversi di cui poco si conosce non rende più facili i rapporti di famiglia. Ma questo piccolo viaggio, non sempre facile, è quasi un breve traslato di una vita trascorsa insieme quando, a volte, ci si capisce, a volte, non si va d’accordo.

E poi ecco il finale. Semplice, eppure così intenso. Le scene ed i capitoli si fanno più brevi ma ricchi di significato ed emozione.
Esplorare il coraggio in tutte le sue forme - coraggio nelle relazioni, coraggio di dichiarare le proprie paure, coraggio di lasciar andare tutto ciò cui si era legati - questo è ciò che ci racconta Helga Flatland in Fino alla fine che risulta una narrazione molto ben scritta, una storia sorprendentemente umana in cui la malattia si fa cura e guarigione di antiche ferite.

Vola Golondrina - Francesco Guccini, Loriano Macchiavelli

Montefosco, Appennino tosco-emiliano. Alla vigilia delle prime calde elezioni del dopoguerra (fissate per il 18 aprile 1948) lì accadde un fatto strano: per alcune notti si ripeté il fenomeno della motocicletta fantasma, rombante lungo la strada principale col guidatore che cantava una canzone a squarciagola e con accento straniero, finché finì e nella stalla di una casa contadina abbandonata venne trovato barbaramente ucciso un uomo irriconoscibile, accanto a una moto Guzzi GT 17 con sidecar. Il maresciallo Mazzanti non ci capì molto, spiegazioni e protagonisti non furono trovati, non arrivarono seguiti ufficiali. La sera del 18 aprile 1972, il camerata Ardito Richeldi, lì nato nel 1909 e ora tornato per la campagna elettorale dell’arrembante MSI (voto fissato per il 7 maggio), sta bruciando documenti compromettenti, finché non viene interrotto e ucciso con una pistola degli anni Trenta di fabbricazione spagnola. Indagano il maresciallo Talamini e l’appuntato Leonelli e presto si mette di mezzo anche la bella intraprendente reattiva giornalista 25enne dai capelli scuri Penelope Lope Rocchi, nata pure lei lì ma assente da tanto, inviata dal quotidiano nazionale di Bologna per scrivere un articolo di commemorazione. Richeldi era un pessimo elemento, già picchiatore durante il regime fascista, maschilista violento, cattivo accanto ai franchisti durante la guerra di Spagna, fra i protagonisti dell’estrema destra complottista nei primi decenni della Repubblica, ora candidato nelle liste missine, ma inviso anche a parte dei suoi in quanto arrivista e traffichino, coinvolto in uno scandalo connesso a ricchi illeciti della massoneria e al finanziamento di gruppi neofascisti. Lope ritrova tante conoscenze, in particolare Gambetta detto Bakunin, anarchico titolare dell’officina per auto e moto che su Richeldi potrebbe farle capire molto…

A oltre venticinque anni dalla loro prima collaborazione letteraria gialla (un “romanzo di santi e delinquenti”, gennaio 1997) Francesco Guccini (Modena, 1940) e Loriano Macchiavelli (Bologna, 1934) continuano a sfornare curate coinvolgenti ottime narrazioni di alto artigianato artistico. La decima prova congiunta (oltre a varie riedizioni e a una raccolta di racconti) è sempre prevalentemente ambientata nelle splendide montagne del loro buen retiro. La narrazione è in terza varia, continui andirivieni con Bologna e nei tempi storici, comprese varie città spagnole nel 1936-1937. Si tratta di trentotto godibili capitoli ben congegnati (loro scrivono in genere a corrente alternata con reciproche correzioni e integrazioni), come al solito con l’elenco dei personaggi all’inizio (da giallo classico) e sottotitoli riassuntivi in corsivo (da romanzo classico). La tela della trama va dai pezzi grossi del Movimento Sociale ai Servizi segreti, alla Magistratura, alla Massoneria e ai faccendieri trafficanti di armi. George Orwell lo trovate in esergo e in alcuni brani sulla Catalogna fine anni Trenta, incisi in corsivo nel testo. A marzo 1937 i due militanti delle Brigate internazionali alloggiarono da Golondrina nell’antico Barrio Gótico di Barcellona e conobbero la meravigliosa basca Ignacia Esteban, Golondrina per i compagni (da cui il titolo). Forse la figlia della figlia potrebbe essere ancora in giro, da verificare con ardore. Vi si collegò anche una canzona, vera colonna sonora del romanzo con il contributo dell’imperituro Juan Carlos “Flaco” Biondini. Segnalo che il maresciallo Talamini seguiva il radiodramma poliziesco di Ezio D’Errico, a pag. 146. Vini vari, sangria, grappa e, soprattutto, in trattoria bolognese, un digestivo della casa chiamato maliziosamente “L’Antiruggine”, miscela infernale di alcuni imprecisati liquori. Da non perdere.

Giorni e notti fatti di piccole cose - Tishani Doshi

(tratto da elle.com)

Tornata in India dagli Stati Uniti per la cremazione della madre, Grace trova ad attenderla un’eredità inaspettata: una casa sulla spiaggia e Lucia, una sorella con la sindrome di Down di cui ignorava l’esistenza. Inizia così Giorni e notti fatti di piccole cose (traduzione di Silvia Rota Sperti, Feltrinelli, euro 17,50) di Tishani Doshi, autrice indiana (di madre è gallese) che quest’anno è stata invitata al Festivaletteratura di Mantova, dove l'abbiamo incontrata.

Grace è un personaggio complesso: suo padre è italiano, sua madre indiana, lei ha vissuto negli Stati Uniti (dove si è sposata) ma sceglie di tornare in India. «Non conosco la serenità dell’essere nata in un posto e considerarlo mio», dice. Da dove arriva questa irrequietezza?

Penso che molti possano identificarsi con lei perché oggi la migrazione è un fenomeno gigantesco: c’è chi si muove per scelta, chi per motivi economici o politici. L’appartenenza a un unico luogo è una condizione idealizzata che in realtà riguarda pochissime persone. Grace vorrebbe fortemente sentirsi parte di qualcosa, ma allo stesso tempo desidera sempre essere altrove. La sua sfida è quella di capire come può crearsi un suo mondo là dove si trova. Sentirsi a casa è una questione geografica? Dipende da dove riceviamo nutrimento interiore? Da dove si trova la nostra famiglia? E se questa manca, a chi o cosa possiamo appoggiarci? Se pensiamo agli aborigeni australiani e ai nativi americani, cacciati dalle loro terre, ci appare chiaro come chiunque oggi, da quelle stesse terre, dica: “Questa è casa nostra, gli stranieri non sono i benvenuti” stia affermando una fesseria. Quindi, cosa significa essere sradicati e cosa può farci sentire radicati?

Parlava di nutrimento interiore. È quello che Grace cerca per sé o quello che offre a Lucia?

Entrambi: quando ti prendi cura di qualcuno, quella cura ti torna indietro. Occuparsi di un bambino, di un anziano, sebbene a volte possa sembrare una prigione, è un gesto che nutre. Con il Covid la questione della cura è emersa fortemente e l’Italia ha risposto in maniera straordinaria: un Paese considerato refrattario alle regole, le ha rispettate mostrando un grande senso della comunità e della famiglia. Negli Stati Uniti, dove regna l’individualismo, non è successo. E nemmeno in India, dove si pensa alla propria famiglia ma c’è scarso interesse per il resto della società. L’atto di nutrire e accudire amplifica l’idea di amore. E non si tratta di una prerogativa femminile. Anche se a volte è difficile e mette in pericolo la nostra libertà, è importante pensare oltre noi stessi: la nostra felicità è connessa a quella del resto del mondo.

Suo marito è italiano, così come il padre di Grace. E anche lei hai un fratello con la sindrome di Down. In che modo elementi della sua vita sono entrati nel romanzo?

Scrivo di ciò che conosco e mi sta a cuore: l’Italia è da dieci anni parte della mia vita, quindi entra inevitabilmente nella mia scrittura. Così come la disabilità. Margareth Atwood ha detto che affinché l’omino di pan di zenzero prenda vita (come succede in un noto racconto popolare statunitense, ndr), occorre che in lui ci sia una goccia di sangue. Le spiagge, i cani, il paesaggio del sud dell’India che descrivo: niente è immaginato. Mi piace stare con i piedi nel fango della vita, ma non mi interessa dipingere una natura morta: voglio andare oltre e quell’oltre è la fiction, dove agisce l’immaginazione. Anche se il suo ruolo non sempre è prevedibile. Il mio povero marito, essendo veneto come il padre di Grace, deve continuamente specificare di non essere lui. E in effetti quel personaggio è nato per caso, in un hotel indiano, da un incontro di cinque minuti con un signore che era sempre triste. Solitamente quando incontri uno straniero in India, è contento di essere lì. Lui no. Ho pensato che questa sua esperienza era interessante. Perché capita che si detesti un luogo ma si sia costretti a restarci, magari per lavoro. Insomma, in qualunque cosa si scriva, anche se è fantascienza, si mette un pezzetto di sé: è la goccia di sangue di cui parla Atwood.

«C’è così tanta bellezza qui, ma sempre con un sottofondo di decadenza», afferma Grace parlando della casa che ha ereditato. E poi: «Ero preparata alla bruttezza perché è ciò che cresce in India». Queste due frasi rivelano i sentimenti contraddittori che prova nei confronti del suo Paese…

In ogni luogo bruttezza e bellezza convivono. Nel mio libro la bellezza è prevalentemente nella natura, nel mare, in quei momenti di grazia che ti rendono felice di essere in vita. La bruttezza è creata dagli uomini: in India il progresso rapido e fuori controllo sta rovinando il paesaggio, l’ambiente. La bellezza è fondamentale nella vita: senza, cosa rimane? Di fronte alle tante cose orribili che possono capitarci, è l’unico riparo. Non è superflua, ma essenziale.

Le contraddizioni dell’India ispirano le sue storie?

Le contraddizioni fanno parte della vita. Gli esseri umani possono essere orribili e crudeli ma, al tempo stesso, capaci di esprimere tenerezza e creare bellezza. Siamo una specie violenta: sarebbe più onesto da parte nostra non negarlo e cercare di capire da dove arriva, per poterci convivere. Io scrivo a partire dal contesto indiano, dove queste contraddizioni sono visibili e occorre essere totalmente privo di sensibilità per non vederle. Ma esistono ovunque.

La condizione delle donne in India è un tema a lei caro: ce ne parla?

A guardare i numeri si potrebbe dire da una parte che le cose non sono mai andate così bene; dall’altra che siamo ancora molto molto indietro. Il numero di donne che ha studiato, lavora e ha potere economico è cresciuto; ma la società è ancora profondamente patriarcale. Occorre una rivoluzione. Dobbiamo assumere l’idea di una lotta femminista intersezionale: parlare di caste, religione, disuguaglianza sociale. La questione è complicata e la battaglia sarà lunga, ma la cosa positiva è che i social media hanno democratizzato il dibattito e l’accesso alle informazioni. Inoltre, l’età media è di 26 anni e i giovani sono attivi e impegnati come non mai. C’è molto fermento. Ma anche molta rabbia e resistenza da parte del sistema patriarcale: nessuno vuole perdere potere.

Sua madre è del Galles: lei si sente parzialmente europea?

Per me l’Europa ha sempre rappresentato un’idea di bellezza e libertà. La Brexit mi ha devastato. Ora sto cercando di prendere il passaporto italiano: voglio continuare a sentirmi parte dell’Europa!

Le strane storie di Fukiage - Banana Yoshimoto

I romanzi di Banana Yoshimoto sono curiosi. I romanzi di Banana Yoshimoto sono vicini ai lettori. I romanzi di Banana Yoshimoto sono intimi e personali, ma riguardano tutti noi, e Le strane storie di Fukiage è uno di questi.

Se cercate un libro consolatorio, come spesso la letteratura giapponese sa essere, versandoci con un sorriso gentile una tazza di tè fumante a ogni capitolo, forse la storia di Mimi e Kodachi non è quella che state cercando. Ma forse anche sì.

Ci troviamo a Fukiage, un luogo particolare, un'isola remota circondata dal mare e dalle montagne. Ed è proprio da essa che inizia una storia misteriosa, quella di Mimi e Kodachi, due sorelle gemelle che lì sono cresciute, ma che da lì se ne sono andate.

"Parlare di Fukiage vuol dire richiamare alla mente brutti ricordi della mia famiglia, perciò finora ho sempre cercato di ritardare questo momento, e anche con mia sorella, che se n’è andata insieme a me, non sono mai riuscita a parlarne"

La loro vita non è andata come avrebbe dovuto. Le due sorelle, infatti, sono state allevate da una coppia di amici dei genitori, perché, a causa di un incidente, il padre è morto e la madre è entrata in un coma dal quale ancora non si è svegliata. E leggendo il flusso continuo del testo senza capitoli, sembra quasi che questo torpore pervada l'intero romanzo con la sua nebbia.

Le strane storie di Fukiage non inizia con l'impatto mortale dell'automobile e la soglia dell'incoscienza, ma con la sparizione di Kodachi. Banana Yoshimoto ci aveva già abituati a racconti di problemi giovanili e alla morte e con il suo ultimo romanzo non si allontana dal tracciato.

Il suo linguaggio semplice, a tratti ingenuo e perché ingenuo così sincero, descrive situazioni insolite nella cultura giapponese e tutte le lotte emotive che queste si portano dietro.

Di Kodachi non si hanno più notizie da una settimana. È tornata a Fukiage da sola ed è lì che è scomparsa. Nella nostra mente scorrono le parole di Mimi, i suoi pensieri che cercano di trovare forma in una storia che forma non ha e non può avere. Le strane storie di Fukiage è un romanzo che si comporta un po' come l'acqua: prende il profilo di chi ha di fronte.

Leggere Banana Yoshimoto è sempre un modo per intraprendere un viaggio. Con Mimi affrontiamo uno dei romanzi più emozionanti e misteriosi della scrittrice, un libro che tra magia e leggende si modella in base al lettore che lo sta sfogliando. Prende la forma delle sorelle della Casa dell'arcobaleno o quella degli occhi del guardiano. E se la lettura diventasse come quella strana creatura al cimitero, o peggio, se sparisse come Kodachi?

"Sono solo addormentata. Mi trovi nel mondo dei sogni"

Le strane storie di Fukiage è la storia di un viaggio all'interno di se stessi, un viaggio alla ricerca di quel portale che da Fukiage stessa conduce a un altro mondo. Ma la domanda sorge spontanea: è un universo fatto di magia quello che esploriamo o è il microcosmo dei desideri, dell'amore e di tutte le paure che possiamo provare in una vita?

Banana Yoshimoto ce l'ha fatta ancora una volta, ha scritto un altro libro che parla di noi e della forma che assumiamo plasmandoci nelle sue pagine informi e scorrevoli come l'acqua. Tra le parole di desideri proibiti e sofferti, che si ha paura solo a pensarli, tra il terrore di amare ed essere amati e l'amore stesso che ha legato a sé la perdita, l'autrice ci racconta una storia semplice e complessa, come fotografie di piccoli fiori bianchi sulla strada.

"Volevo solo capire fino a che punto il suo cuore possiede l’elasticità necessaria ad accogliere l’ignoto".

I folgorati - Susanna Bissoli

I folgorati sopravvivono, i fulminati soccombono. L’ultimo romanzo della veronese Susanna Bissoli, edito da Einaudi e in prima presentazione alla Libreria Pagina 12 la scorsa settimana, si intitola appunto I folgorati,

Persone che attraversano un dolore, una malattia, un lutto e poi non sono più le stesse, sembra suggerire l’autrice in questo libro in cui raccoglie, con tratto leggero, tante svariate storie legate dal fil rouge del desiderio e dal bisogno di scrivere.

Perché anche la scrittura, qui passata geneticamente di padre in figlia, è una storia che nasce, richiede cura, silenzio, dedizione, talvolta impone anche di andare altrove per realizzarsi.

Bissoli debutta nel 2009 con Caterina sulla soglia, finalista al Premio di Fahrenheit-Radio 3 per il Libro dell’anno, poi sempre con Terre di Mezzo pubblica nel 2011 il romanzo Le parole che cambiano tutto e di testi teatrali. Da circa vent’anni si occupa di narrazione orale anche in ambito di mediazione culturale.

Lontano dall’essere un memoir o autofiction, I folgorati racchiude e trasfigura esperienze reali di dieci anni condensandole in solo anno, insieme a storie del territorio, memorie familiari, scorci di vita domestica, timidi tentativi d’affetto e molto altro.

Vera, la protagonista, si destreggia come può tra le sue necessarie dosi di chemioterapia e delle relazioni parentali apparentemente sfilacciate.

Il quadro comprende un padre burbero appesantito dagli acciacchi, la sorella dotata di energia e senso pratico, e non meno di voglia di fuggire e darsi una seconda chance di felicità, un compagno non completamente affidabile e Alice, la nipotina adolescente.

Non mancano due conigli, uno bianco e uno nero, che compaiono e scompaiono a dare una pennellata quasi surreale con ironici richiami letterari.

Bissoli, vicina al linguaggio teatrale, che pratica da anni, ci regala lunghi dialoghi, con colorite frasi in dialetto veneto, e battibecchi quotidiani che restituiscono il senso delle azioni e dei legami tra i personaggi.

Tra loro campeggiano i ricordi infantili o giovanili, magari scatenati da una fotografia ingiallita che cristallizza momenti dimenticati, e poi l’idea della madre, scomparsa da alcuni anni con la sua voglia di altrove.

Senza particolare enfasi, né tristezza, circola lieve per tutto il romanzo una domanda: sono le storie a salvarci o siamo noi a salvare le storie?

Come quella della santa, una giovane donna che, sul finire degli anni Quaranta, aveva attirato una folla di quindicimila persone fuori dalla sua casa perché asseriva di aver avuto un messaggio, direttamente dalla Madonna, circa la sua data certa di morte.

L’infausto evento non si verificò e la santa, come veniva ormai chiamata da paesani vicini e lontani, cadde nel dimenticatoio, ma Vera vuole assolutamente ricostruirne la vicenda e comincia una ricerca a partire dalle fonti giornalistiche.

O come la storia di “Un uomo fortunato” che il padre di Vera ha scritto, dopo la morte della moglie, su decine di quaderni, trovando nello scrivere piacere e consolazione. Con una grafia panciuta e ordinata, senza punti né virgole, un flusso di pensiero in cui soltanto Vera sa orientarsi perché riconosce la sua voce.

“Ed eccoli lì, divisi in due pile ordinate. Saranno almeno una cinquantina. Ne prendo una fila e me la poso in grembo: pesa. Questo è tempo. Una montagna di tempo. E disciplina. E ispirazione anche, penso con un filo di invidia”.

Vera ha promesso al padre di riscrivere tutto al computer, ci prova, prima con lui, in una ritrovata e sorprendente vicinanza, che sembra ricucire gli strappi del passato, ma poi la vita di tutti prende un altro corso.

La scrittura di Bissoli sottolinea con garbo la complessità che si cela dietro le parole più semplici, nel volgersi dei giorni, in mezzo a partenze e ricoveri ospedalieri e fa emergere una riflessione sul tempo e i segni che lascia.

«Come se desfa, el mondo» il commento del padre di Vera.

La pasticciera di mezzanotte - Desy Icardi

Cerchiamo tutti un senso da dare all’esistenza – che fatica – ma nel frattempo ci tocca gestirne un altro: quello di colpa. Ci insegue ovunque, ci distrae soprattutto dagli unici che contano: i cinque sensi. Ma se c’è un momento in cui le colpe svaniscono (e tutto torna) è quando la letteratura fa il suo dovere. Accade con i libri di Desy Icardi, torinese, 48 anni, ideatrice di un’intensa pentalogia in cui ogni romanzo celebra un senso proprio mentre lei, nel frattempo, ne ha perso uno. Icardi è ipovedente e la causa si chiama malattia di Stargardt. Ne La pasticciera di mezzanotte (Fazi), il ciclo si conclude dando spazio al gusto, il senso che qui diventa chiave di felicità.

Siamo in piena Prima Guerra Mondiale e Torino è teatro di tumulti: il protagonista, un avvocato scampato alla leva per il suo fisico gracile, ritrova Jolanda, una bella aristocratica che la madre avrebbe voluto sposasse. Ma ora tutto è cambiato tranne il talento di Jolanda in cucina. In passato lo aveva nascosto, ora invece lo esibisce: se per molti mangiare serve solo a rifocillarsi, per altri no. «È nel sapore», si legge «che si celano tesori ben più preziosi della mera sopravvivenza».

Per Jolanda cucinare diventa un modo per scoprire una parte di sé e fare pace col passato. E per lei?
Il sapore, come la lettura, è un ponte col passato. Amo certi cibi della tradizione perché ritrovo il sapore della mia infanzia. Sono però anche appassionata di cucina indiana e adoro i dolci. La mia torta preferita è la “red velvet” e davanti alle meringhe perdo il controllo.

Il protagonista, l’avvocato e lettore Edmondo Ferro, ha cento anni e vuol viverne altri tre per poter scrivere sulla lapide, sotto al suo nome, “un secolo di lettura”.
Ho scelto un anziano per esprimere l’amore per i libri: lui, come la lettura, rappresenta la continuità con ciò che è già stato. Anche quando leggiamo un romanzo contemporaneo ci spostiamo nel passato, a quando il libro è stato scritto.

La città è travolta dalla rivolta del pane del 1917, un evento che l’Italia insabbierà nonostante i 50 morti. In quei giorni Ferro affianca le dame di carità in una mensa per poveri e lì incontra Jolanda. A uscirne vittoriose in questa storia sembrano le donne.
La Prima Guerra Mondiale è stata decisiva per l’emancipazione femminile: le domestiche lasciarono le case borghesi nelle quali lavoravano senza prospettiva, per sostituire gli uomini nelle fabbriche. Gli uffici si popolarono di impiegate e furono persino assunte tranviere e postine. Alla fine della guerra molte perdettero il lavoro restituendolo agli uomini tornati dal fronte, ma per le donne iniziò una nuova era. La storia dell’emancipazione femminile è caratterizzata da passi in avanti e brusche frenate. I tristi fatti di cronaca di oggi sono la conferma: nonostante tanta strada sia stata fatta è impossibile abbassare la guardia.

Cosa rappresenta Jolanda con i suoi fantasmi e il suo talento represso?
È una vittima del suo tempo che le impone il ruolo della donna benestante per la quale cucinare è un’attività inappropriata. Jolanda è apparentemente privilegiata ma nella realtà non ha mai potuto scegliere per se stessa.

Torino e il ‘900 sono sempre presenti nella pentalogia, perché?
Osservo la città in cui vivo con curiosità perché è enigmatica, razionale e anche bizzarra, ma soprattutto sa essere accogliente: è un’ottima padrona di casa, pronta a raccontare le sue storie e ad ascoltarne di nuove. Quella del ‘900 è stata una scelta dettata dalla memoria dei racconti di parenti e amici che hanno segnato la mia crescita.

«Tornarono insieme, ma non vissero per sempre felici e contenti. Diciamo che vissero tra alti e bassi l’una al fianco dell’altro come milioni di altre coppie…» si legge. Ogni storia alla fine si rivela sempre una storia d’amore. Cos’è l’amore per lei?
La chiave di lettura dell’amore si trova proprio in questo libro: è l’amore che lega scrittore e lettore. Che qui è tra Edmondo Ferro, nell’inedita veste di scrittore, e la sua silenziosa domestica Marianna, colei che per prima legge i suoi esperimenti letterari. Il loro è un amore autentico, disinteressato. Quando leggo un romanzo ed entro in connessione col suo autore è come se trovassi la mia anima gemella nel senso più puro del termine. Chiusi i libri, nella vita di tutti i giorni, i miei punti di riferimento sono il mio compagno, mia madre e alcune care amiche.

La pentalogia come nasce?
Ho sempre inteso la lettura come un’esperienza multisensoriale. Amo le storie che mi fanno percepire i profumi, le consistenze, i sapori e i suoni. Sarò sempre grata al primo, L’annusatrice di libri, per avermi regalato l’attenzione dei lettori ma dei cinque il mio preferito resta La biblioteca dei sussurri. Tratta il senso più importante e sottovalutato dal punto di vista sociale, ovvero l’udito. Io per prima non lo coltivo a dovere. Una buona capacità d’ascolto è la chiave per rendere la vita più interessante e meno complicata.

Quanto ha influito la sua malattia nella scrittura?
Mi ha costretta a ragionare sulla sensorialità, ovvio. Il mondo è progettato per chi ha tutti e cinque i sensi in “buono stato”. Basti pensare ai cartelli sulle pensiline degli autobus, visibili da chi ha una vista nella media. La vita con un senso compromesso costringe ad attuare strategie alternative, attivare il pensiero laterale e diventare più creativi. Sotto questo aspetto la disabilità può diventare ricchezza, anche se farei volentieri a meno di salire sul bus sbagliato o dare nasate nelle vetrate. La prendo con ironia, e non dimentico di mettere i cerotti in borsetta.

25 - Bernardo Zannoni

In una piccola cittadina di mare, non meglio identificata, Gero e i suoi amici si confrontano con la fase di transizione fra la giovinezza e l’età adulta, individuata proprio a cavallo dei venticinque anni del protagonista, in una narrazione che esula tuttavia dai tradizionali canoni del romanzo di formazione e tocca i punti nevralgici e più delicati di questo limbo esistenziale.

La generazione di cui Gero si fa rappresentante emblematico è la stessa dell’autore classe 1995 e, sebbene condivida difficoltà dei giovani di qualsiasi epoca contemporanea, viene tratteggiata nella peculiare ed endemica insicurezza e nel senso di disorientamento nei confronti della realtà che attanaglia proprio i ventenni di questi anni.

L’universo umano rappresentato mediante un intreccio denso e serrato riesce a toccare e mettere in scena un vasto campionario di personaggi, ciascuno dei quali reagisce alla propria condizione di naufrago sociale in maniera diversa, provando ora a silenziare, con un’esistenza ignava, la paura e l’angoscia di non farcela, ora a fuggire, anche mediante azioni drammatiche.

Il mondo che circonda Gero e che lui vorrebbe forse rimanesse letargico, nel breve arco temporale della narrazione si ritrova improvvisamente sconvolto da eventi che non possono che portare il venticinquenne a cercare di difendersi e affrontare la realtà, con attiva curiosità e meraviglia.

La quotidianità del protagonista è scandita dalla routine smunta e rassicurante di luoghi e amicizie di vecchia data. Nulla sembra riuscire a smuoverlo dalla sua condizione di passività, al punto da preferire rimanere al buio piuttosto che scoprire la causa del black-out della casa in cui vive, una vecchia villa ormai in rovina ereditata dal nonno.

In un panorama così desolante risalta la figura della Zia Clotilde, anziana e obesa, che prova, come può, a prendersi cura del nipote, aiutandolo nelle incombenze pratiche ma soprattutto spronandolo a risvegliare la fame di vita e a coltivare i suoi sogni, ormai annebbiati, di fotografo.

Il buio in cui Gero si ritrova metaforicamente ma anche letteralmente nella sua casa è solo la prima manifestazione dell’uragano che in una settimana sconvolgerà la sua vita: il tentativo di suicidio di Tommy, uno dei suoi più cari amici, la scomparsa improvvisa e misteriosa di Martin, il compagno di Betta, una sua condomina incinta, il pericolo di un guaio giudiziario sono alcune delle sfide che la vita metterà di fronte a un ragazzo di ventiquattro anni che non è abituato a vivere e tantomeno ad affrontare la vita.

Come Gero, gli amici e i coetanei che lo circondano si ritrovano paralizzati di fronte alla prospettiva del tempo. Hanno tutti paura di guardare al futuro, perché il futuro sembra non essere fatto per nessuno di loro e pertanto risulta irraggiungibile, spaventoso.

25 fotografa allora una generazione che oggi più che mai si sente pietrificata dalla percezione di non appartenenza al mondo, dall’impressione di trovarsi in un vuoto cosmico in cui solo l’espletarsi del “punto di rottura”, cioè di un evento esterno che sparigli le carte in tavola, potrebbe mettere in moto l’esistenza.

Con la seconda opera Zannoni si confronta dunque con un realismo lirico in cui trovano spazio anche alcune incursioni new weird: il mondo umano narrato viene presentato per assiomi e analogie, i personaggi e le vicende descritte, lungi dal volere avere pretese di denuncia sociale, rimangono imbrigliate in un’aura simbolica, eterea, ergendosi a rappresentanti di un universo psicologico drammatico.

Questa atmosfera narrativa rappresenta, insieme allo stile fortemente autoriale e alla lingua dalla sapienza a tratti abbagliante, un elemento di evidente continuità rispetto a I miei stupidi intenti, per quanto apparentemente i due libri possano sembrare molto distanti tra loro. Ed è proprio questa capacità di mantenere una coerenza costitutiva nella scrittura, pur confrontandosi con generi così diversi, che conferma Zannoni, due anni dopo il suo esordio, una delle giovani penne più affascinanti del panorama italiano.

Quando eravamo i padroni del mondo - Aldo Cazzullo

Roma non è mai caduta: L’impero romano non è mai caduto davvero, né mai cadrà. Ha continuato a vivere nelle menti, nelle parole, nei simboli degli imperi venuti dopo.

Noi italiani non siamo i discendenti diretti degli antichi romani: ci siamo mescolati con molti altri popoli, dai barbari agli arabi. Ma dei romani possiamo rivendicare l’eredità. Non soltanto abitiamo la stessa terra, viviamo nelle città da loro fondate, percorriamo strade da loro tracciate; Roma vive nella nostra lingua, nei nostri palazzi, nei nostri pensieri. Nel nostro modo di parlare, di costruire, di pensare, qualcosa dell’antica Roma è rimasto. E se oggi siamo cristiani, è perché Roma diventò cristiana.

Roma ha ispirato i romanzi, i fumetti, i film che abbiamo visto da ragazzi: da Quo Vadis ad Asterix a Ben Hur (molto prima del Gladiatore). Nessuna epoca storica ha influenzato così tanto le generazioni successive; anche perché gli anni della fondazione dell’impero sono gli stessi di un altro evento che ha cambiato la storia dell’uomo, la nascita e la crocifissione di Gesù.
Lo stile dell’antica Roma non è mai morto, e periodicamente risorge nella storia. Dal Rinascimento al Neoclassicismo, da Palladio fino a Canova, alcuni tra i più grandi artisti dell’Occidente hanno disegnato, dipinto, scolpito come facevano – o pensavano che facessero – gli antichi romani.

Tutti gli imperatori della storia si sono sentiti il nuovo Cesare, e tutti i rivoluzionari della storia si sono sentiti il nuovo Spartaco. Ogni impero della storia si è creduto e si è presentato come l’erede dei romani. Bisanzio. Mosca: la “Terza Roma”. Il Sacro Romano Impero di Carlo Magno. L’impero austroungarico e quello tedesco, che del Sacro Romano Impero si proclamarono continuatori. E poi l’impero britannico, che teneva l’India con un pugno di soldati quasi tutti indiani, così come Roma teneva a
bada i barbari con eserciti composti e comandati da barbari, che spesso potevano mantenere il loro grido di guerra.
Napoleone adorava Cesare, scrisse un libro su di lui, e non volle farsi incoronare re dei francesi, bensì imperatore.
L’impero americano, proprio come quello romano, si è costruito stringendo alleanze e patti diversi con diversi popoli, e considerando l’influenza militare e culturale più importante dell’occupazione dei territori; poiché il vero potere non è quello sulla terra ma quello sulle anime, oltre che sull’economia.

Non a caso, oggi anche gli imperatori digitali – in modo dichiarato Mark Zuckerberg ed Elon Musk, ma non soltanto loro – guardano agli imperatori romani: i primi che si trovarono a governare immense comunità di persone che non si sarebbero mai incontrate fisicamente, parlavano lingue diverse, pregavano diverse divinità, ma nascevano, vivevano e morivano sotto lo stesso cesare; e quindi avevano bisogno di riconoscersi negli stessi volti, nelle stesse storie, nelle stesse idee.
Perché si poteva diventare romani qualunque fosse la propria origine, qualunque fosse il colore della propria pelle, qualunque fosse il proprio dio. E si poteva diventare romani restando ispanici, galli, traci, siriani, greci, egiziani, nubiani… Le questioni che Roma dovette affrontare – i flussi migratori, l’integrazione degli stranieri, lo stato di guerra permanente – sono le stesse che noi dobbiamo affrontare. E va ricordato che i romani, per quanto intimamente convinti della propria superiorità, non erano razzisti; tranne che con i goti, presi in giro perché troppo alti e troppo biondi.

Quello che oggi chiamiamo Occidente è una costruzione eretta sulle fondamenta dell’antica Roma.

In tutto l’Occidente, la lingua della politica e del potere è la stessa che si parlava a Roma due millenni fa. Imperatore e popolo sono parole latine. Come dominio e libertà. Dittatore e cittadino. Legge e ordine (sia pure in un’accezione diversa). Re e giustizia. Eroe e traditore. Cliente e patrono.
Candidato ed eletto. Autorità e dignità. Patrizi e plebei. Potenti e proletari. Pretore e principe. Ira e clemenza. Infamia e onore. Congiura e sedizione.

Colonia è una parola romana, come trattato, come società, come suffragio, da cui presero il nome le donne che si batterono per il diritto di voto, le suffragette. Il Palazzo trae origine dal Palatino, il colle di Roma su cui sorgeva la reggia.
Il fascismo prende il nome e il simbolo dai fasci portati dai littori: bastoni legati a una scure, a simboleggiare il potere di vita e di morte. Anche socialismo e comunismo discendono da parole latine: societas e communio. La stessa parola presidente viene dal latino “praesidere”, presiedere. Gladiatori erano i volontari che nei piani della Cia avrebbero dovuto resistere all’invasione sovietica; oggi sui gladiatori, quelli veri, si continuano a fare grandi film.
E molti leader, pur di garantirsi il “consensus”, si fanno “propaganda” e continuano a distribuire “panem et circenses”, espressione coniata da uno dei padri della satira, Giovenale.

Gli Stati Uniti, la Francia, la Spagna, oltre ovviamente all’Italia oggi hanno il Senato, come l’antica Roma. Zar e Kaiser derivano da Cesare, e quindi ogni imperatore si è sentito discendente del vero fondatore dell’impero romano. Ma questo vale un po’ anche per molti presidenti degli Stati Uniti d’America. «Civis Romanus sum», sono un cittadino romano, ripeté John Kennedy. Molti leader americani hanno sentito di avere in comune con i romani il “destino manifesto” di reggere e governare il mondo. E il simbolo del potere dell’America è lo stesso di quello di Roma: l’aquila.

Poi certo non tutti e non sempre hanno nostalgia del dominio romano. Sia i francesi, sia i tedeschi, sia gli inglesi hanno eretto nell’Ottocento statue talora gigantesche ai grandi nemici di Roma, trasformati in eroi nazionali: Vercingetorige è onorato sulla cima del monte Auxois, dove sorgeva la fortezza di Alesia, il luogo della sua ultima disperata resistenza; un Arminio di ferro e rame, alto quasi trenta metri, veglia nella foresta di Teutoburgo, dove Arminio quello vero fece strage dei legionari di Augusto; e la regina ribelle, l’eroica Boadicea, con le sue figlie benedice Londra dal ponte di Westminster. Eppure i francesi, i tedeschi, gli inglesi non sarebbero quelli che sono, senza Roma.

Anche la lingua della religione nasce nella città eterna. Fede, religione, pontefice sono parole latine. Come credere. Come dio (dal greco Zeus). Come, per venire al linguaggio della guerra, arma, esercito, militare, generale, soldato (da solidarius: colui che riceve una paga). E sono parole latine anche concordia, amicizia, amore, famiglia, matrimonio; anche se la sposa non si vestiva di bianco, ma di giallo.
Molte città italiane hanno nomi romani, perché dai romani furono fondate. Aosta evoca Augusto, Torino la tribù dei taurini, Mediolanum è la città che sta in mezzo, Cividale del Friuli il Foro di Giulio Cesare, Firenze la città del fiore…

Ovviamente, non è solo questione di parole. Dietro le parole ci sono le cose. Chi in ogni epoca della storia si è trovato a governare vasti territori e a influenzare diversi popoli ha visto nell’impero romano un modello. Le leggi. Le strade.

Il calendario: in tutte le lingue dell’Occidente sono latini i nomi dei giorni (tranne il sabato, che viene dall’ebraico) e dei mesi, da gennaio a dicembre; e milioni di persone nascono e muoiono nei mesi che hanno preso il nome da Giulio Cesare – luglio – e da Ottaviano Augusto, ovviamente agosto. E poi la strategia militare. L’arte di dividere e comandare; ma anche l’arte di includere gli stranieri, di accogliere gli immigrati, di creare nuovi cittadini. La capacità di rispettare usanze e divinità locali, ma anche di mettere in comune un’idea di giustizia e di civiltà; sia pure a costo di tanta sofferenza, di crudeltà, di quel sangue di cui sono lastricate le vie della storia.

Il sorriso di Caterina - Carlo Vecce

Era circassa, ed era una schiava.

Carlo Vecce firma, per Giunti Editore, una biografia romanzata di Caterina, madre di Leonardo da Vinci. Un racconto affascinante e avvolgente, che nasce dalla scoperta di importanti documenti inediti. Testi che fanno luce e segnano un punto e a capo sull’origine di Leonardo, nel contesto di un dibattito stratificato e complesso.

Una palude alla foce del fiume Don, sul Mar d’Azov. Un mattino di luglio. Una ragazza viene trascinata via dalla sua terra, ridotta in schiavitù, venduta e rivenduta come una cosa da trafficanti di esseri umani. Quando arriva nel nostro paese, è al gradino più basso della scala sociale e umana, senza voce né dignità. Le hanno rubato tutto, il corpo, i sogni, il futuro, ma lei sarà più forte: soffrirà, lotterà, amerà, donerà la vita, riconquisterà la sua libertà.

Sembra una storia di oggi, non di un passato lontano e favoloso. È questo che ha sconvolto Carlo Vecce, ricercatore, studioso conosciuto e affermato della vita e dell’opera di Leonardo. Un giorno, un documento nuovo lo ha costretto a tornare sulle tracce di Caterina madre di Leonardo, e a guardare le cose in un modo completamente diverso. A poco a poco, da altri documenti e manoscritti, sono emersi segni di esistenze dimenticate, di vite che si sono intrecciate tra loro, con la forza del caso o del destino. Persone reali, non personaggi di finzione. Avventurieri, prostitute, pirati, schiave, cavalieri, gentildonne, contadini, soldati, notai. A ritroso, le loro storie risalgono da Vinci a Firenze, da Venezia a Costantinopoli, dal Mar Nero agli altopiani selvaggi del Caucaso.

Leonardo, si sa, è figlio naturale di un giovane notaio fiorentino, Piero, e di una donna chiamata Caterina. Di lei si ignorava quasi tutto, se non che viene sposata a un oscuro contadino di Vinci, poco dopo la nascita di Leonardo. L’unica cosa certa è che, nella formazione dello straordinario mondo interiore di suo figlio, della sua ricerca inesausta di conoscenza e di libertà, la figura della madre deve essere stata determinante. È lei il vero mistero della sua vita.

Da qualche anno, poi, circola l’ipotesi che Caterina sia stata una schiava: ipotesi fino ad oggi poco documentata, ma non inverosimile. La schiavitù moderna, quella che arriva nelle Americhe, nasce nel Mediterraneo alla fine del Medioevo. Una storia poco conosciuta, imbarazzante, rimossa, perché fatta anche da noi italiani. Un affare d’oro, per i mercanti veneziani e genovesi: le schiave e gli schiavi, chiamati nei documenti ‘teste’, rendono di più delle spezie e dei metalli preziosi. A Firenze il mercato chiede soprattutto giovani donne, destinate a servire come domestiche, badanti, e anche concubine, schiave sessuali, che, se ingravidate, continuano a essere utili anche dopo il parto, dando il loro latte ai figli dei padroni.

Il documento finora sconosciuto che Carlo Vecce ha ritrovato nell’Archivio di Stato di Firenze è l’atto di liberazione della schiava Caterina da parte della sua padrona, monna Ginevra, che l’aveva ceduta in affitto come balia, due anni prima, a un cavaliere fiorentino. Il documento è autografo del notaio Piero da Vinci: il padre di Leonardo. Siamo in una vecchia casa fiorentina, alle spalle di Santa Maria del Fiore, all’inizio di novembre 1452: Leonardo ha solo sei mesi, e sicuramente è lì anche lui, tra le braccia della madre. Raramente, nelle scritture del giovane ma già preciso notaio, si affollano tanti errori, tante sviste. Quella schiava è la ‘sua’ Caterina, la ragazza che gli ha donato il suo amore, e quel bambino è suo figlio. Gli trema la mano, a Piero, un’emozione sconosciuta lo domina. Nemmeno la data la scrive giusta, in quel giorno così agitato.

Com’è arrivata a Firenze Caterina? Grazie al marito della sua padrona: un vecchio avventuriero fiorentino di nome Donato, già emigrato a Venezia, dove aveva al suo servizio schiave provenienti dal Levante, dal Mar Nero e dalla Tana. Prima di morire, nel 1466, Donato lascia i suoi soldi al piccolo convento di San Bartolomeo a Monteoliveto, fuori Porta San Frediano, per la realizzazione della cappella di famiglia e della propria sepoltura. Il notaio di fiducia è sempre lui, Piero. E Leonardo esegue la sua prima opera proprio per quella chiesa: l’Annunciazione. Non è un caso.

Piero da Vinci attesta che Caterina è figlia di Jacob, ed è circassa. Le sue origini risalgono a uno dei popoli più liberi e fieri e selvaggi della terra. È lei la madre di Leonardo, è lei che l’ha allevato per i suoi primi dieci anni, e le conseguenze sono sconvolgenti: Leonardo è italiano a metà. Per l’altra metà, forse la migliore, è figlio di una schiava, di una straniera che non sapeva né leggere né scrivere, e che a stento parlava la nostra lingua. Che ninnananna gli avrà cantato per farlo addormentare? Che cosa gli ha raccontato delle proprie origini, dei luoghi favolosi dove lei è nata, delle saghe primordiali del suo popolo perduto? Di una cosa possiamo essere sicuri. È lei che gli ha trasmesso il rispetto e la venerazione per la vita e per la natura, e un inestinguibile desiderio di libertà. È lei che gli ha lasciato il suo sorriso, dolce e ineffabile. Un sorriso che Leonardo ha inseguito per tutta la vita, e che ha creduto di ritrovare nel volto di una donna fiorentina chiamata Lisa.

Baumgartner - Paul Auster

"Mi manca, tutto qui. Era l'unica persona al mondo che io abbia mai amato, e ora devo trovare un modo per continuare a vivere senza di lei".

La memoria e la mancanza hanno una cosa in comune – ne hanno molte, in verità – la più fastidiosa di tutte è, per me, la fallacità. Avete presente quel momento in cui cercate di recuperare un ricordo e lo inseguite in un testa a testa impari, e lui vola più veloce, e voi correte. Ma lui vola. E avete perso. È andato via, lontano e non sapete se riuscirete mai più a riprenderlo. Ecco. Quel frangente di impotenza ha a che fare con la fallacità della memoria, con la fallacità della mancanza.

E Baumgartner, ultima fatica di Paul Auster, non fa che – sornionamente e dolorosamente – ricordarcelo.

Professore e scrittore di testi di filosofia, Baumgartner, sembra un uomo qualsiasi, passa le sue giornate serenamente, ordina libri che donerà alla biblioteca comunale solo per scambiare due chiacchiere con Molly, fattorina dell’Ups, ma soprattutto Baumgartner si ferma e ricorda.

Ha perso sua moglie dieci anni prima, per colpa di un’onda anomala. Anna che amava il mare, Anna con il fisico da nuotatrice che sembrava essere stato scolpito per fondersi con l’acqua salata, Anna che aspetta l’ultimo tuffo, ancora e ancora, perché non basta mai il desiderio di sentirsi libera. E così succede che c’è una conoscenza che Baumgartner fa di sé, senza e con Anna, un prima e dopo in cui è come se gli assi temporali di una vita si estendessero nei prolungamenti che dà l’amore, che toglie.

"Se non fosse tornata in acqua sarebbe ancora viva, ma non saremmo stati insieme per più di trent'anni se per esempio avessi provato a impedirle di entrare in acqua quando voleva".

E se l’amore per sua moglie, la mancanza, permeano tutto il libro, Auster torna a compiere una delle sue prodezze più rare, qualcosa che ha a che fare con l’umanità e con la necessità di recuperarla.

Innanzitutto, Baumgartner è un personaggio a cui ci si affeziona sin da subito, perché ha una capacità di meravigliarsi, di essere grato per la gentilezza e questa semina dimentica per gli uomini è uno dei germogli più riusciti di queste pagine. Non c’è stucchevolezza, non c’è pianto di miseria, non c’è compassione ossequiosa ma inscalfibile tenerezza. Lo sguardo di questo professore non risulta goffo, né compiuto, piuttosto è attento, ha imparato da quello che la vita gli ha donato, a prescindere da tutto, e non se la sente proprio di non essere riconoscente. E, in un’epoca così difficile, la gratitudine sembra quasi una forma di rivoluzione.

"Dubbi, sì, momenti di disperazione, sì, ma esiste forse uno scrittore o un artista che non vive in quel territorio instabile tra fiducia e disprezzo di sé?"

E così, è un alternarsi dolcemente profano, quello del dolore con la gratitudine. Uno dei rimandi letti più spesso in questi giorni è che Auster ha dichiarato che potrebbe essere il suo ultimo romanzo, una sorta di lascito testamentario. Chissà, qualsiasi sia la spinta dietro queste pagine, tutto sembrano fuorché un'esorcizzazione della morte, anche se, si sa, gli scrittori sono fra i più grandi codardi, ma anche fra i più grandi menzogneri.

Ma se così fosse, c'è questo momento in cui Baumgartner sente ancora i tasti di Anna che ticchettano per casa, che lo riportano a lei, mentre lui continua a provare a vivere, senza remore, ma con la presenza cucita addosso, cercandosi fra le parole di lei che sono rimaste, che lei ha scritto negli anni. Ché la memoria può tradire, ma la scrittura no, forse questo è ciò che conta, ciò che resta.

Ti fermi, non corri più dietro a un ricordo lontano, ne arriva un altro e, non si sa come, ti salva.

Le notti della peste - Orhan Pamuk

“L’arte del romanzo si basa sulla capacità di raccontare le nostre storie come se appartenessero ad altri, e di raccontare le storie degli altri come se fossero le nostre”.

Questo si legge nelle prime pagine del nuovo romanzo di Orhan Pamuk, Premio Nobel per la Letteratura nel 2006, nella prefazione “fittizia” al romanzo. Le notti della peste si tratta infatti di uno di quei casi di metaletteratura in cui quello che il lettore ha tra le mani appare come il libro scritto da qualcuno che non è direttamente l’autore, ma in questo caso dalla studiosa Mina di Mingher, in cui lei, nella forma del romanzo, ricostruisce quanto è accaduto nell’omonima isola, a partire dal 1901 attraverso le centotredici lettere inviate dalla principessa Pakize di Instabul alla sorella. Non siamo nuovi a questo espediente che ha precedenti illustri, e che Pamuk omaggia in esergo con la frase di Manzoni: “Nessuno scrittore d’epoca posteriore s’è proposto d’esaminare e di confrontare quelle memorie, per ritrarne una serie concatenata degli avvenimenti, una storia di quella peste” e con una di Tolstoj.

E sembra davvero uno di quei casi, quello di Pamuk con questa sua nuova fatica, in cui la sensibilità del romanziere coglie, in anticipo rispetto ai tempi, uno Zeitgeist. Il perché è presto detto: Le notti della peste racconta cos’è successo nell’isola di Mingher sperduta nel Mediterraneo quando viene colpita da una grande pandemia. E Pamuk scrive questo libro prima che il covid irrompa nelle nostre vite.

Quando all’Università di Padova, in occasione della sua Nobel Lecture Telmo Pievani gli chiedeva ragione della scelta, e del vincolo che s’era posto nel far questo (raccontare la storia di una ben precisa isola, cioè, ancorché inventata) Pamuk non aveva dubbi.

Raccontava di aver avuto con il romanzo Neve una serie di detrattori che lo accusavano di non avere ricostruito bene i fatti storici del luogo in cui era ambientata la storia, una città della parte nordorientale della Turchia, quando l’intento era invece per lui quello di raccontare l’ascesa dell’Islam in quelle zone, e perciò si è indirizzato, nel romanzo nuovo, verso un luogo immaginario che potesse unire letteratura e geografia.

Un luogo, come spesso accade ai romanzieri, che si materializza sulla carta (nella fattispecie proprio disegnato in forma di mappa) attraverso un processo ricorsivo di sogno, ricerca e scrittura e che è quindi immaginario ma fatto di dettagli reali. L’ha costruita passo passo, la sua isola, Pamuk: contando i passi, le distanze e riportandoli nel disegno (una mappa apre il libro, fisicamente) che è quindi un’isola ideale, ha spiegato, ma non tanto utopica, alla Thomas Moore, quanto piuttosto distopica.

Lì, nel romanzo, scoppia un’epidemia di peste bubbonica e per varie ragioni lo spazio viene chiuso e confinato ed è pervaso da un sentimento di isolamento. Ci è tutto molto familiare, eppure Pamuk spiega, da accorto romanziere, che i tempi della vita sulla terra sono troppo veloci perché lo scrittore possa starci dietro ed ecco perché questo suo libro deriva da un’intuizione, non dalla rincorsa del presente. L’idea gli era venuta inizialmente parecchi anni fa seguendo il desiderio di raccontare la peste che aveva colpito l’Impero ottomano e per dare la sua versione di come gli Ottomani, in un certo qual modo, fossero sempre stati visti come fatalisti a questo riguardo, quasi che tutto ciò che accadeva fosse mandato da Dio e questo bastasse loro per lasciare che accadesse. Ripresa l’idea in mano molto più tardi, scrivere della peste diventava anche un modo allegorico per riferirsi al governo turco di Erdogan. Aveva esempi di grandi davanti agli occhi: Camus, Defoe e Manzoni, ma, diversamente da loro, che raccontavano della peste senza esserci mai dentro fino in fondo, quello che è accaduto a lui è stato di avere la possibilità di confrontarsi, nell'esperienza reale, con quel senso di contenimento e la necessità di far fronte al morbo di cui avrebbe comunque dovuto raccontare nel libro.

Nulla di profetico, secondo Pamuk, perché si tratta di un evento statisticamente possibile. E in quanto narratore, poi, quello che ha messo sulle pagine è un romanzo, che per quanto allegorico, racconta una storia (e nella fattispecie, qui, a muovere i fatti è la morte misteriosa del più grande infettivologo del Paese). I romanzieri ben hanno in mente quale sia il compito cui sono chiamati e Pamuk lo fa dire nella prefazione alla studiosa che, nella finzione ha scritto il romanzo.

“Così, ogni volta che cominciavo a sentirmi come la figlia di un sultano, come una principessa, sapevo nel profondo che stavo facendo quello che un romanziere dovrebbe fare. Più difficile è stato entrare in sintonia con gli uomini in posizioni di potere, con i pascià e i medici che decidevano le misure di quarantena e sovrintendevano alla lotta contro la peste.

Se un romanzo deve superare, nello spirito e nella forma, l’orizzonte del singolo individuo, e tendere a un tipo di storia che abbracci le vite di tutti, è preferibile che sia narrato da molti punti di vista diversi. D’altra parte, sono d’accordo con il più femminile dei romanzieri maschi, il grande Henry James, secondo cui, perché. un romanzo sia veramente convincente, ogni particolare e ogni evento devono disporsi intorno alla prospettiva di un singolo personaggio.

Tuttavia, poiché allo stesso tempo ho scritto un libro di storia, ho spesso derogato alla regola del “punto di vista unico” e l’ho talvolta infranta. Ho interrotto scene toccanti per fornire al lettore fatti e cifre, oppure la storia delle istituzioni governative. Subito dopo aver descritto i sentimenti più intimi di un personaggio, sono passata rapidamente ai pensieri di un altro del tutto diverso, anche quando non c’era alcuna possibilità che il primo dei due ne fosse a conoscenza”.

Il narratore deve cioè rendere credibile ogni suo personaggio: non può schierarsi, e proprio per questo, ma paradossalmente al contrario, racconta Pamuk, sempre nel suo precedente Neve è stato accusato di aver preso le parti del personaggio islamista, solo perché ne aveva scandagliato le ragioni. Ma, spiega l’autore, al romanziere tocca descrivere anche l’irrazionale e renderlo più che accessibile al lettore: credibile. La sua missione è confondere chi legge (alcuni la chiamano “suspension of disbelief”) e portarlo a un livello di indagine il più profonda possibile.

Al romanziere, dice, è permesso fare qualsiasi tipo di ipotesi sull’umanità, ma al contempo, lo scrittore deve cercare il senso di colpa dentro se stesso e indagare il mondo con la scrittura.

E scusate se è poco.

Linea di fuoco - Arturo Pérez-Reverte

Uscito in lingua originale nel 2020 arriva finalmente in Italia il romanzo storico di Arturo Pérez-Reverte Linea di fuoco. Un ritardo compensato dalla precedenza accordata alla pubblicazione de L’italiano, un successivo lavoro del grande scrittore spagnolo ispirato dalle gesta dei nostri sommozzatori durante la Seconda guerra mondiale.

Combinando magistralmente finzione e dati storici Linea di fuoco trasporta il lettore lungo il fiume Ebro dove fu combattuta l’ultima grande battaglia della Guerra civile spagnola (1936-39).

Nel tentativo di invertire il corso del conflitto nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1938, l’esercito repubblicano attraversò il fiume, con 80mila uomini, prendendo di sorpresa i soldati franchisti.

Seguirono tre mesi di violenti combattimenti, affrontati con tenacia e valore da entrambi gli schieramenti. I nazionali difesero con estrema fermezza le loro posizioni, mentre i repubblicani attaccarono tenacemente a più riprese.

Alla fine i repubblicani furono costretti a ritirarsi e a riattraversare il fiume. Sul campo rimasero 13.300 morti, più o meno in egual numero tra i due schieramenti, e un numero molto maggiore di feriti e mutilati.

Arturo Pérez-Reverte ci fa rivivere gli impeti e le paure, le speranze e le sofferenze degli uomini dei due schieramenti che si affrontano in attacchi e contrattacchi senza sosta, concentrando l’azione intorno al paese immaginario di Castellets del Segre e riducendo temporalmente la battaglia a dieci giorni.

Il romanzo, come in poche altre opere sulla Guerra civile spagnola, offre un ritratto equilibrato dei combattenti. Nei due schieramenti ci sono uomini coraggiosi e codardi, persone per bene e persone miserabili.

Uomini di diversa ideologia, età, origine, coscienza e condizione intervengono in una guerra in cui alcuni non hanno nemmeno potuto scegliere da che parte stare, ma combattono comunque per ogni metro del territorio che hanno di fronte.

L’autore, che è stato a lungo corrispondente di guerra, riesce a mostrare l’uomo di fronte all’orrore della battaglia e a raccontare come può essere capace di dare il meglio di sé anche in condizioni estreme.

In Linea di fuoco il lettore sentirà la sete, la paura, la disperazione, la fame, il dolore, ma anche il coraggio, la determinazione e la disponibilità al sacrificio dei combattenti di entrambi gli schieramenti.

L’assalto e la difesa di Castellets narrata nel libro costituisce un affresco di quanto avvenne in larga scala lungo il fiume Ebbro. Nelle sue pagine ci sono anarchici, comunisti, brigate internazionali, giovani leve repubblicane, corrispondenti di guerra ma anche limpide figure di falangisti e requetés carlisti.

Linea di fuoco è un libro importante che conclude la riflessione dello scrittore sulla Guerra civile spagnola cominciata con i tre romanzi della saga di Falcò e il volume illustrato La guerra civil contada a los jóvens.

Il quadro della sanguinosa pagina della storia spagnola che emerge dai racconti di Arturo Pérez-Reverte è ben diverso dalla vulgata predominate in Italia che concentra tutto il male nello schieramento franchista e tutto il bene in quello repubblicano.

Una guerra civile è evidentemente la più brutta di tutte le guerre, in quanto mette uno contro l’altro vicini di casa, compaesani e talvolta perfino familiari. E quella del 1936-38, che non è la prima ad esplodere in terra iberica, non fa naturalmente eccezione.

Il conflitto nacque, come gli altri del passato, come una lotta interna sulla quale si inserirono — con un ruolo relativamente marginale — delle potenze straniere. Italia e Germania dalla parte franchista e Russia Sovietica da quella repubblicana.

Il ruolo di Stalin nella Guerra di Spagna è il primo dei dati storici che vengono ignorati in Italia: ovvero le massicce forniture sovietiche di armi e di istruttori militari ai repubblicani, e soprattutto l’invio dei commissari politici e degli agenti della CEKA (l’antesignana del KGB) con licenza di praticare in terra iberica i metodi repressivi adoperati in Russia.

Il secondo dato sul quale in Italia si sorvola è quello della violenza che fu propria di entrambi gli schieramenti. All’inizio della guerra tutte le tensioni accumulate nel paese esplosero con rappresaglie contro gli avversari politici. E furono molte le persone uccise o imprigionate.

Dietro la copertura del motivo politico non mancarono, da entrambe le parti, anche ruberie, delazioni e vendette personali.

In Italia non si parla mai delle violenze e dei massacri commessi dai repubblicani nei territori sotto il loro controllo. Dell’uccisione di sacerdoti, falangisti, monarchici e persone sospettate di simpatizzare per gli insorti. Non si ricordano le chiese e i conventi bruciati e i seimila tra sacerdoti e religiosi assassinati.

Si parla delle violenze avvenute nella parte della Spagna liberata ma si dimentica di ricordare che nella Spagna repubblicana ci furono 50mila persone assassinate e migliaia di arresti e torture di persone ritenute ostili o note per le loro simpatie di destra, molte delle quali estranee alla sollevazione guidata da Francisco Franco.

Una buona parte finì nel famigerato campo di concentramento di Paracuellos del Jarama, nei pressi di Madrid. Qui, ad esempio, fu ucciso per le sue simpatie di destra l’autore teatrale Pedro Muñoz Seca, altrettanto noto nei paesi di lingua spagnola quanto il celebrato poeta Federico Garcia Lorca ucciso a Granada per le sue simpatie di sinistra.

Così come in precedenza la saga di Falcò, anche Linea di fuoco, oltre ad essere un romanzo bello e ottimamente scritto, è dunque un libro irritante per la cultura di sinistra ancora dominante sulla stampa mainstream.

Il risultato sono le scarse recensioni e le citazioni del libro che sembrano più che altro «atti dovuti» al prestigio dell’autore e all’importanza della casa editrice, più che al valore e al contenuto del testo.

Oltre il piacere della lettura, un motivo in più per apprezzare Linea di fuoco.

Arturo Pérez-Reverte (Cartagena, 1951) è uno scrittore e giornalista spagnolo.

Dopo aver conseguito una laurea in Scienze politiche e Giornalismo, ha lavorato dal 1973 per circa vent'anni, come reporter per il quotidiano Pueblo, e dal 1984 per RTVE (sia radio sia tv) fino al 1994. Nel 1978 fondò la rivista Defensa. È stato soprattutto un inviato di guerra, che si spostava nei vari punti caldi del mondo, e ha seguito vari conflitti tra i quali la guerra di Cipro, la guerra delle Falkland, la crisi del golfo, sino alla guerra in Croazia e a Sarajevo.